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03 dicembre 2024

IL FIUME VERSO CASA: LA STORIA DI ANTONIO

Il 4 settembre 1942 è un venerdì.
A El Alamein, in Egitto, le forze britanniche fermano le forze dell'Asse: tra poche ore la vittoria strategica degli Alleati sarà sancita.
A Valva, diciassette giovani fanno la visita militare: saranno gli ultimi ad essere chiamati in guerra, da gennaio fino al 29 agosto 1943.
Come Pasquale Cappetta, che a diciotto anni e mezzo si troverà a Cefalonia e poi, scampato all'eccidio, in un campo di prigionia tedesco.
Oggi raccontiamo la storia di un altro soldato valvese che ha fatto parte dell'ultimo gruppo di chiamati alle armi: Antonio Torsiello.
Cento anni fa
Proprio oggi avrebbe compiuto cento anni.
Antonio nasce infatti a Valva il 3 dicembre 1924, figlio di Raimondo e di Francesca Fasano. 
Ecco come appariva Valva nel 1924:
fonte: Gozlinus; il castello è in ristrutturazione,
la "Torre normanna" ancora non è stata costruita;
si nota l'antica torre detta del "Belvedere"
Quando si presenta alla visita di leva, Antonio non ha ancora diciotto anni; dichiara di avere la licenza elementare: non sono molti i suoi compaesani ad avere questo titolo. Nel frattempo suo padre Raimondo è deceduto.
Chiamato alle armi il 28 agosto, vi giunge -come dicevamo- il giorno dopo.
Lo troviamo nel Deposito del 226° Reggimento Fanteria in Molfetta.

Sciolto dopo la Prima Guerra Mondiale, il 1 marzo1939 viene ricostituito con il nome di 226° Reggimento Fanteria Arezzo e il 24 maggio 1939 viene inquadrato nella Divisione di Fanteria Arezzo (53.a), insieme al 225° Reggimento Fanteria e al 53° Reggimento Artiglieria per D.f.
Sappiamo che la Divisione Arezzo nella Seconda Guerra Mondiale si trova in Albania, occupata dagli italiani. All'entrata in guerra dell'Italia, la divisione si trova schierata al confine jugoslavo. Quando Antonio arriva, la Divisione è destinata al presidio delle zone di Sarantaporos e di Belica: operazioni di rastrellamento e controllo del territorio.
 

Lo sbando
Pochi giorni ed è già il caos dell'8 settembre 1943: l'esercito è allo sbando, chi può torna a casa e sarà significativamente definito "sbandato" nei documenti militari.
La Divisione Arezzo è in forza al 343° Reggimento Fanteria a Corizza, nell'Albania meridionale (al confine con la Grecia). 
Sul foglio matricolare di Antonio Torsiello leggiamo che all'atto dell'armistizio "trovavasi in servizio presso il 226° Reggimento Fanteria in Molfetta, successivamente non è venuto a trovarsi in territorio metropolitano occupato dai non Fascisti".
Una formula contorta, obiettivamente, per descrivere una situazione insolita e purtroppo non adeguatamente prevista dai comandi militari: il territorio italiano occupato dai tedeschi. 

Ad esempio, sappiamo che il 17 settembre la 53.ma Divisione Arezzo viene circondata da uno schieramento di autoblindo e mitragliatrici dell'esercito tedesco: viene chiesto di combattere con i tedeschi.
Possiamo ipotizzare che Antonio non si sia trovato in questa situazione, altrimenti avrebbe sicuramente raccontato un'esperienza così drammatica (e un'eventuale fuga dai tedeschi).
Dunque, Antonio non torna a casa ma resta al suo posto.
Il 5 ottobre 1943 viene trasferito al 401° Reggimento Fanteria.

Questo reggimento dovrebbe essere il 401° Reggimento Pionieri, inquadrato nella 209ª  Divisione ausiliaria nel nuovo esercito cobelligerante italiano, a sostegno degli Alleati; questa divisione in particolare sarà al seguito degli inglesi dell'Ottava armata. La divisione seguirà lo spostamento del fronte verso Nord: alla fine della guerra si troverà dislocata tra Abruzzo, Umbria e Marche.  

La malattia e l'avventuroso ritorno a casa
Il 25 aprile 1944 Antonio viene ricoverato per un'infezione ai polmoni all'ospedale militare di Bari, dove resta fino al 12 giugno.
Ne accadono di cose, nell'ultima settimana in cui Antonio è ricoverato: gli Alleati liberano Roma il 5 giugno, il re Vittorio Emanuele III lascia al figlio Umberto la luogotenenza del Regno, gli Alleati sbarcano in Normandia.
Dopo una licenza di convalescenza di 90 giorni, si presenta alla visita di controllo e viene inviato in licenza di 40 giorni: è il 14 settembre 1944.

I ricordi della figlia e della nipote
Ecco come la figlia Cecchina ricorda i racconti del padre su questo periodo:

Quando eravamo bambini, mio padre cercava di non raccontarci vicende che ci avrebbero scossi; cresciuti, avevamo altri interessi, ma lui ci nominava sempre una terra lontana, che si raggiungeva per mare o in elicottero, dove combatteva e dove si ammalò. Gli dispiacque lasciare i suoi compagni. Fu ricoverato prima nell'ospedale militare da campo, poi nell'ospedale militare di Bari. 

Allo scadere della licenza, però, Antonio rimane "arbitrariamente a casa", come riportato dal foglio matricolare.
Diamo ancora la parola alla figlia: 

Mandato a casa per quaranta giorni [il ricordo coincide perfettamente con il foglio matricolare], non si ripresentò. 

La nipote Antonietta ricorda ancora i racconti che ascoltava da bambina, soprattutto nei giorni dedicati al ricordo (come ad esempio il 4 Novembre). Con lei cerchiamo di ricostruire la circostanza del mancato rientro dalla convalescenza:

Nonno non era guarito dall'infezione ai polmoni. Sua madre inviò un certificato per testimoniare la malattia e giustificarne il mancato rientro. Fu una questione di tempo: rientrò in ritardo.

Nei racconti di Antonio Torsiello colpisce un particolare: il ritorno a casa, forse dopo il ricovero. Ecco come lo ricostruisce la figlia:

Dato che c'erano i tedeschi, si fece a piedi il tratto da Barletta a casa: camminava di notte e di giorno si nascondeva sotto i ponti, costeggiando il fiume. 
Un antico ponte romano sul fiume Ofanto; fonte

Ai figli, Antonio raccontava anche le vicende della guerra di liberazione ed esprimeva la sua opinione sulle scelte politiche e militari dell'Italia, con queste parole:

Poi ci fu la ritirata dei tedeschi, che avevano occupato anche le nostre zone. I nostri alleati inglesi li spinsero avanti, fino a Montecassino: ancora oggi ci sono i cannoni rimasti e una valle di croci. 
L'abbazia di Montecassino al termine dei bombardamenti;
fonte

Cimitero caduti del Commonwealth a Cassino;
fonte

Secondo mio padre -continua la signora Cecchina- Mussolini aveva sbagliato ad allearsi con i tedeschi, dandoci in pasto ai lupi. Poi ci raccontava che chi si ribellava all'invasione tedesca si riunì sulle montagne: erano i partigiani, i difensori del popolo, come li chiamava.
Una vicenda emblematica
La notizia successiva sul suo foglio matricolare risale al maggio 1947: si presenta al Distretto Militare di Salerno e viene inviato in congedo illimitato, rimanendo a disposizione del Tribunale Militare di Napoli.
Il 16 luglio 1953 viene denunciato per il reato di diserzione, ma sarà poi assolto per insufficienza di prove, con sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Napoli in data 2 febbraio 1956.
Sarà riconosciuto invalido di guerra a vita.

La decorazione della Croce al merito di guerra, nella campagna 1940-43-45 e il riferimento alla guerra di liberazione del 1943-45 nella quale "continuò a prestare sevizio militare con le truppe alleate e Bari" ci fanno ritenere  la vicenda di Antonio Torsiello  per alcuni versi emblematica: si inserisce in una sorta di intercapedine della situazione bellica, nella generale confusione di un esercito prima in rotta poi faticosamente ricostituito a sostegno dell'avanzata alleata. 
Vi troviamo la severità militare da un lato (con la denuncia di diserzione), il riconoscimento di aver combattuto nella guerra di liberazione dall'altro.
L'avventuroso ritorno a casa, ancora convalescente, seguendo il  corso dell'Ofanto.
Soprattutto, la sua condizione di invalido, che ne fa una vittima e un testimone della violenza con cui la guerra si abbatte su giovani vite.

Un sentito ringraziamento alla signora Cecchina che ha condiviso con noi i racconti di suo padre e a sua figlia Antonietta Annunciata per la preziosa collaborazione. 
Questo post è un piccolo omaggio per i cento anni del loro papà e nonno.
G.V.

07 settembre 2024

UN NOME CADUTO IN DUE GUERRE: LA STORIA DI UNO ZIO E DI UN NIPOTE

Questa è la storia di uno zio e di un nipote che non si sono mai conosciuti ma che hanno in comune il nome e la morte in guerra.

Il nome è Pietro, i conflitti sono la Prima e la Seconda guerra mondiale, il comune di nascita è Laviano, nell'Alta Valle del Sele.

Pietro Grande vi nasce il 28 giugno 1894, vigilia della festa di san Pietro: è probabile che sia questo il motivo del nome. I suoi genitori si chiamano Antonio e Fusella Maria. 
Pietro è biondo, con i capelli ricci e gli occhi grigi; dal suo foglio matricolare possiamo ricavare due segni particolari: ha una cicatrice alla fronte e la sua dentatura non è sana. 
Il 2 aprile 1914, alla visita militare della leva della classe 1894 il giovane estrae il numero 90.

Fino al 1907, l'estrazione a sorte dettava l'ordine dei coscritti alla "prima categoria", fino a raggiungere il numero previsto dalla legge per il contingente che quel determinato distretto era chiamato a fornire. Gli altri arruolati erano assegnati alla "seconda categoria";  quelli che si trovavano in alcune condizioni giuridiche particolari, generalmente di famiglia, o fisiche erano assegnati alla "terza categoria".
Una legge del 1907 stabilisce che "tutti i cittadini idonei sono arruolati nel Regio Esercito ed assegnati alla prima categoria ove non abbiano diritto all'assegnazione alla seconda o alla terza categoria per ragioni di famiglia nei casi previsti dalla legge". L'estrazione a sorte venne comunque mantenuta, allo scopo di determinare quale parte dei soldati di "prima categoria" dovesse essere lasciata in congedo perché eccedente il numero di uomini che, in base alla legge di bilancio, possono essere trattenuti alle armi ogni anno. 

Pietro è lasciato in congedo illimitato.
Il giorno del suo ventesimo compleanno, una pallottola cambia la storia del Novecento: è l'attentato di Sarajevo, anticamera della Grande Guerra.
Successivamente, il 7 settembre 1914 Pietro è rinviato in congedo illimitato provvisorio in attesa del "congedamento "(oggi diremmo congedo) del fratello Nicola, della classe 1889, "per presentarsi alle armi otto giorni dopo il congedamento del fratello".
Il 5 novembre 1914 Pietro giunge alle armi, essendosi congedato il fratello. Il 9 novembre 1914 è arruolato nel 70° Reggimento Fanteria.
Giunge in territorio dichiarato in stato di guerra in un giorno particolarmente importante per la storia italiana: il 24 maggio 1915.
Di lui il foglio matricolare non riporta altre notizie se non l'ultima, in data 11 luglio 1916: "Morto nel 238° Reparto someggiato, in seguito a ferite riportate per fatto di guerra".

Per ipotizzare i luoghi e le circostanze del ferimento letale, possiamo seguire le vicende del suo Reggimento.
Il contesto è quello dell'offensiva austriaca e della controffensiva italiana nel Trentino: è la cosiddetta "Battaglia degli Altipiani". L'offensiva austriaca è conosciuta con il termine di "Spedizione punitiva". 
La battaglia dura dal 15 maggio 1916 al 27 luglio 1916; a metà giugno inizia la controffensiva italiana. Si stima che le perdite italiane ammontino a quasi 150mila uomini.
Il 70° Reggimento Fanteria costituisce insieme al 69° la Brigata Ancona (Campagna risulta tra le sedi di reclutamento).
Ipotizzando che Pietro sia deceduto pochi giorni dopo la ferita in combattimento, potrà essere utile sapere che il 23 giugno la brigata si trasferisce nel settore del Pasubio e partecipa alla controffensiva italiana, avanzando fino a Valmorbia e concorrendo alla riconquista di Monte Trappola. 
Dal 22 giugno al 31 dicembre la Brigata è nella zona di Vallarsa-Settore Pasubio-Monte Corno- Altipiano Col Santo.
Dunque Pietro muore quando è in cura nel reparto someggiato della 38.ma sezione Sanità.

Durante la Grande Guerra furono mobilitate 89 sezioni di sanità; ciascuna era divisibile in un reparto carreggiato (con uso di carreggio) e due reparti someggiati (con uso di muli), contraddistinti da numerazione espressa in centinaia, con il numero della sezione nelle unità (poi decine) e il progressivo nelle centinaia (nel nostro caso, 38 sezione di sanità, 238 reparto someggiato; l'altro reparto someggiato era il 138). fonte
Cinque mesi dopo, il 22 dicembre 1916, sua sorella Concetta -moglie di Francesco Borriello- dà alla luce un bambino al quale dà il nome di Pietro.
Quando nel maggio 1937 viene dichiarato rivedibile alla visita di leva, forse Pietro Borriello pensa che non diventerà un soldato; l'anno dopo, però, è chiamato alle armi il 25 marzo e lo stesso giorno lo troviamo nel 31° Reggimento Fanteria.
Pietro Borriello è abbastanza alto per l'epoca, ha i capelli lisci castani, il viso lungo e il mento sporgente, come riporta il suo foglio matricolare. 
Anche nel suo caso, viene annotato che la dentatura è guasta: è un elemento molto ricorrente nei fogli matricolari dei soldati delle due guerre, un chiaro indizio delle condizioni difficili in cui vivevano i giovani che si presentavano alla visita di leva. 
Pietro sa leggere e scrivere, come vediamo nel retro della foto:

Ancora non sa che subirà lo stesso destino dello zio da cui ha preso il nome.
Evidentemente Pietro è  in gamba, visto che già nel mese di luglio è nominato fante scelto; il 15 agosto è promosso col grado di caporale.
Il 25 settembre 1939 è trattenuto alle armi e il 28 gennaio 1940 è inviato in licenza straordinaria senza assegni di un mese, a Laviano; rientra al reparto il 27 febbraio.
Il 1 marzo 1940 lo troviamo nel 32° Reggimento Fanteria, Divisione Siena, con sede a Caserta.
Lo troviamo ricoverato proprio all'ospedale militare di Caserta dal 16 al 26 aprile; successivamente, è inviato in licenza di convalescenza.
L'11 giugno 1940 lo troviamo in territorio dichiarato in stato di guerra: Benito Mussolini ha da pochi giorni annunciato che l'Italia è entrata in guerra.
Il reggimento, che era dislocato in Piemonte con compiti di riserva, partecipa alla campagna contro la Francia.
Il 1 luglio Pietro parte dal territorio dichiarato in stato di guerra e il 20 settembre si imbarca a Bari; sbarca d Durazzo, in Albania, il 22 settembre.
Il 32° Reggimento è alle dipendenza del Corpo d'Armata della Ciamuria: viene schierato nella parte meridionale dello scacchiere di guerra, in Epiro.
Il 28 ottobre troviamo Pietro "in zona di operazioni": è una data importante, perché proprio in questo giorno in cui ricorre l'anniversario della marcia su Roma Mussolini decide di attaccare la Grecia, dall'Albania. 
In questa data il suo reggimento riceve l'ordine di preparare la partenza verso in confine greco-albanese.
La successiva informazione presente sul foglio matricolare di Pietro Borriello è la seguente: Tale deceduto in seguito a ferite riportate in combattimento, il 5 dicembre 1940.

🙏Un fratello di Pietro, Giovanni, chiamerà uno dei figli come il giovane soldato caduto in guerra. 
Proprio oggi il signor Pietro Borriello, che ha collaborato a questo post con le informazioni e le foto, compie ottanta anni. 
A lui il nostro ringraziamento per la collaborazione e un fervido augurio di buon compleanno.

Approfondimento
Sulle vicende sul fronte greco-albanese, si veda il post: 
👉 La meglio gioventù

Ai caduti in guerra di Laviano abbiamo dedicato tre post, in occasione dei cento anni dall'inaugurazione del monumento che li ricorda:
👉I cento anni del monumento ai caduti di Laviano- Un secolo di memoria
👉Dalla gleba oscura- I caduti di Laviano
👉All'ombra solitaria dei monti nativi -Le storie dei caduti lavianesi

Le notizie sulla Brigata Ancona sono tratte da www.storiaememoriadibologna.it

G.V.

11 agosto 2024

DOMENICO, LA RESISTENZA SUI MONTI D'ALBANIA

La vicenda di Domenico Torsiello ci consente di indagare un aspetto non molto noto della Seconda guerra mondiale degli italiani: soldati che restano in Albania dopo l'8 settembre, resistono alla cattura da parte dei tedeschi e vanno in montagna a combattere al fianco della Resistenza albanese.

Domenico nasce a Valva il 13 maggio 1923, da Nicola e Virginia Torsiello. Alla visita militare, nel 1942, risulta orfano di padre.

Chiamato alle armi, vi giunge il 9 gennaio 1943, assegnato al Deposito 9° Reggimento Autieri in Macerata. Imbarcatosi a Bari, giunge a Durazzo in Albania il 29 luglio 1943, nell'auto drappello Q.G. della Divisione "Firenze".

Bandiera del Regno albanese; fonte: Wikipedia

A questo punto, sul suo foglio matricolare troviamo un'annotazione insolita:

Foglio matricolare, Archivio di Stato di Salerno
 Proviamo a trascrivere:
Sbandato per gli avvenimenti bellici e portatosi (?) in montagna, 8 settembre 1943
Rimpatriato da Durazzo, 1 giugno 1945
Sbarcato a Brindisi, 1 giugno 1945

Come al solito, tre righe riassumono quasi due anni di guerra (o di prigionia, come accade a tanti altri militari italiani in quello stesso periodo).

Il contesto però, come dicevamo, è insolito.

Dopo l'armistizio di Cassibile, la 9ᵅ Armata italiana in Albania subisce un duro colpo a causa dell'indecisione dei suoi comandanti: quattro delle sei divisioni italiane vengono catturate dai tedeschi. Tuttavia, la 151ᵅ Divisione Fanteria "Perugia" e la 41ᵅ Divisione Fanteria "Firenze" resistono. Il generale Arnaldo Azzi, che comanda la "Firenze", rifiuta di cedere le armi e si allea con l'Esercito Albanese di Liberazione Nazionale. Nasce il Comando Italiano Truppe alla Montagna (CITaM), che riunisce soldati italiani dispersi.

Sul sito ANPI leggiamo:

E' così costituito il "Comando Italiano Truppe alla Montagna" (CITaM), forte di migliaia di uomini suddivisi in alcuni comandi di zona. Risulta presto evidente che una tale massa di uomini e un simile schieramento in terra straniera non sono adatti alla guerra partigiana, e così, presto, il CITaM, sottoposto all'attacco dei tedeschi e alla difficile convivenza con le formazioni della Resistenza albanese, si sbanda. Gli italiani, costretti a cedere agli albanesi armi ed equipaggiamento, trovano rifugio e ospitalità presso la popolazione locale. Alcuni militari entreranno poi nella Resistenza albanese.  fonte

Alla fine della guerra, Domenico si imbarca a Durazzo e sbarca a Brindisi il 1° giugno 1945; il giorno dopo lo troviamo nel campo di Taranto. A giugno ottiene una prima licenza di sessanta giorni, il 25 agosto si presenta al distretto di Salerno e viene inviato in licenza straordinaria senza assegni in attesa di reimpiego. La guerra per lui è davvero finita.


Fonti consultate:

G.V.

08 agosto 2024

LA GUERRA INFINITA: LA STORIA DI FLAVIO, LIBERATO IN FRANCIA

La storia di Flavio Caldarone sembra quella di una guerra infinita. Dicevano di lui che avrebbe potuto fare l'attore, per la sua bella presenza e per il carattere gioviale: allora la storia della sua vita potrebbe essere un film, in cui la dimensione allegra non cancella le scene drammatiche, vissute in pace e in guerra.
Figlio di Michele e di Giovanna Papio, Flavio nasce a Valva il 16 settembre 1921. Alla sua visita militare, nel 1940, la madre risulta già deceduta.
Chiamato alle armi, Flavio vi giunge il 12 gennaio 1941; il 13 giugno è nel Deposito Artiglieria per il 43° Reggimento Artiglieria per divisione fanteria, in Africa Settentrionale.
Il 17 settembre 1941 lo troviamo a Valona, in Albania, nel 48° Reggimento Artiglieria.
La sua divisione è impegnata in operazioni di rastrellamento e si scontra duramente con i partigiani locali, soprattutto nel febbraio-marzo 1942.
Possiamo ipotizzare che Flavio sia stato commilitone di un altro valvese, Domenico Strollo.
Entrambi vengono rimpatriati nell'agosto 1942; dopo una licenza, Flavio rientra nella sua divisione a Novi Ligure ed è trasferito in Francia il 10 novembre 1942.
La divisione è  dislocata nella zona di Alessandria-Novi Ligure per poi trasferirsi nella Francia meridionale, nei pressi di Tolone, lungo la costa nella zona di Cuers, tra Mèounes-lès-Montrieux, Pierrefeu e Carnoules: è la stessa zona in cui abbiamo già incontrato Domenico Strollo.
Catturato dai tedeschi il 10 settembre 1943, Flavio risulta liberato dagli Alleati l'8 ottobre 1944. Possiamo dunque dedurre che dopo la cattura sia stato deportato in un campo di prigionia in Francia, a differenza di Domenico Strollo (sicuramente deportato in Germania). 
Flavio torna in Italia, ottiene una licenza di un mese ed è trasferito al Deposito del 31° Reggimento Fanteria.
Nel febbraio 1945 viene aggregato al Campo affluenza complementi di Raviscanina (Caserta).
A guerra finita, il 13 maggio 1945 viene trasferito al 407°Reggimento Pionieri e pochi giorni dopo al Campo affluenza complementi di Trani.
Il foglio matricolare riporta altre tappe, compreso il ricovero in un ospedale militare. Solo nel marzo 1946 arriverà il congedo illimitato.
Negli anni successivi, Flavio si trasferisce in provincia di Bologna, dove resterà fino alla morte. 
In questa bella foto, scattata mentre era ancora a Valva nei primi anni Cinquanta, lo vediamo col suo inseparabile cappello:
Flavio è al centro, a sinistra rispetto al signore in bicicletta.
Sono presenti anche due fratelli: Luciano (il primo da sinistra) 
e Francesco (alla destra dell'uomo in bici).
Fonte: Gozlinus

Nel 1953, rientrano a Valva le spoglie di Michele Macchia, caduto sul fronte greco nell'agosto 1943.
Nella foto della cerimonia, Flavio Caldarone è il primo da sinistra; è un cugino del giovane caduto (la madre Giovanna era la sorella della signora Clelia, madre di Michele).
Per la foto si ringrazia Veronica Cuozzo
Ci occuperemo ancora della vicenda di Flavio Caldarone, perché tocca aspetti che non abbiamo approfondito molto nel nostro blog: ad esempio, le vicende degli italiani catturati dai tedeschi e internati in Francia e quelle del ricostituito esercito italiano, impegnato nella lotta di liberazione. 

Approfondimento
Ecco i post citati:
👉L'involontario artefice, la storia di Domenico Strollo
👉Michele, tornato avvolto nel tricolore, la storia di Michele Macchia
G.V.

13 settembre 2023

QUANDO I RACCONTI DI ZIO SABINO ENTRAVANO IN CLASSE

Le vicende di Sabino Spiotta mi accompagnano dai banchi delle elementari, quando un suo omonimo nipote era decisamente il più preparato di tutti noi sulla Seconda guerra mondiale e lo citava -a ragione- come una fonte autorevole. 

All'epoca non davo ai racconti degli anziani il peso che darei loro oggi, se fossero ancora qui.

Oggi farei più attenzione, ne sono certo; prenderei appunti, farei domande anche su come corteggiavano le ragazze o sull'origine del loro soprannome (zio Sabino era orgoglioso del suo, mi dice un nipote); farei domande non solo sugli avvenimenti della loro vita ma su come li hanno vissuti.

Ad esempio, se ora ne avessi la possibilità chiederei a zio Sabino di dirmi cosa ha provato il 12 settembre 1943, quando è stato catturato a Giannina, in Grecia, per essere internato il 4 ottobre nel campo di concentramento di Hannover, l'XI B nella fredda nomenclatura tedesca.

Gli chiederei con quale stato d'animo lavorava nella miniera Emilia Schach, a estrarre ferro fino al giorno della liberazione, avvenuta ad opera degli Americani il 10 aprile 1945.

In un documento degli Archivi Arolsen il suo nome,  scritto male, risulta in un elenco di internati che lavorano in un'azienda in Bassa Sassonia, insieme a  prigionieri polacchi, ucraini, olandesi.

La guerra

Alla guerra, Sabino Spiotta aveva preso parte subito, fin dall'11 giugno 1940, quando risulta in territorio dichiarato stato di guerra.  

E' nel 41.mo Reggimento Fanteria, con sede a Imperia; è impegnato nelle operazioni di guerra alla frontiera alpina occidentale con la Francia fino al 25 giugno.

Successivamente si imbarca a Bari per l'Albania, sbarcando a Valona. Dal 19 novembre 1940 al 23 aprile 1941 è impegnato nelle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera greco-albanese.

Nel 1941 il 41.mo Reggimento combatte in Albania e Grecia; ad esempio, sul Golico (Albania), in Valle Desnizza (da dove inizia l'offensiva italiana contro la Grecia) e nella Val Vojussa, fiume reso celebre dalla canzone Sul ponte di Perati, che lo cita in questi versi:  

Sui monti della Grecia 
c'è la Vojussa,  
del sangue della Julia
s'è fatta rossa.

Nel 1942 il 41.mo Reggimento rimane in Albania e Grecia con compiti di presidio. In seguito  all'8 settembre 1943 viene sciolto in Epiro. fonte 

Dal 18 novembre 1942 all'8 settembre 1943, Sabino Spiotta è impegnato nelle operazioni di guerra in Balcania, nei territori greco-albanesi.

Dopo la notizia della cattura, il suo foglio matricolare reca  tre informazioni molto interessanti, che spesso mancano negli altri. 

Innanzitutto, troviamo il nome del campo di concentramento.

Inoltre, troviamo una testimonianza della cosiddetta "civilizzazione degli IMI": alla data del 15 settembre 1944 leggiamo che diventa un "privato al servizio al lavoro". Dal punto di vista giuridico, gli IMI sono trasformati in lavoratori civili, ma per loro il cambiamento di status non ebbe effetti concreti.

Il cambiamento venne annunciato alla fine di luglio e il 3 agosto l’OKW [Comando supremo della Wehrmacht] diramò ai propri comandi l’ordine del mutamento di status: gli internati avrebbero dovuto firmare un foglio e dichiarare di essere disposti a lavorare come civili nel Reich fino alla fine delle ostilità. Contrariamente alle attese tedesche gran parte dei soldati e sottoufficiali rifiutarono di sottoscrivere un impegno formale. I motivi erano molteplici: gli Imi temevano di poter essere accusati al ritorno di collaborazionismo, o di perdere in Italia i propri diritti economici; un ruolo importante giocava anche la paura per i propri congiunti, specie se residenti nell’Italia meridionale. Inoltre il trattamento che il Reich aveva loro riservato spingeva gli internati a diffidare delle proposte tedesche e repubblicane. Le difficoltà incontrate nell’attuazione del provvedimento furono tali che il 4 settembre ’44 l’OKW rese operativa d’ufficio la civilizzazione degli Imi abolendo la clausola della firma. 
 Sabrina Frontera, I militari italiani negli Oflag e negli Stalag del Terzo Reich 

Infine, il foglio matricolare riporta l'interrogatorio dell'ex prigioniero: rientrato in patria il 4 agosto, cinque giorno dopo viene interrogato presso il distretto militare di Salerno e viene mandato in licenza straordinaria.

A Sabino Spiotta è stata concessa la Croce al Merito di Guerra: prima e seconda concessione per la partecipazione alle operazioni durante il periodo bellico 1940-1943, terza concessione per internamento in Germania.

Un doveroso ringraziamento al nipote Gerardo Spiotta per la preziosissima collaborazione.

G.V.

03 agosto 2023

IL MISTERO DEI DUE CADUTI IN GUERRA CON LO STESSO NOME

È bello raccontare storie in cui tutti i tasselli siano al posto giusto, ma a volte capita di dover ammettere che i dubbi sono superiori ai dati accertati. Altre volte ci sono i dati e addirittura le foto, ma in paese non c'è più memoria delle persone.
Questo è uno dei casi.
Due caduti in guerra valvesi hanno lo stesso nome e sono di difficile identificazione: Giuseppe Macchia.
Giuseppe Macchia fu Giacomo (1911)
Il primo è nato nel 1911 ed è uno dei caduti della Divisione Acqui, a Corfù, il 9 settembre 1943. 
Ne abbiamo una foto grazie a un meritorio lavoro di una classe del liceo "G. Da Procida" di Salerno:
fonte
Ecco il suo atto di nascita:
Nel 1937, Giuseppe sposa Giacomina Cuozzo, a Caposele.
Non sono chiari i motivi di questa scelta degli sposi, visto che entrambi sono residenti a Valva, ma leggendo l'atto di matrimonio possiamo formulare un'ipotesi:

La mamma dello sposo, Francesca Torsiello (già defunta all'epoca del matrimonio) in questo documento risulta residente a Caposele.
Gli sposi potrebbero aver scelto di farle un omaggio celebrando il proprio matrimonio a Caposele (o più probabilmente al santuario di Materdomini, frazione di Caposele).
I genitori della sposa sono Michele Cuozzo (già defunto) e Maria Michela Di Leone. 
Non risultano figli negli anni successivi.
Giuseppe partecipa alle operazioni di guerra sul fronte albano-greco-jugoslavo fino alla resa della Grecia e riceve il distintivo del Regio Governo d'Albania. Successivamente è aggregato al Battaglione mitraglieri. 
Quando cade a Corfù, suo padre risulta già deceduto, come vediamo al monumento ai caduti a Valva: 

Giuseppe Macchia di Carmine (1921)
Nemmeno l'altro Giuseppe Macchia è stato identificato.
Nato a Valva il 24 settembre 1921 in via Madonna degli Angeli, è figlio di Carmine e di Anna Spiotta.
Quando Giuseppe nasce, suo padre Carmine è un pastore di trenta anni.
Il soldato risulta caduto il 1 agosto 1943.
Al Comune di Valva  con un evidente errore  risulta "ritenuto disperso in Atene nel settembre 1944 (sic!)".

Approfondimento

Ecco altri post in cui sono citati i due soldati:

Questo è un post di Gozlinus:

18 giugno 2023

GELSOMINO, DA CRETA ALLA PRIGIONIA IN GERMANIA

Ci sono storie che non diventano racconto e sofferenze che non lasciano tracce nei documenti; nei documenti, dico, perché nell'animo di chi le ha patite restano per sempre.
Forse si può dire questo del sergente Gelsomino Cuozzo, nato a Valva l'11 febbraio 1916 da Giovanni e Maria Michela Cuozzo.
Sappiamo che è stato internato militare in Germania, ma di lui non conosciamo al momento neppure il campo di prigionia.
Come sempre, con burocratica sintesi, nei documenti del Distretto militare (oggi all'Archivio di Stato) ci sono solo due date, quella in cui è stato fatto prigioniero e quella in cui è stato liberato: 12 settembre 1943 - 8 maggio 1945, ma rientrerà in Italia solo il 17 settembre. 
Quello che è accaduto nel periodo di prigionia lo possiamo immaginare conoscendo esperienze simili, ma la sofferenza individuale -quella irriducibile, che non si scioglie nel comune dolore- è rimasta chiusa nella sua mente.

La carriera militare
Gelsomino Cuozzo sa leggere e scrivere: ha frequentato la terza elementare.
Durante il servizio militare è nei gruppi artiglieri, poi risulta trombettiere, artigliere scelto, caporale.
In congedo illimitato nel 1938, viene richiamato alle armi nel maggio 1940, quando è assegnato al 91.mo Reggimento Artiglieria.
L'Italia entra in guerra il 10 giugno, Gelsomino il 12 è già in zona di operazioni, ma non siamo riusciti a stabilire dove.
Il 17 settembre si imbarca a Bari per l'Albania, sbarca a Durazzo il giorno dopo.
Il 28 ottobre si trova in territorio dichiarato in stato di guerra, fino al maggio 1941. Viste le date, sembra ragionevole ipotizzare che abbia preso parte all'attacco italiano alla Grecia.
Nel novembre 1942 è trasferito alla 268 Batteria artiglieria controaerea a Creta
Creta, 1941: affresco nella reggia di Cnosso; fonte
Sul foglio matricolare troviamo elementi che ci consentono di ricostruirne la carriera militare: caporale in detto e poi sergente in detto con anzianità, trombettiere, servente al pezzo.
Il servente al pezzo è un soldato addetto al funzionamento di un sistema d'arma, addestrato anche a ricoprire un altro incarico in sostituzione di un posto scoperto. 
Nell'autunno del 1943 Gelsomino risulta ricoverato nell' ospedale da campo della 35 sezione Sanità. Per malattia riconosciuta viene dispensato da compiti di servizio: è il giorno di Natale del 1942.
Il 7 aprile 1943 viene dimesso dal luogo di cura e torna al suo corpo di appartenenza.

Uno dei pochi a dire no ai tedeschi
Gelsomino Cuozzo viene fatto prigioniero dai tedeschi il 12 settembre 1943, quando a Creta si verifica la stessa situazione di altri luoghi in cui italiani e tedeschi si trovano insieme: accettare di combattere con i tedeschi oppure diventarne prigionieri.
Dal sito www.ilpostalista.it troviamo queste interessanti informazioni:
[I soldati italiani a Creta erano 21.700]. Di questi, circa 20mila vennero disarmati e si dichiararono disposti a continuare a combattere con i tedeschi. Gli altri vennero considerati fuggiaschi. Per uno stano fenomeno, ma non si deve dimenticare che le forze armate a Creta dipendevano direttamente dai tedeschi, la quasi totalità dei militari italiani si accordarono con i tedeschi [...]. I militari che non aderirono si stimano non arrivassero a duemila unità. Nel dicembre 1943 i militari internati presenti nell'isola erano circa mille.

Nello stesso sito troviamo questa tabella, relativo allo sgombero dei militari italiani da Creta dopo l'8 settembre 1943.

Gelsomino Cuozzo è stato verosimilmente uno dei primi ad essere portato via dall'isola.

Liberato l'8 maggio 1945, rientra in Italia il 17 settembre 1945.

Creta, 1941: rovine della reggia di Cnosso; fonte

Approfondimento: gli italiani a Creta
Patrizia Larese, nel suo saggio Accadde a Creta. 1941-1945 scrive che nella provincia di Lassithi erano presenti dai 15 ai 22 mila italiani: una percentuale molto alta, se si considera che la popolazione era di circa 70 mila abitanti.  Dopo un primo periodo in cui i cretesi mostrarono ostilità verso gli italiani, considerati invasori, la situazione migliorò e si giunse a un clima di relativa pacifica coesistenza. Da alcune testimonianze risulta che i soldati italiani chiedessero ai cretesi cibo per integrare le loro scarse razioni: si presentavano alle case dei contadini e mostravano foto delle mamme o delle fidanzate per chiedere cibo.

Blog

Per contestualizzare le vicende che riguardano Gelsomino Cuozzo, può essere utile leggere questi post:
Il giorno dopo nel Dodecaneso italiano👉
Il giorno in cui nacquero gli IMI 👉

G.V.

21 settembre 2022

L'8 SETTEMBRE AL DI LA' DELL'ADRIATICO

Le conseguenze dell'armistizio reso pubblico l'8 settembre 1943 sono particolarmente drammatiche per i soldati italiani di stanza nei Balcani e nell'Egeo. 

In questo post analizzeremo in particolare la situazione in Albania.

L'Italia nei Balcani

Con la guerra italo-turca, l’Italia ha occupato le isole del Dodecaneso e l’Epiro settentrionale, un territorio tra Albania e Grecia, di fronte all’isola di Corfù, isola che viene occupata nel 1923.

Nel 1914 l'Italia occupa l'Albania, e dal 1917 al 1920 esercita un protettorato sul piccolo stato balcanico.

Nell’aprile 1939, dopo che Hitler ha occupato la Cecoslovacchia, Mussolini invade l’Albania.

Aprile 1939: l'Italia invade l'Albania

L'illusione della neutralità italiana dopo l'8 settembre

Dopo l'8 settembre 1943, i soldati italiani di stanza nei Balcani e in Grecia devono decidere se consegnarsi ai tedeschi o combatterli.

Si diffonde l'illusione che l'Italia possa rimanere neutrale per evitare ritorsioni tedesche. E' un approccio che condanna le forze italiane, che non prendono iniziative a differenza dei tedeschi.

L'annuncio dell'armistizio coglie di sorpresa i soldati italiani, che non sapevano nulla delle trattative; essi non ricevono un ordine diretto di disarmare i tedeschi, a decidere son i singoli comandanti. 

Alla forze nel Mar Egeo viene ordinato di disarmare i tedeschi solo in caso di "prevedibili atti di forza" da parte di questi ultimi. Nella notte dell'8 settembre, il Comando Supremo dà indicazioni di non fare atti ostili contro i tedeschi; questo determinerà un atteggiamento passivo da parte dei comandi italiani nella regione. L'11 settembre finalmente le direttive sono chiare: bisogna attaccare i tedeschi; è tardi, però: le divisioni italiane in gran parte si sono già arrese. 

Mentre dall'Italia non arrivano ordini, i tedeschi occupano aeroporti, porti, stazioni ferroviarie, vie di comunicazione; ancora una volta, essi si muovono seguendo un piano ben preciso. Promettono di rimpatriare le truppe italiane in cambio del disarmo, ma poi non manterranno gli impegni presi. 

La situazione in Albania

Tra il 25 luglio e l'8 settembre, le forze tedesche sono state autorizzate a occupare tutti gli aeroporti. Le forze italiane sono inferiore a quelle tedesche. 

Nella foto dell'Istituto Luce, una folla di albanesi a Tirana
ascolta il discorso di entrata in guerra dell'Italia; fonte

La sera dell'8 settembre arriva l'ordine di reagire ai tedeschi per non essere disarmati; non si deve però prendere l'iniziativa di atti ostili contro i tedeschi. L' 11 settembre, il comando italiano è circondato: tutti gli ufficiali sono fatti prigionieri. 

I tedeschi fanno opera di propaganda: distribuiscono manifestini che promettono il ritorno in patria agli italiani. Molti soldati sperano di tornare in Italia.  

Un soldato ingannato due volte

Pensiamo a un soldato di Valva catturato in Albania: Enrico Santovito. 

Sappiamo che è stato catturato l'11 novembre. La sua famiglia ha raccontato un episodio relativo alla sua liberazione: fu ingannato e si trovò su un treno diretto in Unione Sovietica; a Praga si accorse dell'inganno e, dopo un mese trascorso a racimolare il denaro necessario al viaggio di ritorno, partì per l'Italia. Potrebbe essere stato ingannato dai tedeschi in Albania e dai sovietici in Germania.


Bibliografia

Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando- L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, il Mulino

Podcast

Il giorno dopo- Il 9 settembre 1943 dei soldati valvesi


G.V.