23 marzo 2026

L'ABITO DELLE NOSTRE RADICI: LA "PACCHIANA"

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

Rocco Scotellaro

Ad una pacchiana

Il sole, il sudore, la polvere del campo. La fatica e l’abito. Hai le braccia a pezzi eppure il tuo abito è da reginella campagnola e mantiene le tue spalle dritte. Sei bassa, sei gracile, hai un girovita come quello di una bambina, eppure sei forte.

Osservo il tuo abito, quello da pacchiana.

Qui ritrovo un codice genetico che appartiene anche a me, anche se sono maschio ed ero adulto quando l’ho visto in giro per l’ultima volta a Valva. Lo osservo prendendolo dalla cassapanca, la cascia, col rispetto che si deve alle cose sacre che riaffiorano dal mondo senza tempo della memoria. Il tuo abito è, per descriverlo devo usare il presente, come quando si cita un proverbio o si enuncia una regola di geometria. Il presente acronico, quello del tempo che non ha tempo.

Il primo indumento è una sottoveste, lu suttaniell. È un indumento intimo e lo guardo con un certo pudore, quasi con esitazione. Non so se mi è davvero concesso soffermarmi qui. Un’ ampia sottana in cotone, molto arricciata. Il primo confine: separa il corpo dal resto dell’abito e, nello stesso tempo, dall’occhio che osserva. Crea uno spazio protetto e intimo, che è solo tuo.

Poi vedo la camicia bianca voluminosa, con maniche a sbuffo grandi, enormi enormi. Chi lo ha cucito non conosceva la parola, ma credo si possa parlare di termodinamica: le maniche non aderiscono al corpo sudato, permettono la traspirazione e isolano dal calore diretto del sole, quando lavori nei campi. L’ampiezza sul giro manica consente la rotazione delle braccia; la parte finale delle maniche è stretta da polsini, che voi chiamate “maniche”: così puoi aiutare tuo padre e i tuoi fratelli, tuo marito e i tuoi figli con la falce o con la zappa. Il bianco riflette la luce; in una vita fatta di polvere, la leggerezza visiva del bianco dona una forma di grazia.

Eccola, bellissima, elegante e colorata: la camm’sola.
Un corpetto aderente, chiuso da una fila di piccoli bottoni, valorizza la silhouette e conferisce struttura all’abito. I bottoni in madreperla sono disposti a semicerchio sul petto.

Sotto le sue estremità, piccoli cuscinetti imbottiti danno volume alla gonna: sostengono il tessuto, lo sollevano e ne esaltano la sinuosità, senza gravare sulle ossa del bacino.

La gunnedda è lunga e ampia, sempre impreziosita da un bordo decorato. Le morbide arricciature, che partono dai fianchi, si raccolgono delicatamente sul retro, conferendo movimento e grazia a ogni tuo passo.

Ma quanto sei elegante, anche quando lavori o vai alla fontana a prendere l’acqua, a lavare, e intanto canti e racconti?

Per sostenere la manica e coprire la parte esposta del braccio, ci sono polsini coordinati con il corpetto, fissati con un occhiello attraverso il quale passa un nastro o un filo di tessuto.

Bellezza e cura di sé convivono con la massima praticità, come nella piccola tasca del grembiule, lu sin: elegante e utile, a volte arricchito da bordature ricamate.

Con il tuo abito, tu parli, comunichi. Dici molto di te: se sei sposata, se sei a lutto, se sei giovane o anziana.

La tuvaglia. Quanti anni avevi quando tua madre ti ha insegnato a piegarla? Poche donne oggi ricordano come si fa. Senza il sapere di un tempo, per noi è un pezzo di stoffa bianco, quadrato; per te è il segno della festa, un indizio di solennità. La tuvaglia incornicia il viso e ricade con grazia sulle spalle.

Certo, quel maccatur colorato che vedo lì in fondo è più pratico, sa di vita di tutti i giorni. Con le sue spille francesi, inconfondibili.

Lo scialle lavorato a maglia, con le frange che ondeggiano, e la scolla, raffinato girocollo in velluto scuro, completano l’insieme.

E poi il vestito da sposa, in raso o in seta, col grembiule ornato ai bordi: memoria di un giorno unico, che anche l’abito custodisce.

Un abito è un viaggio

E così, tra queste pieghe di tessuto e memoria, comprendo che un abito non è solo tessuto. È un viaggio che attraversa le generazioni e continua a raccontare: storie di mani che cucivano, di corpi di donne che lavoravano, di vite fatte di terra e di sole.

Di molti abiti restano solo le foto, testimonianze silenziose di momenti che il tempo ha reso immortali. Donne che sorridono nell’eterno spazio della memoria, donne in posa, fiere e consapevoli della propria identità, del loro ruolo nella famiglia e nella comunità. Nei loro abiti trasmettono orgoglio e dignità.

L’esuberanza delle giovani, la compostezza delle anziane: diverse modalità di esprimere la propria femminilità. Alcuni abiti, per fortuna, si sono conservati e ancora ci parlano. Ogni abito racconta l’amore e la dedizione con cui è stato tramandato e custodito, diventando simbolo di un affetto che attraversa le epoche. Lo stupore che proviamo oggi nel contemplarlo nasce dal sentimento del legame profondo che unisce il passato al presente in un abbraccio senza tempo.

L’abito delle nostre radici è più di un indumento: è un archivio, un simbolo di identità, un legame vivo tra la storia e chi la vive oggi.

G.V.