30 giugno 2026

I CUSTODI DEL FUOCO E DEL FERRO: GLI SPATOLA DI VALVA

Homo faber, ricorda uno dei più celebri proverbi latini. L'uomo è artefice del proprio destino perché può modellarlo proprio come si fa con il ferro: un metallo duro, resistente, eppure non invincibile di fronte al fuoco e alla tecnica umana.
Prima che l'italiano moderno scegliesse la parola fabbro, l'Ottocento esprimeva questa fatica attraverso i termini ferraio o ferraro.
A Valva cambiano le parole per indicare la professione, cambiano i nomi, ma la famiglia resta la stessa: Spatola. 
Dal 1844 al 1913, nei registri delle liste di leva conservati all'Archivio di Stato di Salerno risultano nove soldati con il cognome Spatola nati a Valva; di otto di loro è indicata la professione e ben cinque sono fabbri ferrai o maniscalchi. Una vera e propria dinastia del fuoco e del ferro.

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In questa foto, il piccolo Serafino è nella bottega di papà Michele: ne respira l'odore caratteristico, ne vive l'atmosfera di fatica antica, raccoglie idealmente il testimone del padre. 
Da Quaglietta a Valva
Vengono da Quaglietta, gli Spatola.
La sera del 10 ottobre 1814 Lorenzo Spatola di 46 anni, professione “ferraro”, presenta al sindaco Celestino Bonelli un bambino nato poche ore prima da Giovanna Megaro, di 35 anni. Al bambino viene dato il nome di Onofrio Matteo.
Un benestante (chiamato “signore”) e uno “scarparo” sono i testimoni dell’atto. Lorenzo firma con il segno della croce, i due testimoni con il loro nome.
Prima del 1820, la famiglia Spatola si trasferisce a Valva.
Lo sappiamo perché dai documenti del matrimonio di un altro figlio, Salvatore, quest’ultimo risulta nato a Valva.
Lorenzo e Giovanna hanno almeno una figlia, di nome Caterina, che morirà nel 1854.

Per orientarsi tra i passaggi generazionali, i membri del ramo di Onofrio saranno evidenziati in blu e quelli del ramo di Salvatore in fucsia.

Il ramo di Onofrio
Nel 1837 Onofrio Spatola sposa Antonia Spiotta, di diciassette anni (dunque nata nel 1820 circa). Onofrio risulta ferraio, come suo padre.
Tra i documenti del matrimonio, troviamo gli atti di nascita degli sposi. Quello di Onofrio è rilasciato dal parroco di Quaglietta:
Decisamente più leggibile la grafia del cancelliere di Valva, Valletta, che scrive l'atto di nascita della sposa Antonia:
Nel 1839 nasce Giovanni Luigi Maria, nel 1842 Filomena Maria.
Onofrio e Antonia avranno altri tre figli maschi, come risulta dai fogli matricolari: Michele Arcangelo, nato il 22 settembre 1844; Leopoldo, nato il 21 ottobre 1855 (alla visita militare dichiarerà di essere "fabbro ferraio") e Giovanni, nato il 3 aprile 1858.

Alla nascita di Leopoldo, Onofrio risulta avere 40 anni, la moglie 38. L’età della moglie è chiaramente errata. Il nonno paterno, Lorenzo, risulta deceduto.

Onofrio e Antonia hanno almeno due figlie: il 18 febbraio 1848 nasce Maria Francesca, nel 1851 nasce Raffaella Maria
Nel 1855 muore Filomena; sui registri risulta "ragazza", un termine che veniva utilizzato per indicare una persona deceduta prima dell'età da lavoro.
Non siamo riusciti a rintracciare l'atto di nascita di Filomena; per la verità, ipotizziamo che anche un'altra sorella abbia avuto lo stesso nome, visto che ritroviamo una Filomena Spatola madre di un soldato caduto nella Prima guerra mondiale: Torsiello Antonio (classe 1891, falegname; morto il 18 giugno 1916 in un ospedale da campo, per ferite riportate in combattimento).
Nel 1874 Michele Arcangelo sposa Mariantonia Feniello. Lo sposo è "fabbro ferraio".  L'anno dopo, nell'ottobre 1875, nasce la loro prima figlia: Giuseppa.

Una curiosità: nell'atto di nascita di Giuseppa, papà Michele risulta "bracciale". La coppia abita in via Fontana, 19.

Subito dopo si trasferisce a Colliano, come notiamo dall'atto di nascita del primo figlio maschio: Onofrio, nato nel 1878. 

Nell'atto di nascita di Onofrio il cognome della madre viene erroneamente trascritto come "Fanelli", poi corretto in Feniello con una nota a margine. 
Qui, il padre torna a essere definito "ferraio".

Quando nel 1922 muore a Valva (in corso Vittorio Veneto), Michele Arcangelo risulta ancora residente a Colliano.
Suo figlio Onofrio sposa nel giugno 1900 Maria Megaro, a Valva, dove i due si trasferiscono.
Il 20 aprile 1901 nella casa di Corso Umberto I (che da pochi mesi si chiama così) nasce Antonia.
Il 6 ottobre 1904 nasce Luisa, che nel 1926 sposerà Battista Porcelli. Un suo figlio si chiamerà Onofrio.
Il 26 febbraio 1906 nasce Mario, ma la mamma Maria muore dopo appena quattro giorni, il 2 marzo.
Quando farà la visita militare, anche Mario si dichiarerà "fabbro ferraio".
Il 9 giugno 1910 Onofrio si risposa, con la diciannovenne Maria Michela Spiotta, figlia di Giuseppe e di Maria Feniello.

Nell'atto di matrimonio Onofrio risulta nato a Colliano e residente a Valva, mentre i suoi genitori sono ancora residenti a Colliano. Testimoni di nozze, lo scalpellino Rubino Porcelli e il falegname Attilio Cuozzo.

Nella casa in via Ospedale, nel 1911 nasce Anna, nel 1912 Vita MariaAltri figli verranno più tardi, fino al 1930: Michele, Maria, Angela
Ecco Anna con l'abito tradizionale valvese, in una foto dei primi anni Trenta:


I lettori del blog "la ràdica" già conoscono Maria Michela Spiotta, perché è la sorella di Michele, caduto nella Grande Guerra, e di Angelo, che muore negli Stati Uniti. Alla morte di quest'ultimo, Maria Michela e la sorella Santina faranno erigere una cappella votiva, per esaudire un voto del fratello:

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In questa foto vediamo le due sorelle Spiotta: Maria Michela indossa l'abito della "pacchiana"; la bambina è Maria Spatola.

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Il ramo di Salvatore
Nel 1846 viene celebrato il matrimonio tra Salvatore (ma nell’atto risulta Salvadore) e Anna Maria D’Amato, di ventisei anni come il marito. Lo sposo risulta nato a Valva.
Il 2 giugno 1848 nasce una bambina, alla quale vengono dati i nomi di Pasqualina Alessandrina Vittoria.
Papà Salvadore risulta "ferraio"; una piccola imprecisione sull'età dei coniugi: Anna Maria risulta di due anni più vecchia del marito.
Michele Maria Spatola nasce il 16 marzo 1851.
Nel 1853 nasce, e muore a soli otto mesi, Cassandra
Il 3 aprile 1875, Michele Maria ("ferraio") sposa Maria Francesca Torsiello, di 25 anni, figlia di Angelomaria e di Rosa Valletta. 
La coppia ha subito una bambina: Diletta Anna Maria, che nasce il 21 novembre1875. 
Nasceranno poi almeno quattro figli maschi: Salvatore (classe 1884), Prospero (classe 1886, fabbro ferraio), Serafino (classe 1888, maniscalco), Vincenzo (1891).  
Vincenzo -che alla visita militare dichiara di essere sarto- avrà un destino tragico: cadrà nella seconda guerra da lui combattuta.
Partecipa alla guerra di Libia come tamburino del 22°Reggimento Fanteria. 
Questa prima esperienza bellica per lui è breve, perché rientra in Italia dopo poco più di un mese, il 12 luglio 1913, ferito alla spalla sinistra da un proiettile, nel corso di un'imboscata dei guerriglieri senussi.
Il 21 febbraio 1914 sposa Antonia Maria Corrado, di Michele e Felicia Strollo.
Ma il fango delle trincee lo aspetta. 
Il 24 maggio 1915, il giorno esatto in cui l'Italia entra nella Grande Guerra, Vincenzo è di nuovo in prima linea.
Intanto, il 9 luglio a Valva nasce suo figlio Vinicio.
A denunciarne la nascita in municipio è la levatrice Clotilde Romanini, che dichiara che il padre del bambino si trova "lontano da questo comune". 
Il bambino morirà a soli dieci anni nel 1925.
L'11 agosto 1916, nel caos della sanguinosa sesta battaglia dell'Isonzo, vicino a Gorizia, Vincenzo risulta disperso.
Il nome del soldato caduto rivivrà in uno dei figli di suo fratello Serafino: nato nel 1923, Vincenzo Spatola sposerà la cugina del soldato americano Henry Porcelli. Vincenzo e Maria troveranno la morte insieme a Serafino, a Castelnuovo di Conza la sera del terremoto del 23 novembre 1980.
La giovane donna è Maria D'Amato, che ha in braccio la figlia Maria Michela; l'uomo vicino a Maria è suo marito Vincenzo, l'altro è probabilmente il fratello di questo, Adriano.
La famiglia Spatola negli anni Cinquanta: da sinistra, Adriano e la figlia Rosalba, Michele e il piccolo Serafino, Vincenzo. La bambina sulla destra è Anita Feniello. fonte
Prospero Spatola
,
emigrato negli USA nel 1906, darà a uno dei figli il nome di Vincenzo.
Abbiamo testimonianza anche di un viaggio di Serafino negli Stati Uniti, dove arriva a bordo della nave Napoli il 2 settembre 1913. In questo estratto del registro di Ellis Island leggiamo che con lui ci sono due compaesani, Alfonso Gerardo Freda e Michele  Fasano:
Serafino è diretto a Batavia.
Tre mesi dopo, a Valva nasce suo figlio  Michele.
A dichiararne la nascita in comune è anche in questo caso la levatrice, Clotilde Romanini. Nell'atto di nascita Serafino risulta comunque domiciliato a Valva.
In quest'altra foto, Michele è sempre con il figlio Serafino, ormai giovane collaboratore.

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Si potrebbe scrivere un romanzo sulla famiglia Spatola. Da Quaglietta a Valva, da Valva in Libia e sui monti di Gorizia, da Valva in America. E alcune pagine, importanti, vanno ancora ricostruite: ad esempio, abbiamo notizia di un Michele Spatola, appuntato, figlio di Onofrio, morto nella Terza guerra di indipendenza, nel 1866. Non siamo ancora riusciti a identificarlo con certezza.

Una catena di ferro, fuoco e sangue che il tempo non è riuscito a spezzare.  

Altri post
Le vicende di alcune persone nominate in questo lavoro di ricerca sono state presentate in altri post del nostro blog.
Abbiamo già raccontato la storia di Vincenzo Spatola e Maria D'Amato in 👉Storie come strade e quella del soldato americano Henry Porcelli in vari post, tra cui 👉Il suo nome era Henry Porcelli, un episodio legato anche alle foto scattate a Valva nel settembre 1943, le cui persone ritratte siamo riusciti a identificare grazie a Ornella Spatola.
Ai due fratelli di Maria Michela Spiotta abbiamo dedicato due post: 👉In un declivio di velluto verde, un eroe silenzioso e 👉Il sogno americano infranto sul ciglio di una strada, realizzati grazie alle foto e alle informazioni condivise da Mariana Grisi.
Infine, alcune notizie sul soldato Antonio Torsiello, figlio di Filomena Spatola, si trovano in 👉Una società operaia piange i suoi caduti nella Grande Guerra.

Fonti
Le fotografie di Michele Spatola, Serafino e degli altri membri della famiglia sono tratte dal blog Gozlinus. La foto di Anna Spatola con l'abito tradizionale valvese viene pubblicata per gentile concessione della figlia, Nunziatina Porcelli. I documenti anagrafici citati provengono dal Portale Antenati, fondi degli archivi di stato civile di Quaglietta e Valva. Il documento sullo sbarco di Serafino Spatola negli Stati Uniti proviene dai registri di Ellis Island.

G.V.

29 giugno 2026

STORIA DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

ahora hazte promesa
deshaz la historia
acuéstate sobre la suavidad del horizonte
vuelve a nacer
con nuevas palabras
con la fiereza de quien se ama.

adesso fatti una promessa
disfa la storia
coricati sulla soavità dell’orizzonte
torna a nascere
con nuove parole
con la fierezza di chi si ama.

MARÍA ANTONIETA FLORES

Le drammatiche notizie che arrivano dal Venezuela colpiscono dritto al cuore la nostra comunità. Davanti alle immagini di una terra che trema, è impossibile non pensare ai fili che legano la nostra storia a quella del Paese sudamericano, invisibili ma profondi.
Per questo motivo,  il blog "la ràdica" vuole dedicare un doveroso omaggio al sacrificio, alla dignità e al lavoro di chi ha dovuto lasciare tutto per cercare fortuna oltreoceano. 
Lo faremo in due tempi: prima ripercorrendo le tappe storiche dell'emigrazione italiana in Venezuela; poi -stringendo l'obiettivo- ci soffermeremo sulla presenza della comunità valvese in questo Paese, attraverso immagini e testimonianze già raccolte che restituiscono una parte di questa esperienza.
A chi è partito, a chi è rimasto e a chi oggi soffre: questo è il nostro abbraccio.

Emigrati valvesi a Caracas, Pensione Torino, 1956

PRIMA PARTE - L'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

La ricostruzione storica che segue si basa principalmente su tre fonti, utilizzate per l’analisi dei flussi migratori italiani verso il Venezuela, delle condizioni sociali dell’emigrazione e dell’evoluzione della comunità italiana nel Paese.

Venezuela, terra promessa 
Tra il 1876 e il 1976, circa 26 milioni di italiani lasciarono il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori, alimentando uno dei più grandi esodi migratori mai registrati nella storia moderna. Se nella cosiddetta "grande emigrazione" di fine Ottocento e primo Novecento ad attirare la stragrande maggioranza dei flussi transoceanici erano stati gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina, il secondo dopoguerra aprì nuove rotte verso mete fino ad allora marginali. Tra queste, il Venezuela occupò un posto di primo piano.
L'emigrazione italiana verso il Venezuela fu un fenomeno quasi interamente postbellico: oltre il 90% dei circa 285.000 italiani che vi si stabilirono partì dopo il 1945, con una concentrazione particolarmente intensa nel decennio 1949–1960. 

Poiché gli Stati Uniti mantenevano una legislazione sostanzialmente restrittiva, l'esodo italiano cercò nuove destinazioni, e paesi fino ad allora marginali come Canada, Australia e appunto Venezuela assunsero un peso comparabile a quello delle mete tradizionali. 
I dati lo confermano con chiarezza: nel secondo dopoguerra gli emigranti diretti verso le destinazioni storiche (Stati Uniti, Brasile, Argentina) furono circa 1.113.000, quasi identici ai circa 1.058.000 che scelsero invece le nuove mete transoceaniche.

I grafici sono tratti dall'articolo Brevi note sull'emigrazione italiana verso il Venezuela, cit.

A rendere il Venezuela così attraente fu l'esplosione della sua economia petrolifera e mineraria, che lo portò a superare persino l'Argentina come destinazione preferita. Gli italiani, provenienti in larga misura dal Mezzogiorno, si inserirono nell'edilizia, nell'industria manifatturiera e nelle grandi imprese che realizzarono complessi siderurgici e petroliferi. Il loro contributo alla modernizzazione urbana fu determinante: negli anni Cinquanta una parte significativa degli edifici di Caracas fu realizzata da imprese italiane, mentre la città raddoppiava i propri abitanti, passando da 700.000 a 1,4 milioni in un solo decennio. Per molti emigranti fu una vera e propria rinascita: i debiti del viaggio venivano estinti in pochi mesi, le rimesse affluivano regolarmente in Italia, e beni fino ad allora inaccessibili -automobili, elettrodomestici- diventavano realtà quotidiana.

Il declino
Il declino iniziò alla fine degli anni Cinquanta. Il 23 gennaio 1958, con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, si interruppe bruscamente la sintonia politica che aveva favorito l'insediamento italiano. Seguirono violenze xenofobe e saccheggi, con un picco di rimpatri che nel solo 1958 sfiorò le 17.000 partenze.
Così scrive D'Angelo, nel saggio Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura citato:

È interessante notare come proprio nel 1958 gli italiani che escono dal Paese con visto di residente sono pari al 150% di quelli che vi entrano: anche gli immigrati con più lunga permanenza in Venezuela preferiscono, in moltissimi casi, rientrare in patria. Scrive a tale proposito Ermila Troconis che, una volta caduto il regime, «molti di essi rimpatriarono, poiché già allora la facilità di guadagno non era la stessa; o emigrarono verso altri paesi, poiché si produsse una atmosfera xenofoba» [1].

[1]  Ermila Troconis, El proceso de la inmigración, Biblioteca de la Academia Nacional de Historia, Caracas, 1985

Contestualmente, l'apertura di nuove rotte migratorie verso l'Europa e il triangolo industriale italiano ridusse ulteriormente l'attrattività del Venezuela, fino a rendere il saldo migratorio vicino allo zero. A questo primo momento di frattura se ne aggiunse un secondo, ancora più dirompente sul piano economico: il "Viernes Negro" ["Venerdì nero] del 18 febbraio 1983, quando la svalutazione del bolivar polverizzò i risparmi di una vita e spinse molti a valutare il rientro definitivo in Italia, attratti anche dalla maturazione dei diritti pensionistici.
Nei decenni successivi, la crisi si accentuò ulteriormente. Sotto i governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, il Venezuela scivolò verso un collasso che lo trasformò da terra di accoglienza a paese di emigrazione. I figli e i nipoti degli italiani giunti negli anni del boom si trovarono a fuggire non più dalla miseria del dopoguerra europeo, ma dall'insicurezza, dalla carenza di servizi sanitari e scolastici, dal crollo delle prospettive economiche. Le stime indicano che intorno al 2015 circa 150.000 persone con doppia cittadinanza italo-venezuelana hanno cercato rifugio in Italia o in paesi terzi come la Spagna.
Il 3 gennaio 2026, Nicolás Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti a Caracas, ponendo fine a quasi tre decenni di chavismo. Al suo posto è subentrata come presidente ad interim Delcy Rodríguez, oscillante tra resistenza bolivariana e aperture pragmatiche a Washington, mentre le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche: il 68,5% delle famiglie vive in condizioni di indigenza, l'inflazione supera il 200% annuo e circa otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese dall'inizio della crisi. 
La terra che i nonni italiani avevano scelto come rifugio dalla miseria del dopoguerra è diventata, per molti dei loro discendenti, il luogo da cui fuggire. 

Radici e nostalgia
Anche la Campania fu pienamente coinvolta nel fenomeno dell'emigrazione. La regione aveva già conosciuto la stagione della "grande emigrazione" tra fine Ottocento e primo Novecento; nel secondo dopoguerra i flussi ripresero con rinnovata intensità, orientandosi prima verso i paesi latinoamericani -Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela- e poi, a partire dagli anni Cinquanta, sempre più verso il Nord Europa, dove la domanda di manodopera industriale offriva sbocchi nuovi e più vicini.
Fu un esodo di proporzioni eccezionali, alimentato da cause strutturali che le politiche del tempo non riuscirono a risolvere pienamente. La disoccupazione cronica spingeva alla fuga, ma la fuga lasciava intatta la realtà di partenza, che generava nuova disoccupazione e nuove fughe: un circolo vizioso che si autoalimentava, rendendo il problema «inestinguibile». 
Chi partiva si trovava di fronte a quello che qualcuno ha efficacemente descritto come un viaggio «tra due tunnel bui»: da una parte la miseria conosciuta, endemica, dall'altra un mondo sognato, sconosciuto, ricco di promesse che non sempre avrebbe mantenuto. 
Antonio Elefante cita un volume che raccoglie lettere di emigrati cilentani:

E ben si addice a descrivere tale esperienza il titolo del volume di Domenico Chieffallo [2]. Il viaggio emigratorio “inizia con la ‘notte’, ‘l’ignoto’ delle cause delle disuguaglianze, delle cause storiche, vissute con un segno di impotenza, pregustando magari un ritorno improbabile da vincitore. Alla base di tutto ciò non vi è qualcosa che somiglia alla ‘notte dei tempi’, che è conoscibile e che non promette avvenire. Ma tra sudori, fatiche, proiezioni sui figli è in agguato un’altra ‘notte’, una sirena sconosciuta, affascinante e piena di promesse. Anch’essa, dopo il tratto migliore della vita, spesso si rivela non diversa dalla ‘notte’ della partenza. Arriva la fine della vita, del tempo di vita: è notte per sempre e per tutti, anche per quelli che hanno creduto di vincere o di aver vinto. L’emigrazione, quando è condanna obbligata, raramente porta felicità. Neppure la ricchezza, quando la si raggiunge, riesce a rendere più lieve la nostalgia” [3].

[2] Domenico Chieffallo, Venimos de la noche y hacia la noche vamos (Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo) Lettere di emigrati cilentani, Acciaroli, Edizioni del Centro di promozione Culturale per il Cilento, 2005 
[3] Ibid., pp. 8-9.

A spingersi oltreoceano contribuirono le politiche di attrazione degli Stati sudamericani, la propaganda degli agenti di emigrazione e una stampa che alternava la descrizione delle misere condizioni del Mezzogiorno alle opportunità offerte dal Nuovo Mondo: il lavoro salariato, la mobilità sociale, persino una maggiore libertà individuale.
Eppure chi partì non recise mai del tutto il legame con la propria terra. Nei paesi d'approdo gli emigranti ricostruivano attorno a sé frammenti del mondo lasciato: le feste patronali, le processioni, le immagini dei santi benedette prima della partenza. La devozione religiosa diventava così un modo per restare vicini a chi era rimasto, per condividere a distanza gli stessi momenti, per non perdere un'identità che la lontananza minacciava ogni giorno. 
Anche la Chiesa comprese presto la portata del fenomeno: già Leone XIII, nella lettera apostolica Quam aerumnosa, aveva sottolineato il dramma di quegli uomini esposti alle insidie del viaggio e del mondo nuovo, e aveva inviato il clero a raggiungerli nelle terre lontane:
È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta.                           Leone XIII, Quam aerumnosa
A tenere in vita il filo con la madrepatria contribuivano soprattutto le lettere. In esse traspare con forza la nostalgia, fatta di tristezza continua, insonnia, pensieri ossessivi rivolti al paese, al paesaggio, alle persone care. Gli emigranti narravano il viaggio, il lavoro, le difficoltà di adattamento; chiedevano fotografie, organizzavano collette per la chiesa o il cimitero del paese, si facevano carico di un legame che la distanza fisica non riusciva a spezzare. Scrivere era, in fondo, un modo per stare insieme «a dispetto delle distanze».
Accanto alla dimensione del dolore e della nostalgia, l'emigrazione portò però anche trasformazioni profonde. Chi tornò -soprattutto  le generazioni più anziane, richiamate dagli affetti e dal desiderio di «farsi una casetta e una terra tutta sua»- non era più la stessa persona partita anni prima. Portava con sé esperienze, competenze, una mentalità diversa. Un ritorno che non era solo economico, ma umano: uomini e donne cambiati dal mondo, che portavano in dote al paese d'origine qualcosa di più delle rimesse in denaro.

Altre citazioni
I versi della poetessa María Antonieta Flores sono tratti da Antologia della poesia venezuelana,  in: Poesia del nostro tempo.
La foto dei valvesi a Caracas, raccolta da Valentino Cuozzo in Valva Foto Storiche, è pubblicata da Gozlinus.
G.V.

27 giugno 2026

LA MORTE NELLA GROTTA DI SAN MICHELE

FUORI REGISTRO Terzo episodio
-La morte di Giuseppe Falcone nella Grotta di San Michele-

Ci sono luoghi in cui l’anima trova sollievo e, a volte, il corpo trova rifugio.
Eppure lo stesso luogo che protegge può trasformarsi in una trappola e il rifugio diventare sepolcro.
Per i valvesi, la grotta dedicata a San Michele Arcangelo è stata, in alcuni momenti della storia, il rifugio per eccellenza. Così accadde, ad esempio, nel settembre del 1943: mentre americani e tedeschi si affrontavano a colpi di artiglieria e le bombe cadevano dal cielo, la popolazione cercò riparo tra queste stalattiti, diventate le colonne di un tempio naturale dedicato all’Arcangelo, all’ombra delle sue ali.
Se però sfogliamo i registri anagrafici, la cosiddetta “burocrazia del dolore” ci restituisce anche una realtà diversa.
L’evento “fuori registro” di cui ci occupiamo in questo episodio della nostra rubrica ci riporta indietro al 1837.
Mentre il colera imperversa nel Sud Italia, le pagine del registro dei morti si fanno sempre più dense di nomi e date, segno di una comunità colpita dall’epidemia. Ed è proprio tra quelle righe che emerge la tragica vicenda di un giovane.
 
Il 13 settembre 1837 alle ore ore 18 due testimoni si presentano davanti al sindaco Pasquale Marcello. Si chiamano Lorenzo di Gregorio, di 37 anni, e Alessandro Spiotta di trenta; entrambi sono “bracciali”, cioè braccianti.
I due testimoni dichiarano che alle quattordici di quello stesso giorno “è morto nella Grotta di S. Michele Arcangelo sepolto sotto le pietre della Lamia del Cappellone del Protettore S. Michele Giuseppe Falcone di anni venticinque”.
Su di lui abbiamo poche notizie: nato a Valva, di professione bracciale, figlio di Onofrio (bracciale) e di Mariangiola Seritella.
Due ipotesi
Perché Giuseppe era salito alla Grotta di San Michele?
Possiamo fare due ipotesi.
La prima è legata alla festa di San Michele, il 29 settembre.
In un anno di colera, però, le autorità del Regno avevano vietato gli assembramenti e la festa solenne -con il pellegrinaggio in montagna- quell'anno quasi certamente non si tenne. Possiamo allora immaginare Giuseppe salire da solo alla grotta, per un atto di devozione privata. Con lui, verosimilmente c’erano le due persone che poi sarebbero corse in municipio a denunciarne la morte.
La seconda ipotesi è legata al colera: è possibile che alcuni abbiano scelto di rifugiarsi in luoghi isolati, lontani dai centri abitati. La grotta come lazzaretto naturale, prima ancora che come santuario.
 
Mentre Giuseppe si trovava all’interno della grotta, la lamia cedette.
La lamia è una struttura architettonica rurale in pietra o tufo, caratterizzata da una copertura a volta. Nella grotta di San Michele, la lamia rappresentava l'intervento dell'uomo che cercava di “addomesticare” la natura selvaggia della roccia: una volta in pietra costruita per creare cappelle stabili e asciutte.

Nelle costruzioni tradizionali, la malta – una miscela di calce e sabbia – tiene insieme i blocchi di pietra. L'interno di una grotta, però, è un ambiente ricco di umidità e infiltrazioni: nel corso degli anni, lo stillicidio dell'acqua ha lavato via il collante dalle fessure. Senza più la malta a fare da cuscinetto, i blocchi hanno iniziato a muoversi in modo impercettibile, alterando l’equilibrio delle forze.

Ricostruzione effettuata con l'intelligenza artificiale
Fa impressione pensare a quel crollo.
La grotta, che per generazioni era stata luogo di preghiera e di richiesta di protezione, quel giorno divenne il luogo dell’ultimo viaggio di un giovane valvese. E forse, davanti a quella tragedia, la comunità avrà affidato Giuseppe a San Michele, il custode delle anime, colui che le accompagna nel passaggio verso la luce.
È proprio questa l’immagine di San Michele che emerge, ad esempio, nella Messa da Requiem:
“O Signore Gesù Cristo, Re di Gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso: liberale dalle fauci del leone affinché non le inghiotta il Tartaro e non cadano nell’oscurità: ma il vessillifero San Michele le riporti alla santa luce che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza.”

🙏Grazie all'attenzione e alla passione del nostro amico Gianluca Parisi Perna: anche questo episodio ci è stato segnalato da lui.

Fuori Registro - Il fascino dell'anagrafe 
I registri anagrafici hanno il potere di rapire chiunque li sfogli, anche solo in digitale sul Portale Antenati. Tra carte ingiallite e grafie d'altri tempi, un nome tira l'altro e una dicitura insolita può trasformarsi in un invito alla ricerca. Da questo viaggio tra i documenti nasce Fuori Registro, una rubrica del blog la ràdica che porta alla luce episodi di cronaca, curiosità, anomalie e piccoli misteri nascosti tra le pieghe della storia di Valva e dell'Alto Sele.

G.V.

23 giugno 2026

PASQUALE, COLPITO DA UN FULMINE

FUORI REGISTRO Secondo episodio
-Un fulmine fatale, un cognome che cambia-

Il 17 ottobre 1863 alle 16 davanti al sindaco Antonio D'Urso compaiono due "bracciali" (braccianti), Antonio Villaggio e Antonio Cecere.
Dichiarano al sindaco che quella mattina, in campagna, è morto Pasquale Falcone, "colpito da un fulmine"; anche lui di professione bracciale.
L’età del deceduto risulta essere trent'anni.

🕵️ Un piccolo indizio: quando ci si muove tra le carte d'archivio, è sempre bene guardare i dati con un pizzico di sospetto. Anche una semplice età scritta su un atto può nascondere una sorpresa.

🌾A differenza  dei proprietari terrieri o dei coloni, i bracciali non possedevano terra né contratti stabili: erano lavoratori giornalieri, ingaggiati di volta in volta per i lavori più faticosi e stagionali. 

Ma chi era Pasquale Falcone, il bracciante morto sotto il temporale? Dietro una riga di morte spesso si nasconde una vita intera da ricostruire.
Cerchiamo altre informazioni sui registri dell'anagrafe.
La famiglia Falcone
Il 30 maggio 1831 si celebra il matrimonio tra Michele Falcone e Carminella Marciello.
Lo sposo dichiara di avere circa ventisette anni, la sposa circa ventisei.
Lo stato civile sembra muoversi in base ai tempi della Chiesa: l’arciprete curato Michele Grasso ha rilasciato il certificato il 22 maggio e il sindaco Pasquale Grasso lo ha accettato ufficialmente il giorno prima delle nozze.
Michele è figlio di Domenico Falcone e di Maria Giuseppa Spiotta; i genitori di Carminella sono Michele Marciello e Catarina Torsiello.
Tra i firmatari dell'atto spicca un dettaglio curioso, un pittore: Rafaele (scritto con una sola "f") Valletta.
Il 28 dicembre 1834 nasce Maria Michela. In questo atto la mamma, di 27 anni, viene registrata come Carminella Marcello, scritto senza la "i".
La grafia del cognome torna però a essere Marciello (con la "i") alla nascita di Pasquale Maria, il 18 maggio 1838: è il nostro Pasquale, che venticinque anni dopo si troverà sotto quel temporale fatale.
E' facile ipotizzare la scelta del nome: il bambino è nato il giorno dopo la festa di San Pasquale.
Si noti l'errore nell'indicazione dell'età del giovane deceduto: nel 1863 Pasquale ha venticinque anni, non trenta.
Nei registri, anche un cognome scritto in modo diverso può raccontare qualcosa: non solo l'identità di una famiglia, ma anche la mano di chi, giorno dopo giorno, metteva per iscritto le vite di un paese.
Nel caso di Carminella, possiamo ipotizzare che le oscillazioni nella grafia del cognome siano dovute più alla persona che scrive l'atto anagrafico che a una deliberata scelta della famiglia.

🙏Grazie al nostro amico Gianluca Parisi Perna per averci segnalato l'episodio da cui è partita la nostra ricerca.

Fuori Registro - Il fascino dell'anagrafe 

I registri anagrafici hanno il potere di rapire chiunque li sfogli, anche solo in digitale sul Portale Antenati. Tra carte ingiallite e grafie d'altri tempi, un nome tira l'altro e una dicitura insolita può trasformarsi in un invito alla ricerca. Da questo viaggio tra i documenti nasce Fuori Registro, una rubrica del blog la ràdica che porta alla luce episodi di cronaca, curiosità, anomalie e piccoli misteri nascosti tra le pieghe della storia di Valva e dell'Alto Sele.

                                                                                                                                     G.V.

18 giugno 2026

FUORI REGISTRO -Indagini e curiosità d'archivio-

Primo episodio

-Un nuovo progetto-

I registri anagrafici hanno un incanto capace di attrarre il lettore, come un vortice.

Chi li sfoglia -anche solo in digitale, su Portale Antenati, scorrendo immagini di carte ingiallite- finisce per perdersi. Un nome tira l'altro, una data apre uno scenario, una dicitura insolita e una parola poco comprensibile diventano un'ossessione.

Da questa esperienza nasce Fuori Registro, la nuova rubrica de la ràdica: un appuntamento periodico dedicato alle curiosità, alle anomalie e ai piccoli misteri che affiorano dai registri di Valva.

Partiamo dai "proietti"

Da molto tempo stiamo inseguendo storie di "proietti", per dare una memoria a quei neonati lasciati davanti alla casa convenzionalmente nota in paese come quella della "pia accoglitrice" oppure -in alcuni casi- davanti ad abitazioni private o addirittura in strada, appena fuori dal centro abitato, sapendo che al mattino presto i contadini vanno in campagna e che troveranno la culla improvvisata.

La prassi prevista dalla legge del tempo era questa: se la madre di un figlio naturale era nota, il bambino assumeva il cognome materno. Solo ai "proietti" in senso stretto -di cui non si conosceva nessuno dei genitori- si attribuivano cognomi convenzionali, come ad esempio Esposito o Esposita. Per la verità, il governo francese a Napoli nel periodo napoleonico aveva prescritto cognomi di fantasia al posto di Esposito, ma ci torneremo.

Una prima informazione che si ricava dall'analisi dei registri anagrafici di Valva è che il cognome Esposito quasi non esiste in riferimento ai "proietti". E' presente invece -declinato anche al femminile nella variante Esposita- sporadicamente come cognome dato a bambini "di padre ignoto" o "incerto" ma di madre nota.

Quest'ultima prassi è invece molto più diffusa in alcuni comuni limitrofi.

L'anomalia degli anni Quaranta

Quello che rende Valva un caso a sé, un vero e proprio "giallo" archivistico, è una finestra di circa un decennio, negli anni '40 del XIX secolo, in cui questa regola consolidata sembra incrinarsi.

In diversi atti di quel periodo, pur in presenza di una madre identificata che fa annunciare la nascita dalla levatrice secondo la prassi ordinaria, il bambino non riceve né il cognome materno, né il consueto Esposito. Al contrario, gli viene attribuito un cognome del tutto inventato, diverso ogni volta, privo di qualsiasi corrispondenza con la toponomastica o l’onomastica locale.

Ecco alcuni esempi: Della Ruta (meno probabile che si legga Rota), due fratelli nati a tre anni di distanza; Del Sole; Amoroso; Di Orlando; Giacinto; Milo.

Non siamo riusciti a trovare una disposizione normativa nel Regno che preveda un simile espediente. Nei comuni limitrofi, ad esempio, non si osserva questo fenomeno.

Possiamo ipotizzare che si tratti di una prassi discrezionale introdotta e poi abbandonata da chi teneva i registri a Valva in quegli anni.

Le prossime fasi della ricerca

Questo primo episodio apre un piccolo cantiere.

Nei prossimi appuntamenti di Fuori Registro continueremo a seguire il filo dei proietti, cercando di ricostruire qualche storia individuale. Ad esempio, cercheremo di capire se l'anomalia degli anni '40 ha lasciato tracce nelle generazioni successive.

Altri casi sono già pronti, altri dettagli ci aspettano nei registri.

Arrivederci al prossimo episodio.

G.V.



17 giugno 2026

L'ARGENTO DEI SENTIERI, 2

Questo percorso dedicato ai centenari valvesi che ho avuto l'onore di conoscere è nato in occasione del centesimo compleanno della signora Giovanna Cuozzo, alla quale ho dedicato il primo articolo della serie (in due tappe): "Cent'annidi gratitudine"Agli altri centenari, presentati in ordine cronologico, ho dedicato  L’argento dei sentieri,1 .
I testi sono stati pubblicati su "la vòria"  [Substack]


Hanno visto il mondo cambiare, hanno visto piante diventare alberi.
Raccontarne le vite significa fare un viaggio nel tempo e conoscere un po’ meglio anche se stessi.
Maria Megaro
Ricordo bene zia Maria, la più grande delle tre sorelle Megaro.

In questa foto ha diciotto anni. Sembra riassumere lo stile degli anni Venti. L’abito a vita bassa ha un taglio più comodo e moderno dei corsetti rigidi che erano diffusi fino a quel periodo. La cintura sottile con fibbia e la collana -regalo di uno zio sacerdote- sono accessori tipici del periodo, come lo sono anche lo sfondo dipinto e la sedia nello studio fotografico.
Il suo atto di nascita contiene alcune notizie interessanti. Intanto, suo padre Vito è definito “industriante” (ovvero un commerciante).
Sappiamo che aveva una macelleria. La nipote Angela ricorda che le zie dicevano che papà Vito faceva il “mezzano”: un mediatore tra chi acquistava il bestiame o la carne macellata.
I due testimoni che firmano l’atto di nascita sono un sacerdote, Antonio Cappetta, che era anche maestro e Gaetano Fasano, il papà di Alfonso, che sarebbe diventato anche lui centenario. Gaetano risulta di professione orologiaio.
Ecco zia Maria nel giorno del suo centesimo compleanno:

Pierino Vacca, juventino dalla prigionia in Sudafrica

Pierino Vacca è il centenario più legato alla mia famiglia: era il fratello di mia nonna Donata.

Il 26 novembre 2014 due paesi sono stati in festa per lui: Valva, ovviamente, e Laviano (dove abitava).
È stato prigioniero in Sudafrica, nel più grande campo di prigionia della Seconda guerra mondiale, quello di Zonderwater.

Così descrive quei prigionieri Federico Buffa, che si è occupato dell’argomento perché nel campo si svolgeva anche un campionato di calcio:
Erano uomini e uomini italiani e condividevano fatica, coraggio e soprattutto la dignità del momento.
Ecco le belle parole che ha dedicato a zio Pierino il presidente dell’Associazione Zonderwater Block ex Prigionieri di Guerra, Emilio Coccia:
Cent’anni dei quali oltre cinque, tra i più belli della vita poiché a cavallo tra giovinezza e maturità, trascorsi in guerra, in prigionia, fra disagi e tormenti, privato della cara libertà e sempre a contatto con la sofferenza di tanti compagni d’arme. Ma è spesso in quei dolorosi frangenti dove nascono amicizie sincere e forse anche qualche buon ricordo: ricordo degli anni veri e forte insegnamento per quelli a venire.

Anche la Juventus, squadra per la quale faceva un tifo sfegatato, sul suo sito ufficiale gli ha dedicato un bel post di auguri1.


Nel suo atto di nascita risulta che è nato in via Santa Maria delle Grazie, al numero 9. Oltre a papà Ermelindo, firmano l’atto i testimoni Michele Spiotta (calzolaio) e Michele Freda (muratore). Il cognome Vacca torna sui registri anagrafici, dopo che Donato Vacca è deceduto nel 1909.

Alfonso, il figlio dell’orologiaio
Ricordo bene anche Alfonso Fasano, detto di Aitan dal nome del padre Gaetano.
In questa foto in piazza, si notano l’eleganza e la compostezza della sua posa.

Alfonso era nato il 16 giugno 1907, in piazza Plebiscito.
Tre suoi fratelli hanno combattuto in guerra: Michele -paracadutista- e Settimo sono tornati (quest’ultimo dall’internamento in Germania), Ottavo è caduto in Africa Settentrionale.
Alfonso è stato falegname, mentre suo fratello Settimo ha ereditato la professione del padre, almeno da giovane: orologiaio. I valvesi lo ricordano soprattutto come fattore dell’azienda del marchese, al Bosco; è stato il papà del compianto professor Ottavio Fasano.

Le filastrocche di zia Pasqualina

Pasqualina Cuozzo fino all’ultimo ha insegnato filastrocche antiche ai nipoti e alle pronipoti.
C’è un episodio che custodisco con emozione. In occasione del suo 102.mo compleanno, sul mio blog “la ràdica” le ho dedicato l’episodio del podcast Il giorno dopo dedicato alle canzoni del trio Lescano, dal titolo Tulipani e Maramao: un piccolo omaggio, una sorta di serenata a distanza a una donna che amava cantare e conosceva molte filastrocche. Mi ha fatto molto piacere sapere che zia Pasqualina ha ascoltato l’episodio e ha cantato tutte le canzoni; la sua preferita è stata, senza dubbio, Maramao perché sei morto.

Enrico Santovito, l’ultimo internato in Germania

Persone che migrano, storie che si intrecciano. Cognomi che vengono da fuori, come Santovito: testimonianza anagrafica della stagione del lavoro nell’azienda del marchese d’Ayala-Valva, quando a Valva non solo c’era lavoro ma l’offerta richiamava stagionali da altre province e regioni.
Zio Enrico Santovito è stato l’ultimo reduce valvese degli internati in Germania. Combattente in Albania, fu catturato a soli 21 anni e internato in Germania, assegnato all’Arbeitskommando 1131 a Bobeck-Stadtroda, in Turingia. Nel settembre 1944 divenne lavoratore civile e nel marzo 1945 fu trasferito nello Stalag IX C durante le evacuazioni dei campi.

Zio Enrico Santovito nel giorno del suo centesimo compleanno. Alle sue spalle, si vede la mascherina del sindaco: un segno del periodo difficile che stavamo vivendo.

Giuseppe Feniello, l’ultimo combattente

Ho avuto l’onore di intervistare Giuseppe Feniello pochi giorni prima del suo centesimo compleanno. “Sono cose che vengono a galla”, mi ha detto riferendosi ai suoi ricordi: un’espressione bellissima, che sintetizza con efficacia il viaggio che ha compiuto in quei momenti per rievocare le esperienze della sua giovinezza, della guerra e della prigionia in Egitto.
Zio Giuseppe mi ha raccontato che durante il fascismo il sabato non si doveva lavorare, ma chi aveva la terra ci andava lo stesso, eludendo la vigilanza di chi tentava di impedirlo.
Questo breve scambio di battute mi ha colpito molto:
- Con quale stato d’animo sei andato in guerra?
Eri un soldato e dovevi andare.
- Ma pensavi a Valva, alla famiglia?
Embe’, nun vuliv p’nza’?
Il suo centesimo compleanno è stato festeggiato con solennità, nel Monumento ai Caduti. Valva ha reso così omaggio al suo ultimo reduce della Seconda guerra mondiale.
In quell’occasione, ho pubblicato sul blog “la ràdica” un eBook dal titolo “L’ultimo soldato”: un viaggio nella storia di Valva, seguendo le vicende di zio Giuseppe Feniello.

 

 

Così come gli alberi custodiscono i loro anelli nel silenzio dei secoli, questi centenari hanno custodito a lungo la memoria del paese.
Ricostruire le loro vicende, significa ricostruire la storia di una comunità intera.
Essi ci lasciano una traccia preziosa: sapere che la storia di Valva non è fatta solo di date o di documenti, ma di volti, gesti e parole che continuano a parlare.
G.V.