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03 luglio 2026

CARACAS NON DORME: IL LAVORO DEI VALVESI IN VENEZUELA

Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un'altra da imparare in fretta
prima della bicicletta


Gian Maria Testa, Ritals

Continua il nostro viaggio di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Iniziamo questa tappa con un'immagine simbolo, come omaggio al lavoro degli emigranti valvesi.
Questa fotografia ci porta direttamente sui ponteggi di una Caracas in piena trasformazione, alla quale i nostri compaesani hanno offerto forza e braccia, aggiungendo le proprie speranze ai grandi sogni della città.

Nella foto c'è almeno un valvese: Vincenzo Macchia; ha la camicia scura.                              Archivio famiglia Macchia. 

Una città labirintica anche nel nome ufficiale: Santiago de León de Caracas. 
Caracas attrae come un vortice, sorprende, spiazza. Seduce con la sua aria di eterna primavera e cambia, si trasforma progressivamente e in maniera incessante. Palazzi e strade, ancora strade e nuovi palazzi più alti, più alti ancora.
Negli anni Cinquanta inizia il suo inarrestabile sviluppo urbano, che la rende la città descritta dallo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, all'inizio dei Settanta; gli appare come una città che «si è estesa di sette volte in trent’anni», che «si è infittita di grattacieli nella misura in cui le torri del petrolio sono germogliate sul lago di Maracaibo»; per lui Caracas 

«è un incubo d’aria condizionata, supersonica e rumorosa, un centro della cultura del petrolio che preferisce il consumo alla creazione e che moltiplica le necessità artificiali per nascondere quelle reali. Caracas ama i prodotti sintetici e i cibi in scatola; non cammina mai, si muove soltanto in automobile e ha avvelenato con il gas dei tubi di scappamento l’aria limpida della valle; Caracas fa fatica a dormire, perché non può placare la propria ansia di guadagnare e comperare, consumare e spendere, impadronirsi di tutto».  

Nel caos di questa città che non riesce a placare la propria ansia di sviluppo, si inseriscono i passi dei venti o trenta valvesi pronti a lavorare nei cantieri e nelle officine. Ma prima del cemento, delle auto americane e dei grattacieli che graffiano il cielo, per ognuno di loro c'è stato lo strappo della partenza.

Il mare color del destino
Il mare è un'esperienza che segna. Diventa oceano dall'orizzonte sempre uguale, in un viaggio interminabile di oltre quindici giorni che spesso è il ricordo che resta più tenacemente fisso nella memoria degli emigranti.

La nave su cui ha viaggiato Ciro Feniello

A volte, il viaggio è fatto nella stiva e da lì si vedono i pesci.
Un biglietto per il Venezuela
La Guaira è la prima terra venezuelana che i valvesi toccano dopo il lungo viaggio: il porto principale del Paese, a una ventina di chilometri da Caracas. 
Per alcuni di loro diventa anche il luogo dove imparano un mestiere che li accompagnerà per il resto della vita. È il caso di mastro Rocco, che proprio qui apprende l'arte del muratore, un sapere che porta con sé, tra le tante cose che un emigrante si costruisce lontano da casa.

Rocco Tenebruso (in questa foto è a Caracas)
Al porto, Francesco e Achille, giovani ed eleganti, conversano amabilmente prima della partenza di Francesco per l'Italia; così troviamo scritto dietro questa bella foto:
 Porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 
Poi, lo sguardo si sposta verso l'interno. La città spinge incessantemente verso l'esterno e verso l'alto.
L'autopista Caracas-La Guaira squarcia la montagna, riduce le distanze e diventa il manifesto della collaborazione tra l'ingegno venezuelano e le competenze tecniche degli immigrati italiani e tedeschi. I suoi viadotti sospesi nel vuoto sembrano una sfida alla gravità.
Forse il vero simbolo di questa fame di modernità è l'Hotel Humboldt, una torre che svetta a oltre duemila metri sul livello del mare. Ci si arriva con una funivia che sfida le nuvole: quindici minuti di ascesi pura tagliando la foresta tropicale, per poi ritrovarsi in una sala girevole sospesa tra i Caraibi e le luci della metropoli.

Il lavoro e i progetti
A contribuire allo sforzo costruttivo di questa metropoli ci sono anche gli emigrati italiani e, tra questi, i valvesi. 
Ci restano i loro racconti e le fotografie, che a volte li ritraggono sui cantieri o nelle auto: grandi berline americane dalle vistose pinne, simboli del benessere che si diffondeva nel Paese. 

Caracas, prima metà degli anni Sessanta. Alla guida della Oldsmobile c'è Eliseo Marciello. Gli altri sono, da sinistra: (?), Vito Feniello, Renato Vacca e Roberto Vacca. Fonte: Gozlinus. 

Archivio famiglia Feniello
Il petrolio diventa il fulcro dell'economia venezuelana. Qualche decennio prima, l'intellettuale Arturo Uslar Pietri aveva invitato a "seminare il petrolio": un monito a utilizzare i proventi del greggio non per un arricchimento effimero, ma per far fiorire e diversificare l'intera economia nazionale. 
L'invito rimarrà nel complesso inascoltato, ma i valvesi non possono entrare in queste dinamiche economiche a lungo termine: per loro ci sono il cantiere, la fabbrica, le rimesse da mandare a Valva, i soldi da mettere da parte. 
Palazzo in costruzione; archivio famiglia Feniello
Ciro Feniello (con compagni da identificare) al lavoro
Di giorno lavorano ai nuovi grattacieli di Caracas, la sera costruiscono nella loro mente una casa a Valva, dopo aver acquistato un terreno su cui hanno messo gli occhi prima di partire e sul quale forse hanno già chiesto informazioni ai genitori o a un compare, in una lettera.
Pensano al matrimonio desiderato, ai figli che verranno. A loro regaleranno -ne sono sicuri, altrimenti non sarebbero qui- un destino diverso, con "il pezzo di carta", perché essi non devono fare questi stessi sacrifici.
Per molti di loro, la casa di oggi non parla spagnolo; ha il nome di una città italiana -Pensione Torino- come per il bisogno di un suono familiare.

Nella foto -scattata in una sala della pensione- hanno messo in scena la loro attività quotidiana: sono impiegati nella piccola fabbrica di scarpe di Giuseppe Framiglio, che è venuto qui dalla Sicilia con sua moglie Maria (della famiglia Filingieri, di antica nobiltà borbonica), con sette fratelli e tre figli: Antonina -che qui ha conosciuto e sposato un valvese, Antonio- Paola, che morirà giovanissima, e il piccolo Corrado, porta il nome del nonno paterno e di quello materno. Due dei figli di Antonio e Antonina nasceranno proprio a Caracas: Giuseppe (Pippo) e Raffaele.

I primi due da sinistra sono Giuseppe Torsiello e Giuseppe Feniello. Il penultimo da sinistra è Mario Falcone. I due seduti sono Eliseo Marciello e Antonio Feniello. Nella foto ci sono anche alcuni fratelli Framiglio.
La foto è stata raccolta da Valentino Cuozzo e pubblicata in Valva Foto Storiche. 
Forse, questa città che muta così in fretta nemmeno la vedono cambiare davvero. Ne vivono gli anni del boom e poi tornano a Valva, chi alla fine degli anni Cinquanta, chi nei primi  Sessanta. 
Mentre alcuni preparano le valigie per il ritorno, altri valvesi arrivano. Vedono una città che non è la stessa che ha accolto i loro compaesani, pronta a cambiare ancora.

L'ha vista cambiare, Vito.
Forse se lo dice ancora ogni sera, quando alla fine di una giornata di lavoro chiude la sua boutique sartoriale, proprio in centro città. 
Vito Feniello; fonte Gozlinus

Vito ha imparato il mestiere da sarto giovanissimo, nella bottega di Noè Porcelli a Valva, ed è emigrato qui nel 1963, ad appena quattordici anni. Ha deciso di rimanere. A venti anni aveva già una sua attività, poi una lunga attività che gli ha dato tante soddisfazioni e prestigiosi riconoscimenti.

Il giovane Vito accolto all'aeroporto da Eliseo Marciello; fonte: Valva Foto Storiche

Ma l'esperienza dei valvesi migranti non si esaurisce solo tra i cantieri e le automobili delle grandi città; alcuni si spingono oltre, quasi alla ricerca di se stessi, dell'ispirazione. È il caso di Giovannino, guidato fin quaggiù da un'innata vocazione da artista e ricercatore. Come ha evidenziato una critica d'arte, presentandone una mostra, il lungo soggiorno venezuelano lo ha spinto fino alle foreste selvagge bagnate dall'Orinoco, il grande fiume dei popoli indios. Qui ha appreso una tecnica di intaglio del legno che sembra un tributo a popoli conosciuti o immaginati:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva
E la lussureggiante natura del Sud America ha influenzato la sua fantasia e la sua arte:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva

Hanno curvato il legno delle foreste abitate un tempo dagli indios, hanno impastato il cemento nella rumorosa capitale, hanno confezionato scarpe e cucito abiti sartoriali.
Gli emigranti valvesi hanno attraversato la vertigine di quegli anni frenetici e laboriosi. 
Alcuni sono tornati, dopo circa un decennio di emigrazione; tra questi, molti sono ripartiti, verso altre mete (la Germania, il Nord Italia). Qualcuno, invece, è rimasto in Venezuela.
Nonostante la distanza del tempo e nello spazio, resta un legame forte tra Valva e questo Paese dei Caraibi, un filo sospeso tra il dolore del ritorno (questo è il significato della parola "nostalgia") e il ricordo di un mare color del destino.

Citazioni
Gian Maria Testa, Ritals, in: "Da questa parte del mare", 2006; sito ufficiale
La citazione di Galeano è tratta da: D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi 
La citazione dedicata a Giovanni Grasso è tratta da: Franca Foselli Breda, Un naïf pittore e scultore: Giovanni Grasso
All'arte del pittore e scultore valvese abbiamo dedicato il post Un pittore in punta di piedi.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela:
Il secondo episodio è stato dedicato al racconto di un ritorno a Valva: 👉La valigia di Ciro.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a zia Fedora D'Ambrosio, a Silvana Cuozzo, a Stefania Feniello, a Valeria Macchia, a Marinella Tenebruso, a Pippo Feniello.
Fondamentale, come sempre, il prezioso archivio del blog Gozlinus.

G.V.


02 luglio 2026

LA VALIGIA DI CIRO

Era già l'ora che volge il disio 
ai navicanti e 'ntenerisce il core 
lo dì c'han detto ai dolci amici addio
Dante, Purgatorio VIII, 1-3

Arriva un giorno, nella vita di chi è partito, in cui il viaggio si inverte. Si può scegliere se restare o tornare, ma quel giorno prima o poi arriva.

Un emigrante valvese in Venezuela decide di tornare a casa, dopo sei anni. Porta con sé una valigia e un anello, delle lettere e un'inquietudine che lascerà in mare. 

Già, il mare. Quello stesso mare attraversato all'andata resta a custodire un malessere che non si può portare a casa.

In questi giorni di grande trepidazione per il Venezuela, ci sembra doveroso fermarci a riflettere su cosa quella terra abbia rappresentato per tante famiglie valvesi: una seconda patria, un luogo di lavoro e di sacrificio, ma anche -per chi è tornato- un bagaglio che forse non si è deposto mai del tutto.

Abbiamo ricevuto da Stefania Feniello un racconto legato all'esperienza di suo padre in Venezuela. Lo ha raccolto dalla sua voce e trascritto insieme alla sorella Anna.

Eccolo:

Ciro rientrò dal Venezuela perché la sua salute sembrava peggiorare e decise di tornare a casa. 

I suoi compagni valvesi colsero l'occasione per affidargli alcune lettere da recapitare alle loro famiglie. Vincenzo, uno dei suoi amici, gli consegnò invece un anello da portare a sua moglie Grazia, come simbolo del suo amore e della promessa di un futuro di nuovo insieme. 

Prima della partenza gli venne affidato anche un compito delicato: riportare alla famiglia la valigia di un compaesano morto lontano dalla propria terra. Era una responsabilità che accettò con grande senso del dovere, deciso a mantenere la parola data.

Durante il viaggio di ritorno accadde qualcosa di sorprendente. Quando la nave varcò lo Stretto di Gibilterra, ogni suo malessere scomparve. Capì allora che non era una malattia del corpo a tormentarlo, bensì la nostalgia della sua casa, della sua terra, della sua gente e della sua famiglia. 

Giunto al porto di Napoli, però, dovette affrontare un'altra prova: la valigia del compaesano venne rubata. 

Ciro era dotato di uno straordinario spirito di osservazione e di una memoria fuori dal comune: nulla sfuggiva al suo sguardo. Per questo aveva annotato il numero del facchino incaricato del trasporto dei bagagli durante i controlli. Quel semplice gesto si rivelò decisivo: riuscì a risalire al responsabile, a recuperare la valigia e a consegnarla infine ai familiari del compaesano, onorando fino in fondo l'impegno che aveva assunto. 

Quell'episodio confermò il carattere di Ciro: un uomo leale, scrupoloso e affidabile, capace di mantenere le promesse anche nelle situazioni più difficili.

Il racconto ci ha permesso di seguire il viaggio di ritorno di Ciro. Queste fotografie ci riportano indietro, agli anni trascorsi in Venezuela. Sono immagini che ci restituiscono i volti della comunità valvese, una comunità allargata, come testimonia la presenza della famiglia siciliana Framiglio, alla cui storia dedicheremo un prossimo post.

La signora a destra è Antonina Framiglio, accanto a lei suo marito Antonio Feniello. Nella foto ci sono almeno altri due valvesi: Michele Cuozzo (l'uomo a sinistra) e Nicola ?, che è l'uomo accanto all'altra donna, sua moglie.

Le fotografie raccontano il lavoro, innanzitutto, ma anche l'amicizia e il bisogno di ritrovarsi. Lontani dall'Italia, il primo legame non era soltanto quello di appartenere alla stessa nazione: era quello di riconoscersi nelle stesse parole, nello stesso dialetto, nelle stesse abitudini. Essere di Valva significava sentirsi già un po' in famiglia.

Quando osservo le fotografie di questo periodo, soprattutto quelle scattate in Venezuela, mi colpisce l'eleganza delle persone in posa. 

L'eleganza di Giuseppe Feniello; fonte: Gozlinus
Francesco Caldarone e Achille Di Florio nel porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 

Non credo sia soltanto una forma di naturale compiacimento giovanile.

Vi leggo piuttosto il desiderio di mostrarsi con dignità a chi era rimasto in paese, di testimoniare che, nonostante i sacrifici, si stava costruendo una vita migliore. Forse il messaggio implicito, anche a se stessi, era: ce la sto facendo.

Non manca l'ironia né il tentativo di confondersi un po' con i costumi locali:

Le immagini più ricorrenti, però, sono quelle di gruppo. Una socialità che si esprime nelle feste e nei momenti conviviali, il bisogno di ritrovarsi e di riconoscersi tra persone che sanno "a chi appartieni". 

Tra compagni di lavoro, paesani e nuovi colleghi, anche preparare la cena può essere occasione per mettersi in posa, dopo una giornata di lavoro:

Cambiano il clima e il paesaggio, ma il bisogno di fare gruppo, come dimostra la fotografia di una festa di Natale celebrata a maniche corte:

Natale non è quando nevica; è quando sei tra persone che ti fanno sentire a casa, anche a settimane di navigazione dalla tua famiglia.

Alla nostalgia di chi è partito. 
E a quella valigia invisibile che molti, tornando, hanno continuato a portare con sé per tutta la vita.

**********

Postilla sulla memoria orale

Il giorno in cui Ciro Feniello tornò dal Venezuela, andò subito in montagna: insieme al fratello Carmine, salì a salutare i genitori, che stavano raccogliendo -o forse piantando- le patate. Un testimone che assistette a quella scena me ne parla da quando ero bambino.

Nel racconto di zio Ciro, così come si è sedimentato nella sua famiglia, l'amico Vincenzo era ancora fidanzato. Grazie alla preziosa collaborazione della signora Valeria Macchia, abbiamo appreso che suo padre Vincenzo era già sposato e sarebbe tornato a Valva un anno dopo l'amico. Dunque l'anello era per la moglie, la signora Grazia: la tenerezza del gesto resta intatta.

Questo piccolo scarto tra il ricordo tramandato a voce e i dati ricostruiti non sminuisce affatto il valore della memoria orale. Al contrario, ci ricorda che i racconti di famiglia custodiscono soprattutto il significato umano degli eventi, più che la loro esatta cronologia o la precisione dei dettagli. Le imprecisioni possono affiorare con il passare del tempo, i dettagli si possono confondere e sovrapporre, ma l'essenza della storia continua a giungere fino a noi con sorprendente forza.
Chi ha avuto il privilegio di conoscere zio Ciro, riconosce nel racconto la traccia di un galantuomo. Anche le eventuali imprecisioni diventano preziose: non sono semplici errori della memoria, ma tracce del modo in cui una vicenda è stata custodita e trasmessa attraverso le generazioni.

Stiamo approfondendo le ricerche sul giovane morto in Venezuela. Siamo riusciti a identificarlo: si tratta di Donato Cuozzo.

In una delle fotografie compare anche Achille Di Florio. Quel sorriso, fissato per sempre nell'immagine, si sarebbe spento di lì a poco, a causa di un incidente avvenuto proprio in Venezuela. Di lui, la cara zia Dora D'Ambrosio -sua vicina di casa- ricorda che era mancino. È un piccolo dettaglio, che oggi passerebbe inosservato, ma forse anche in questi segni minimi si rivela un senso profondo del nostro passaggio: qualcosa di noi continua a vivere nello sguardo e nella memoria degli altri.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela.
Da qui in avanti cercheremo di raccontare le storie di uomini e donne che quel viaggio lo hanno vissuto in prima persona.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a Stefania Feniello, per aver condiviso il racconto di suo padre Ciro e le fotografie del suo periodo in Venezuela.
Grazie a Valeria Macchia, per le preziose informazioni su suo padre Vincenzo.
Grazie a Giuseppe Feniello (Pippo) -che ci ha aiutato a riconoscere le persone nelle fotografie scattate nella città in cui lui è nato: Caracas- e a Silvana Cuozzo.
E grazie a zia Dora: la sua memoria continua a essere una bussola preziosa.
G.V.

29 giugno 2026

STORIA DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

ahora hazte promesa
deshaz la historia
acuéstate sobre la suavidad del horizonte
vuelve a nacer
con nuevas palabras
con la fiereza de quien se ama.

adesso fatti una promessa
disfa la storia
coricati sulla soavità dell’orizzonte
torna a nascere
con nuove parole
con la fierezza di chi si ama.

MARÍA ANTONIETA FLORES

Le drammatiche notizie che arrivano dal Venezuela colpiscono dritto al cuore la nostra comunità. Davanti alle immagini di una terra che trema, è impossibile non pensare ai fili che legano la nostra storia a quella del Paese sudamericano, invisibili ma profondi.
Per questo motivo,  il blog "la ràdica" vuole dedicare un doveroso omaggio al sacrificio, alla dignità e al lavoro di chi ha dovuto lasciare tutto per cercare fortuna oltreoceano. 
Lo faremo in due tempi: prima ripercorrendo le tappe storiche dell'emigrazione italiana in Venezuela; poi -stringendo l'obiettivo- ci soffermeremo sulla presenza della comunità valvese in questo Paese, attraverso immagini e testimonianze già raccolte che restituiscono una parte di questa esperienza.
A chi è partito, a chi è rimasto e a chi oggi soffre: questo è il nostro abbraccio.

Emigrati valvesi a Caracas, Pensione Torino, 1956

PRIMA PARTE - L'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

La ricostruzione storica che segue si basa principalmente su tre fonti, utilizzate per l’analisi dei flussi migratori italiani verso il Venezuela, delle condizioni sociali dell’emigrazione e dell’evoluzione della comunità italiana nel Paese.

Venezuela, terra promessa 
Tra il 1876 e il 1976, circa 26 milioni di italiani lasciarono il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori, alimentando uno dei più grandi esodi migratori mai registrati nella storia moderna. Se nella cosiddetta "grande emigrazione" di fine Ottocento e primo Novecento ad attirare la stragrande maggioranza dei flussi transoceanici erano stati gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina, il secondo dopoguerra aprì nuove rotte verso mete fino ad allora marginali. Tra queste, il Venezuela occupò un posto di primo piano.
L'emigrazione italiana verso il Venezuela fu un fenomeno quasi interamente postbellico: oltre il 90% dei circa 285.000 italiani che vi si stabilirono partì dopo il 1945, con una concentrazione particolarmente intensa nel decennio 1949–1960. 

Poiché gli Stati Uniti mantenevano una legislazione sostanzialmente restrittiva, l'esodo italiano cercò nuove destinazioni, e paesi fino ad allora marginali come Canada, Australia e appunto Venezuela assunsero un peso comparabile a quello delle mete tradizionali. 
I dati lo confermano con chiarezza: nel secondo dopoguerra gli emigranti diretti verso le destinazioni storiche (Stati Uniti, Brasile, Argentina) furono circa 1.113.000, quasi identici ai circa 1.058.000 che scelsero invece le nuove mete transoceaniche.

I grafici sono tratti dall'articolo Brevi note sull'emigrazione italiana verso il Venezuela, cit.

A rendere il Venezuela così attraente fu l'esplosione della sua economia petrolifera e mineraria, che lo portò a superare persino l'Argentina come destinazione preferita. Gli italiani, provenienti in larga misura dal Mezzogiorno, si inserirono nell'edilizia, nell'industria manifatturiera e nelle grandi imprese che realizzarono complessi siderurgici e petroliferi. Il loro contributo alla modernizzazione urbana fu determinante: negli anni Cinquanta una parte significativa degli edifici di Caracas fu realizzata da imprese italiane, mentre la città raddoppiava i propri abitanti, passando da 700.000 a 1,4 milioni in un solo decennio. Per molti emigranti fu una vera e propria rinascita: i debiti del viaggio venivano estinti in pochi mesi, le rimesse affluivano regolarmente in Italia, e beni fino ad allora inaccessibili -automobili, elettrodomestici- diventavano realtà quotidiana.

Il declino
Il declino iniziò alla fine degli anni Cinquanta. Il 23 gennaio 1958, con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, si interruppe bruscamente la sintonia politica che aveva favorito l'insediamento italiano. Seguirono violenze xenofobe e saccheggi, con un picco di rimpatri che nel solo 1958 sfiorò le 17.000 partenze.
Così scrive D'Angelo, nel saggio Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura citato:

È interessante notare come proprio nel 1958 gli italiani che escono dal Paese con visto di residente sono pari al 150% di quelli che vi entrano: anche gli immigrati con più lunga permanenza in Venezuela preferiscono, in moltissimi casi, rientrare in patria. Scrive a tale proposito Ermila Troconis che, una volta caduto il regime, «molti di essi rimpatriarono, poiché già allora la facilità di guadagno non era la stessa; o emigrarono verso altri paesi, poiché si produsse una atmosfera xenofoba» [1].

[1]  Ermila Troconis, El proceso de la inmigración, Biblioteca de la Academia Nacional de Historia, Caracas, 1985

Contestualmente, l'apertura di nuove rotte migratorie verso l'Europa e il triangolo industriale italiano ridusse ulteriormente l'attrattività del Venezuela, fino a rendere il saldo migratorio vicino allo zero. A questo primo momento di frattura se ne aggiunse un secondo, ancora più dirompente sul piano economico: il "Viernes Negro" ["Venerdì nero] del 18 febbraio 1983, quando la svalutazione del bolivar polverizzò i risparmi di una vita e spinse molti a valutare il rientro definitivo in Italia, attratti anche dalla maturazione dei diritti pensionistici.
Nei decenni successivi, la crisi si accentuò ulteriormente. Sotto i governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, il Venezuela scivolò verso un collasso che lo trasformò da terra di accoglienza a paese di emigrazione. I figli e i nipoti degli italiani giunti negli anni del boom si trovarono a fuggire non più dalla miseria del dopoguerra europeo, ma dall'insicurezza, dalla carenza di servizi sanitari e scolastici, dal crollo delle prospettive economiche. Le stime indicano che intorno al 2015 circa 150.000 persone con doppia cittadinanza italo-venezuelana hanno cercato rifugio in Italia o in paesi terzi come la Spagna.
Il 3 gennaio 2026, Nicolás Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti a Caracas, ponendo fine a quasi tre decenni di chavismo. Al suo posto è subentrata come presidente ad interim Delcy Rodríguez, oscillante tra resistenza bolivariana e aperture pragmatiche a Washington, mentre le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche: il 68,5% delle famiglie vive in condizioni di indigenza, l'inflazione supera il 200% annuo e circa otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese dall'inizio della crisi. 
La terra che i nonni italiani avevano scelto come rifugio dalla miseria del dopoguerra è diventata, per molti dei loro discendenti, il luogo da cui fuggire. 

Radici e nostalgia
Anche la Campania fu pienamente coinvolta nel fenomeno dell'emigrazione. La regione aveva già conosciuto la stagione della "grande emigrazione" tra fine Ottocento e primo Novecento; nel secondo dopoguerra i flussi ripresero con rinnovata intensità, orientandosi prima verso i paesi latinoamericani -Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela- e poi, a partire dagli anni Cinquanta, sempre più verso il Nord Europa, dove la domanda di manodopera industriale offriva sbocchi nuovi e più vicini.
Fu un esodo di proporzioni eccezionali, alimentato da cause strutturali che le politiche del tempo non riuscirono a risolvere pienamente. La disoccupazione cronica spingeva alla fuga, ma la fuga lasciava intatta la realtà di partenza, che generava nuova disoccupazione e nuove fughe: un circolo vizioso che si autoalimentava, rendendo il problema «inestinguibile». 
Chi partiva si trovava di fronte a quello che qualcuno ha efficacemente descritto come un viaggio «tra due tunnel bui»: da una parte la miseria conosciuta, endemica, dall'altra un mondo sognato, sconosciuto, ricco di promesse che non sempre avrebbe mantenuto. 
Antonio Elefante cita un volume che raccoglie lettere di emigrati cilentani:

E ben si addice a descrivere tale esperienza il titolo del volume di Domenico Chieffallo [2]. Il viaggio emigratorio “inizia con la ‘notte’, ‘l’ignoto’ delle cause delle disuguaglianze, delle cause storiche, vissute con un segno di impotenza, pregustando magari un ritorno improbabile da vincitore. Alla base di tutto ciò non vi è qualcosa che somiglia alla ‘notte dei tempi’, che è conoscibile e che non promette avvenire. Ma tra sudori, fatiche, proiezioni sui figli è in agguato un’altra ‘notte’, una sirena sconosciuta, affascinante e piena di promesse. Anch’essa, dopo il tratto migliore della vita, spesso si rivela non diversa dalla ‘notte’ della partenza. Arriva la fine della vita, del tempo di vita: è notte per sempre e per tutti, anche per quelli che hanno creduto di vincere o di aver vinto. L’emigrazione, quando è condanna obbligata, raramente porta felicità. Neppure la ricchezza, quando la si raggiunge, riesce a rendere più lieve la nostalgia” [3].

[2] Domenico Chieffallo, Venimos de la noche y hacia la noche vamos (Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo) Lettere di emigrati cilentani, Acciaroli, Edizioni del Centro di promozione Culturale per il Cilento, 2005 
[3] Ibid., pp. 8-9.

A spingersi oltreoceano contribuirono le politiche di attrazione degli Stati sudamericani, la propaganda degli agenti di emigrazione e una stampa che alternava la descrizione delle misere condizioni del Mezzogiorno alle opportunità offerte dal Nuovo Mondo: il lavoro salariato, la mobilità sociale, persino una maggiore libertà individuale.
Eppure chi partì non recise mai del tutto il legame con la propria terra. Nei paesi d'approdo gli emigranti ricostruivano attorno a sé frammenti del mondo lasciato: le feste patronali, le processioni, le immagini dei santi benedette prima della partenza. La devozione religiosa diventava così un modo per restare vicini a chi era rimasto, per condividere a distanza gli stessi momenti, per non perdere un'identità che la lontananza minacciava ogni giorno. 
Anche la Chiesa comprese presto la portata del fenomeno: già Leone XIII, nella lettera apostolica Quam aerumnosa, aveva sottolineato il dramma di quegli uomini esposti alle insidie del viaggio e del mondo nuovo, e aveva inviato il clero a raggiungerli nelle terre lontane:
È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta.                           Leone XIII, Quam aerumnosa
A tenere in vita il filo con la madrepatria contribuivano soprattutto le lettere. In esse traspare con forza la nostalgia, fatta di tristezza continua, insonnia, pensieri ossessivi rivolti al paese, al paesaggio, alle persone care. Gli emigranti narravano il viaggio, il lavoro, le difficoltà di adattamento; chiedevano fotografie, organizzavano collette per la chiesa o il cimitero del paese, si facevano carico di un legame che la distanza fisica non riusciva a spezzare. Scrivere era, in fondo, un modo per stare insieme «a dispetto delle distanze».
Accanto alla dimensione del dolore e della nostalgia, l'emigrazione portò però anche trasformazioni profonde. Chi tornò -soprattutto  le generazioni più anziane, richiamate dagli affetti e dal desiderio di «farsi una casetta e una terra tutta sua»- non era più la stessa persona partita anni prima. Portava con sé esperienze, competenze, una mentalità diversa. Un ritorno che non era solo economico, ma umano: uomini e donne cambiati dal mondo, che portavano in dote al paese d'origine qualcosa di più delle rimesse in denaro.

Altre citazioni
I versi della poetessa María Antonieta Flores sono tratti da Antologia della poesia venezuelana,  in: Poesia del nostro tempo.
La foto dei valvesi a Caracas, raccolta da Valentino Cuozzo in Valva Foto Storiche, è pubblicata da Gozlinus.
G.V.

28 dicembre 2024

UN ROMANZO AMERICANO: LA FAMIGLIA FREDA, 1

Un elenco e il primo nome.

Basta seguirne le tracce e ci si ritrova nelle pagine di un romanzo italiano e americano.

L'elenco è quello di un gruppo di italiani emigrati negli Stati Uniti che nel febbraio 1924 partecipano alla serata organizzata a Newark per raccogliere fondi da inviare al loro comune d'origine, Valva, allo scopo di costruirvi un monumento ai caduti in guerra.

Il nome è quello di Giacomo A. Freda, il romanzo quello di una famiglia che ha avuto due soldati che hanno combattuto la Grande guerra nell'esercito americano, un musicista professionista, un colonnello dell'aviazione che riposa al cimitero nazionale di Arlington (dove tra gli altri è sepolto John Kenned).

Amodio e Antonia

Partiamo da due valvesi emigrati a inizio Novecento, anche se in due momenti diversi: Amodio Giuseppe Maria Freda (classe 1857), figlio di Giacomo e di Maria Spiotta, e sua moglie Maria Antonia Alfano (classe 1869). 

Maria Antonia appartiene a una famiglia di cui ci siamo già occupati nel post La famiglia del venditore di maccheroni: è infatti la sorella di Ferdinando Alfano, emigrato nel 1909.

Il 1 luglio 1907 risultano registrati Freda Amodio & son.

I figli dovrebbero essere Giacomo  e Guerino, come apprendiamo dal censimento del 1910. 

Il documento non è molto preciso, ma ci consente di fissare alcune informazioni: Amodio risulta proprietario di un negozio di scarpe e i tre abitano a Newark, in Clay St. 77.
Negli elenchi della città di Newark del 1910 e 1911 risulta più genericamente "calzolaio".
Amodio non sa leggere né scrivere; nel censimento del 1930 risulterà invece che -pur non avendo frequentato la scuola e non parlando inglese- sa leggere e scrivere.  

Amodio rientra in Italia
Nel 1913 circa Amodio rientra in Italia.
Lo sappiamo perché in quell'anno, arrivando negli USA, il figlio Alfonso dichiara che il padre è il suo parente più prossimo in Italia.
Ci sembra particolarmente interessante il censimento del 1915:
Jack, Guerino e Alfonso Freda risultano insieme alla famiglia dello zio materno Ferdinando Alfano.

Gli altri Freda arrivano in America
Il 28 febbraio 1921Amodio torna negli Stati Uniti.
Con lui, sbarcano dal Cretic la moglie Antonia, il figlio Michael  (1898) e le figlie Angelina  (1901), Loretta (1903) e Caterina (1905). Sono tutti nati a Valva.
Dichiarano di andare da Alfonso, che risiede al 20-22 di Boyden Street, a Newark. La loro parente più prossima in Italia è la nonna delle bambine, Loreta D'Ambrosio.

Giacomo Amodio, "Jack"
Il primo valvese nell'elenco della serata tenuta a Newark è Giacomo, nato a Valva il 20 agosto 1891.
Arriva negli USA insieme al padre nel 1907. 
La data ci pone un problema: quello relativo alla visita miliare, che risulta essere fatta in Italia (dichiara di essere calzolaio). 
È riuscito a farla prima della partenza? Sembra un po' troppo giovane, per la verità. 
Il dubbio principale riguarda ovviamente la partecipazione alla Prima guerra mondiale; come vedremo, due suoi fratelli la combatteranno nell'esercito statunitense. 
Nel 1928 Giacomo chiederà la cittadinanza americana.
Risulta agente assicuratore e dichiara il nome completo: Giacomo Amodio. 
Giacomo morirà nel settembre 1944 a Newark.
La figlia Lucille ricorderà che il padre era appassionato di musica: suonava il violino in una piccola orchestra, in feste locali e cerimonie.
La moglie Aida R. morirà nel maggio1961.
Aida Libero era arrivata negli Stati Uniti a soli due anni. Con lei, il padre Antonio, la madre Filomena e i fratelli Antonio e Umberto. Dichiarano di andare dallo zio materno, Alfonso Perillo.
Una lapide a forma di cuore
Intanto, nel 1937 era deceduto Amodio, nel 1938 Antonia, entrambi a Newark.
Riposano nel Fairmount Cemetery, sotto una  lapide a forma di cuore, scritta in italiano.
P.s. Documents are taken by www.ancestry.com and www.it.findagrave.com
G.V.

22 agosto 2024

LA MEMORIA È LIBERTÀ -Il monumento ai caduti di Calabritto (parte 1)

Stamattina volevo iniziare il mio giro tra i monumenti dell'Alto Sele da Santomenna, ma la mia tendenza a girare senza un piano rigidamente scandito e il mio discutibile senso di orientamento mi hanno portato prima a Castelnuovo. Ora supero il fiume e per logica dovrei cominciare da Caposele: ecco che invece mi trovo a Calabritto e poi tornerò al comune nel quale nasce il fiume che dà nome alla valle.

Non è un problema, mi dico. L'importante è ricordare tutti i caduti della zona in cui sono nato, dei comuni che posso abbracciare con lo sguardo dal balcone di casa, quelli da cui provengono le persone che trovo sul pullman quando ritorno a Valva. L'ordine logico di un percorso lo lascio a quelli più precisi di me (quasi il resto dell'umanità, forse).

Dunque, Calabritto: il comune che quando ero bambino mio nonno mi presentava come il comune in cui la ricostruzione post terremoto era più avanzata. 

Bella questa vittoria alata "come donna vestita all'antica", leggo nel Catalogo generale dei beni culturali. Mi verrebbe da chiedere cosa significhi di preciso "all'antica" e come potrebbe mai essere vestita una statua femminile che sia l'allegoria della vittoria, ma oggi sento che sono qui per fare domande più che per ottenere risposte.

Oltre a persone a me care che qui hanno preso il cognome, noto un elemento che in qualche modo mi avvicina a questo luogo, che accomuna questo monumento a quello da cui è partita l'idea del mio blog: il monumento di Valva.

Entrambi, infatti, sono sorti grazie al contributo degli emigrati nella città di Newark

New Jersey: nel 1924 la raccolta fondi dei valvesi, nel 1928 quella dei calabrittani (almeno è questa la data che leggo incisa sul monumento).


Società patria Libertà e lavoro.

È comprensibile che un gruppo di italiani emigrati in America abbia scelto questo nome per un'associazione di mutuo soccorso.

Liberando dal bisogno, il lavoro riconosce e valorizza la dignità umana. Forse questa è anche una definizione della memoria. Ricordare -nella verità e nella corretta contestualizzazione storica- libera dal rancore e dal fanatismo; ricordare -nella consapevolezza che la verità storica è sempre una conquista fragile e mai assoluta- libera dalla boria e dalla tentazione di fare della storia un tribunale morale in servizio permanente.  

A cento anni di distanza, non si avvertono più il profumo dell'incenso e l'eco della retorica, ma restano i nomi di giovani caduti in guerra e le loro età fissatesi per sempre in un numero inaccettabilmente piccolo. 

Questo blog non cerca eroi, ma radici; non si propone di celebrare vite inimitabili d'una eletta stirpe guerriera, ma di raccontare semplici vicende umane spezzate dalla guerra, che ha sottratto tanti giovani ai campi o a un lavoro da artigiano, alla vita nella famiglia e nella comunità.

Spesso seguiamo la traccia delle radici anche fuori dall'Italia, lungo i percorsi dell'emigrazione. Abbiamo dedicato un episodio del documentario Di radici e di sangue all'associazionismo italiano negli Stati Uniti. 

Proprio dalla biblioteca di Newark emergono foto di emigranti di Calabritto. Ritratti di famiglia che hanno varcato l'oceano nel fagotto degli emigranti, foto di processioni di epoca fascista direttamente da Calabritto, come queste:

fonte: Internet Archive

La scritta alla parete non è completa, ma possiamo ricostruirla sulla scorta di scritte simili: Il ricordo delle antiche prove freme nei nostri cuori così come l'impeto verso il futuro.

Oggi queste parole ci appaiono senz'altro come un indizio di fascistizzazione della memoria della guerra, con un accenno fallace a un futuro di potenza. Con la distanza temporale che abbiamo a disposizione, possiamo ricostruire il clima culturale ed emotivo nel quale sono sorti monumenti e sono state scritte queste frasi.

Si noti il patriottismo che emerge da questa foto, con la scritta W il Re sullo sfondo di una processione con molte statue (come un tempo si usava il giorno della festa patronale):

fonte: Internet Archive
Altre frasi della propaganda fascista sono leggibili in questa foto:
fonte: Internet Archive

In queste altre foto vediamo la processione della Madonna della Neve e di San Giuseppe negli Stati Uniti:

fonte: Internet Archive

fonte: Internet Archive

Un altro elemento mi porta in America. A pochi metri dal monumento ai caduti, infatti, vedo una fontana con la statua di Umberto I. L'epigrafe è vergata con la retorica di inizio Novecento:

Lo stesso busto lo ritrovo in una cronaca dell'Illustrazione italiana (celebre settimanale illustrato), dell'ottobre 1904:
fonte: Internet Archive

Il signor Alfonso Monaco, emigrato negli Stai Uniti, dona al suo paese natale un monumento al "re martire", con un pensiero che l'articolo definisce "geniale": "se dall'America partì il regicida, anche dall'America si mostrasse il valore dei calabritti ivi emigrati".
Credo che la fine della monarchia abbia suggerito di ricollocare il busto. Anche la memoria deve fare i conti col vento che cambia. 

Il mio senso dell'orientamento mi ha portato in America; per parlare del monumento di Calabritto occorre un secondo post. Confido nella vostra pazienza. 

Le foto delle processioni vengono dalla Gerard Zanfini and Michael D. Immerso First Ward Italian collection, presso: Charles F. Cummings New Jersey Information Center, Newark Public Library.

Newark, Newark

Il monumento di Calabritto è legato alla città americana di Newark.
Segnaliamo queati due episodi del documentario Di radici e di sangue:
L'episodio numero 4 ha come titolo 👉Patrie-Tra identità e integrazione.
Presenta le attività delle associazioni di mutuo soccorso, che nascono non solo dalla necessità di fornire assistenza agli iscritti ma anche da quella di costituire un punto di riferimento per persone che vivono in un mondo così diverso da quello nel quale sono cresciute. 
Queste associazioni sono fondamentali anche per l'integrazione degli emigrati negli Stati Uniti, oltre che a mantenere viva la loro identità, il legame con le radici.
Il quinto episodio si intitola 👉Come al paese -Una piccola Valle del Sele in America.
Si concentra sui circoli degli emigranti della Valle del Sele (Valva, Caposele), con particolare attenzione alla dimensione religiosa (ad esempio, la processione di San Gerardo a cura della comunità di Caposele). 

Approfondimento

Il nostro viaggio tra i monumenti ai caduti nei comuni dell'Alto Sele ha già fatto tappa a Castelnuovo di Conza e a Santomenna:

Monumenti ai caduti dell'Alto Sele, 3 continua

G.V.