19 marzo 2026

OMAGGIO AL "CANTO DEGLI ITALIANI"

Il Canto degli Italiani, noto come Inno di Mameli, nacque in un clima di forte entusiasmo patriottico che anticipava le guerre per l’indipendenza dall’Austria.

Il testo fu scritto a Genova il 10 settembre 1847 dal giovane poeta e patriota Goffredo Mameli, mentre la musica venne composta a Torino dal musicista genovese Michele Novaro il 24 novembre dello stesso anno.

Fu cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova; inizialmente proibito dalle autorità, si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.

Copertina a stampa, 1860

Cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova, fu inizialmente proibito dalle autorità, ma si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.

Il Canto degli Italiani è ricco di riferimenti storici e di immagini simboliche.

Il testo

Il testo è costituito da sei ottave di senari. Ogni strofa ha otto versi, ogni verso ha sei sillabe e si conclude con una parola piana (cioè con l’accento sulla penultima sillaba, sono la grande maggioranza) o sdrucciola (cioè con l’accento sulla terzultima sillaba: popolo, amiamoci, popoli, libero, piegano). L’ultima parola di ogni strofa è tronca (creò, suonò, può, suonò, bruciò, creò). Il ritornello è composto da tre versi, sempre senari: i primi due sono piani, in rima baciata (coorte: morte); il terzo è tronco.

Una delle prime copie stampate dell'inno. La quinta strofa è aggiunta a penna da Mameli: era stata censurata dal governo sabaudo perché giudicata troppo antiaustriaca.

Prima strofa

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta, Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Elaborazione grafica della stesura autografa della prima strofa e del ritornello

La prima strofa esprime l’idea di una rinascita dell’Italia, ispirata alla grandezza di Roma antica e orientata alla conquista dell’indipendenza e dell’unità.

L’Italia “s’è desta” e ora indossa simbolicamente l’elmo di Scipione, preparandosi a combattere contro lo straniero. Scipio è Scipione l’Africano, il vincitore della seconda guerra punica, colui che ha sconfitto il cartaginese Annibale che solo pochi anni prima aveva portato la guerra in Italia mettendo in ginocchio Roma.

La dea Vittoria, un tempo legata all’antica Roma (“schiava di Roma”), ora si offre alla nuova Italia: porgere la chioma significa sottomettersi, secondo l’usanza romana per cui le schiave portavano i capelli corti. La Vittoria è quindi pronta a accompagnare l’Italia nelle guerre per l’indipendenza.

Ritornello

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Il ritornello si ripete alla fine di ogni strofa.

Stringersi a coorte significa serrare le file e prepararsi alla battaglia (la coorte era un’unità dell’esercito romano).

I versi “siam pronti alla morte, / l’Italia chiamò” richiamano la mobilitazione del popolo italiano per liberarsi dallo straniero e unirsi.

Nella versione musicale di Novaro, questi due versi sono ripetuti e c’è l’aggiunta finale di “Sì!”, che rappresenta un giuramento collettivo di lotta fino alla morte.

Seconda strofa

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La seconda strofa invita gli italiani a unirsi in un solo popolo: solo così potranno riscattarsi dopo secoli di divisioni, umiliazioni (“derisi”) e oppressione (“calpesti”). Mameli individua nella frammentazione politica la causa della debolezza italiana.

Simbolo dell’unità è il Tricolore, adottato nel 1797 a Reggio Emilia dalla Repubblica Cispadana (oggi celebrato nella Festa del Tricolore).

Il poeta esprime l’auspicio che un’unica bandiera e una sola speranza raccolgano gli italiani, perché è già suonata l’ora di fondersi in un’unità.

Terza strofa

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natìo:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La terza strofa esorta all’unità e all’amore tra gli italiani, condizione necessaria per conquistare la libertà. Uniamoci, amiamoci sono rafforzati dai sostantivi corrispondenti unione e amore.

Mameli, mazziniano e repubblicano, riprende le idee di Giuseppe Mazzini: un popolo unito che lotta secondo un disegno provvidenziale.

È il momento del giuramento solenne: quello di liberare il suolo natìo, il luogo nel quale siamo nati.

L’espressione “per Dio” è un francesismo e significa con l’aiuto di Dio, grazie a Dio, attraverso Dio.

Quarta strofa

Dall’Alpe a Sicilia
ovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Nella quarta strofa Mameli richiama il passato per incoraggiare gli italiani a unirsi e a lottare per la libertà. Cita alcuni episodi storici della lotta degli italiani contro lo straniero: in questo modo, l’inno vuole infondere coraggio e spirito di rivincita.

Primo episodio: la battaglia di Legnano (1176), in cui la Lega Lombarda sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa, fermando il suo tentativo di dominio sull’Italia settentrionale.

Dalle Alpi alla Sicilia -secondo il poeta- ogni luogo d’Italia è Legnano, in ogni luogo si combatte contro l’oppressore straniero.

Massimo d’Azeglio, La battaglia di Legnano

Secondo episodio: viene ricordato Francesco Ferrucci, come eroe della Repubblica di Firenze e simbolo dell’estrema difesa della città, assediata nel 1530 dall’esercito imperiale di Carlo V. Capitano valoroso, dieci giorni prima della capitolazione riuscì a sconfiggere le truppe nemiche. Ferito e fatto prigioniero, fu poi ucciso con crudeltà da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo degli invasori, al quale rivolse le celebri parole: “Tu uccidi un uomo morto”.

La sua figura diventa nell’inno un modello di ispirazione civile: ogni italiano ha “il core” e “la mano” di Ferruccio, la sua passione civile e la sua forza.

Terzo episodio: Balilla, il giovane genovese che nel 1746 diede inizio alla rivolta popolare contro gli austriaci, contribuendo alla liberazione della città. Dopo cinque giorni di lotta, infatti, il 10 dicembre 1746 la città fu finalmente libera dalle truppe austriache, dopo mesi di occupazione.

Ora i giovani d’Italia -scrive Mameli- si chiamano come lui, Balilla.

Infine, la strofa fa riferimento ai Vespri siciliani (1282), l’insurrezione di Palermo contro i francesi di Carlo d’Angiò, scatenata dal suono delle campane che chiamarono il popolo alla rivolta.

Francesco Hayez, I Vespri siciliani, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma

Anche Dante parla dei Vespri siciliani, nel canto ottavo del Paradiso, dove fa dire a Carlo Martello, figlio di Carlo d’Angiò, che la bella Sicilia, coperta di caligine tra Pachino e Peloro, sul golfo che è battuto dallo Scirocco avrebbe atteso ancora i suoi sovrani angioni

se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”

se il malgoverno che spinge sempre i popoli alla ribellione (Dante scrive “accora”, nel significato di far soffrire il cuore) non avesse spinto Palermo a gridare “Muoia! Muoia!

Ora il suono di ogni campana chiama a raccolta per i Vespri, esorta all’insurrezione contro lo straniero.

Quinta strofa

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute;
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé col Cosacco,
Ma il sen le bruciò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La quinta strofa ha una forte matrice politica e polemica, fu addirittura censurata all’inizio, dal governo sabaudo.

È dedicata all’Impero austriaco, descritto come ormai in declino. Mameli critica l’uso delle truppe mercenarie (“le spade vendute”), considerate deboli perché combattono per denaro e non per ideali: per questo sono paragonate a giunchi che si piegano.

Nella strofa compare anche un riferimento all’Impero russo, indicato come “il Cosacco”, che insieme all’Austria partecipò alla spartizione della Polonia, evocando così il destino di un popolo oppresso e duramente represso.

Nel clima del Romanticismo, la causa polacca diventa un simbolo politico e morale, influenzando il pensiero risorgimentale italiano: Polonia e Italia sono viste come nazioni “sorelle”, unite dalla sofferenza e dall’aspirazione alla libertà. 

L’Austria (indicata con il simbolo imperiale dell’aquila) ha bevuto, insieme ai suoi alleati cosacchi, il sangue italiano (nelle guerre di successione della prima metà del Settecento) e quello polacco (nello smembramento della Polonia a fine Settecento), ma questi le hanno bruciato il cuore (“ma il sen le bruciò”).

Sesta strofa

Evviva l’Italia,
dal sonno s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

La sesta e ultima strofa, oggi quasi mai eseguita, non compare nel primo autografo di Mameli ma è presente in una versione successiva e anche negli autografi della partitura di Novaro; fu però esclusa dalle prime edizioni a stampa.

La strofa annuncia con entusiasmo l’unità d’Italia (“Evviva l’Italia,/ dal sonno s’è desta”) e si conclude riprendendo gli stessi versi iniziali del canto, conferendogli una struttura circolare.

Un testo nel suo contesto

Il testo è stato giudicato retorico, complesso, talvolta addirittura aggressivo.

Tuttavia, esso va inserito nel contesto dell’Ottocento, in cui il linguaggio era più enfatico e la guerra era vista come mezzo legittimo.

La ricchezza di riferimenti storici conferisce all’inno una notevole profondità culturale: Mameli costruisce un racconto della memoria nazionale, collegando la romanità all’età moderno, passando per il Medioevo.
Il richiamo a Roma non va letto in chiave imperialistica, ma come riferimento alla Roma repubblicana, simbolo di virtù civica, unità e libertà.

Il Canto degli Italiani non è un semplice inno, ma il riflesso di un momento storico in cui l’idea stessa di nazione nasceva attraverso il sacrificio, la memoria e la speranza.

G.V.


Per questo episodio ho consultato il sito ufficiale del Quirinale e la voci della Treccani e di Wikipedia dedicate al Canto degli Italiani. Le immagini sono tratte da Wikipedia.

15 marzo 2026

IL GIORNO DELLA PACCHIANA 2026

Riproviamoci.
L'anno scorso sul nostro blog abbiamo lanciato un'idea semplice: dedicare il 23 marzo alla Giornata dell'abito tradizionale valvese, quello della 
pacchiana, uno dei simboli più forti della nostra tradizione.
Abbiamo immaginato questa giornata come un omaggio alla cultura contadina e alle donne della nostra storia: alle mamme, alle nonne e alle antenate delle nostre famiglie, che hanno custodito e tramandato questo patrimonio.
L’abito della “pacchiana” non è soltanto un vestito: è memoria, identità, appartenenza.

Perché proprio il 23 marzo?
Il 23 marzo del 2010 scompariva Pasqualina Torsiello, vedova Cuozzo, conosciuta da tutti come zia Pasqualina, ricordata come l’ultima “pacchiana” di Valva.

Una data simbolica, capace di abbracciare tante vite e tante storie simili a quella di zia Pasqualina.

Ricordiamo insieme
Se ognuno fa la sua parte, questa giornata può diventare un piccolo appuntamento della nostra comunità.
Rilanciamo alcune idee semplici:
- condividere fotografie d’epoca degli abiti tradizionali accanto a fotografie più recenti (molte donne di Valva hanno una foto in cui sono vestite con l'abito della nonna o della bisnonna, o magari con l’abito cucito in occasione di una festa o del Carnevale);
- raccogliere ricordi e testimonianze di famiglia;
- coinvolgere scuole e associazioni in ricerche sulla storia dell’abito valvese;
- costruire nel tempo un archivio digitale della memoria.

Piccoli gesti che possono aiutare a raccontare una storia che appartiene a tutti.
L'abito tradizionale valvese non è soltanto un elemento che riaffiora dalle foto del passato: è un frammento della nostra memoria collettiva, un modo per ricordare da dove veniamo.

Celebriamo insieme il Giorno della pacchiana, condividendo fotografie, ricordi e storie che tengono viva la nostra memoria.
Nei prossimi giorni ripubblicheremo il materiale preparato l'anno scorso, con l'auspicio che possa stimolare nuovi contributi e la partecipazione dei nostri lettori.
G.V.

09 marzo 2026

LA LUNGA STRADA DI ZIO ENRICO

Sono sempre stato affezionato al 9 marzo, perché era il compleanno di mia nonna Maria Giuseppa.
Da qualche anno, in questo giorno penso anche a zio Enrico Santovito, che nel 2022 ha compiuto il suo centesimo compleanno.

La sua vicenda
Ho avuto l'onore di raccontare la sua vicenda di soldato e di prigioniero, anche grazie a un documento che ho trovato nell'Archivio Arolsen.
Enrico Santovito, figlio di Cosimo e di Pasqualina Cuozzo, aveva un cognome che proveniva dalla Puglia, testimonianza del periodo in cui in tanti venivano a Valva come lavoratori stagionali nelle aziende agricole del marchese d’Ayala.
Durante la Seconda guerra mondiale, il giovane Enrico era un soldato della cavalleria.
L’11 novembre 1943 fu catturato in Albania dai tedeschi e deportato in Germania come internato militare italiano.
Nel settembre 1944 il suo status fu trasformato in lavoratore civile, condizione che in genere migliorava leggermente le condizioni di vita ma non permetteva il rientro in patria.
In Germania fu sicuramente detenuto nel campo di lavoro Arbeitskommando 1131 a Bobeck–Stadtroda, in Turingia, dove molti prigionieri erano impiegati nelle miniere di potassio.
L’8 maggio 1945 fu liberato dagli Alleati, ma il suo ritorno in Italia fu difficile e confuso.
Secondo il racconto familiare, fu ingannato dai russi e prese un treno verso l’Europa orientale credendo di tornare a casa. Arrivò fino in Cecoslovacchia e rimase circa un mese a Praga, senza soldi e molto debilitato. Solo dopo riuscì a ripartire e rientrare in Italia, denutrito e infestato dai pidocchi.
Il 30 luglio 1945 si presentò al distretto militare di Salerno, ottenendo una licenza di rimpatrio.
Per il suo servizio militare ricevette due Croci al Merito di Guerra nel 1963.

Raccontare la sua storia
Enrico Santovito se ne è andato il 1°settembre 2022, ultimo internato militare valvese.
Nel 2024, in occasione del Giorno della Memoria, alla sua memoria è stata consegnata la medaglia d'onore del Presidente della Repubblica, dal prefetto di Salerno Francesco Esposito.
La storia di zio Enrico è quella di tanti giovani italiani che hanno vissuto la guerra e sofferto la cattura e la prigionia. Tornati a casa, spesso dopo viaggi lunghi e avventurosi, non hanno lasciato tracce nei libri di storia, ma hanno creato famiglie e contribuito a costruire una comunità.
Raccontarla non è solo un piccolo e doveroso omaggio al suo sacrificio: è anche un modo per ricordare che la memoria di uomini come lui appartiene a tutti noi.

Al signor Enrico Santovito il nostro blog ha dedicato i seguenti post:


G.V.

05 febbraio 2026

UN PODCAST SU UNA CRISI DI CENTO ANNI FA

Romanzo di una crisi è un podcast e spazio di scrittura nato da un archivio, dove documenti storici diventano racconto. Relazioni, verbali, ricorsi: carte che, se ascoltate, restituiscono voci, tensioni e persone.

Siamo a Valva, tra il 1923 e il 1926

Una crisi politica locale mette a nudo equilibri fragili, interessi personali e rivalità familiari. Da un lato l’amministrazione Valletta, dall’altro la sezione locale del fascio. In mezzo: ricorsi, accuse di conflitto di interessi, relazioni dei carabinieri, ispezioni prefettizie e scambi epistolari.

È una crisi che prelude all’arrivo del commissario prefettizio e poi del podestà, quando l’autonomia locale viene progressivamente svuotata e il conflitto trova una soluzione autoritaria: la vittoria del fascismo in un microcosmo che, a ben guardare, rappresenta quello che sta accadendo in tutto il Paese.

Ma tra tensioni e scontri, si intreccia un’altra storia: quella del Monumento ai CadutiLa partecipazione della popolazione, l’impegno dei valvesi emigrati a Newark e la solenne inaugurazione diventano l’unico momento di unità collettiva. Per un attimo, le fratture si ricompongono e la memoria dei morti sospende la lotta dei vivi.

Romanzo di una crisi non è un romanzo inventato né un saggio accademico. È una storia vera raccontata come un romanzo, perché solo così, forse, può essere davvero compresa.

🔗 Ascolta e leggi:
🎧 Audio Numero Zero – Ascoltare un archivio
🕮 Post 1 – Ascoltare un archivio
🕮 Post 2 – L’alba della crisi: quando i conti non tornano

Pubblicato su Substack la vòria, in collaborazione con il blog la ràdica.

G.V.

02 febbraio 2026

IL COMPLEANNO DELLA RADICA: IL LAVORO DI QUATTRO ANNI

...non me ne potevo andare, perché lontano da questa terra sarei stata come gli alberi che tagliano a Natale, quei poveri pini senza radici che durano un po' di tempo

e poi muoiono.

[Isabel Allende, La casa degli spiriti] 

Oggi il blog la ràdica compie quattro anni.
Il primo post inviato per lo mondo è del 3 febbraio 2022.
Da allora, 48 mesi di ricerca, approfondimento, iniziative, tentativi (ed errori).
Con questo, i post sono 296, per un totale di oltre 75mila visualizzazioni (in media 52 al giorno).

Gli obiettivi iniziali
Fin dall’inizio ci siamo posti alcuni obiettivi chiari.
Volevamo avviare una ricerca sui caduti e i dispersi della Seconda guerra mondiale, convinti che ai documenti fosse ancora possibile affiancare una memoria orale collettiva.
E volevamo contribuire a ricostruire un altro frammento della nostra storia: quello dei
E volevamo contribuire a ricostruire un altro frammento della nostra storia: quello dei valvesi deportati nei campi di concentramento, i cosiddetti IMI (Internati Militari Italiani).
Ci siamo riusciti?
Il primo filone di ricerca ci ha permesso di individuare la data di nascita e di morte di quasi tutti i caduti delle due guerre mondiali. Restano lacune relative ad alcuni soldati della Grande Guerra, ma non si tratta di caduti sul campo.
Per quanto riguarda gli IMI, negli ultimi anni la percezione di questa vicenda è profondamente cambiata anche a livello nazionale: lo scorso 20 settembre si è celebrata per la prima volta la Giornata dedicata agli Internati Militari Italiani, istituita con una legge approvata all’unanimità dal Parlamento. 
Ci siamo riusciti?
Il primo filone di ricerca ci ha permesso di individuare la data di nascita e di morte di quasi tutti i caduti delle due guerre mondiali. Restano lacune relative ad alcuni soldati della Grande Guerra, ma non si tratta di caduti sul campo.
Per quanto riguarda gli IMI, negli ultimi anni la percezione di questa vicenda è profondamente cambiata anche a livello nazionale: lo scorso 20 settembre si è celebrata per la prima volta la Giornata dedicata agli Internati Militari Italiani, istituita con una legge approvata all’unanimità dal Parlamento. 
Il nostro blog ha dedicato quattro post a questa Giornata, approfondendo il dibattito parlamentare, le voci critiche emerse e proponendo un confronto con la Legge 211/2000 sul Giorno della Memoria.
A Valva, la ràdica ha dato un piccolo contributo nel far emergere i nomi e le storie di 26 soldati prigionieri dei tedeschi.
Ecco l'elenco aggiornato: 👉Ai valvesi che non abbassarono la testa.

Il 2025
Nell’ultimo anno di lavoro il nostro percorso ha preso anche nuove direzioni.
È nata la newsletter: uno spazio settimanale in cui condividiamo il lavoro di ricerca, le novità dal blog e pensieri che sentiamo il bisogno di raccontare.
È nato anche un sito web, pensato come luogo di orientamento e approfondimento: una vetrina che raccoglie i principali contenuti del blog, li organizza per temi e rilancia anche i post meno recenti. 
Grande attenzione è stata riservata alle storie ambientate nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, spesso nate da documenti rintracciati nel portale Antenati. Circa venti post hanno raccontato storie e aneddoti capaci di gettare una luce su un contesto più ampio.
A questo filone è dedicato, ad esempio, un numero monografico di quello che è una sorta di giornale online, una vetrina del nostro blog. Tra le vicende più toccanti emerge quella dei “projetti”, neonati abbandonati e accolti dalla comunità. 
Si accedere alla newsletter, al sito e alla vetrina interattiva (in formato giornale online) attraverso ha home del nostro blog.

Romanzi di famiglie
Nell’ultimo anno il blog la ràdica ha dedicato una serie di approfondimenti ad alcun famiglie di Valva, intrecciando le vicende personali con la storia locale e nazionale. 
Abbiamo esplorato le origini, le migrazioni, la vita quotidiana e le attività lavorative, senza trascurare le vicende militare che hanno segnato molti di questi valvesi.
In questo percorso, ogni famiglia raccontata diventa un piccolo affresco di memoria collettiva: dalla creatività dei Grasso alle attività commerciali dei Miranda, fino alla resilienza contadina dei D’Arcangelo, tutte storie che ci aiutano a comprendere il legame tra radici, comunità e storia.
Alla famiglia Grasso abbiamo dedicato alcuni post, che idealmente compongono il romanzo 👉 Musa valvese. Il romanzo della famiglia Grasso.
Una famiglia di artisti attraversata dalle due guerre mondiali e dall’emigrazione. Musicisti e pittori, soldati in Italia e negli Stati Uniti, i Grasso intrecciano creatività, memoria e storia: da Francesco “Frank”, direttore d’orchestra affermato negli Stati Uniti, ad Ascanio, segnato dalla Grande Guerra, fino a Giovannino e Rodolfo, pittori, e al nipote Antonio Freda, detto Nuccio.
Abbiamo poi raccontato la storia della famiglia Miranda, mercanti di tessuti e merceria che hanno scelto Valva come nuova casa alla fine dell’Ottocento. 
Ferdinando e Rosa, provenienti dall’hinterland napoletano, hanno creato una famiglia che ha radicato tradizioni, lavoro e legami sociali nel cuore della Valle del Sele. Tra nascite, commerci e vita quotidiana, la vicenda dei Miranda restituisce uno spaccato della comunità e del mondo in trasformazione.
Il primo post dedicato alla famiglia Miranda è stato il più letto del nostro blog nel 2025:  👉Ferdinando e Rosa. L’epopea dei Miranda a Valva.
Ci siamo occupati inoltre della famiglia D’Arcangelo, contadini originari della Masseria Accetta a Statte (Taranto). Il capostipite Donato si trasferì a Valva, lavorando nella villa del marchese d’Ayala-Valva e costruendo una nuova famiglia. 
Tra lavoro agricolo, vita quotidiana, migrazioni in Argentina e Stati Uniti e le vicende della Seconda guerra mondiale – con due cugini prigionieri – la storia dei D’Arcangelo racconta resilienza, radici e memoria collettiva. Ecco il primo dei due post finora dedicati alla famiglia D'Arcangelo: 👉 Le radici e la guerra: la famiglia D'Arcangelo tra la Puglia  il mondo 

I cento anni dell'inaugurazione del Monumento
Per il centenario dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti (29 novembre 1925), la ràdica ha realizzato un video commemorativo, disponibile sul canale 🎥 YouTube @laradica_radicivalvesi.
Il video racconta la storia della cerimonia, i protagonisti, le celebrazioni civili e religiose, e il ruolo del monumento come luogo di memoria, gioventù e vita sociale a Valva. 
Le immagini mostrano cartoline storiche, fotografie d’archivio e momenti di rito civile, inclusa la deposizione delle corone e le celebrazioni del 4 novembre.
Parallelamente, il blog propone un racconto storico a puntate, basato su documenti d’archivio, in cui i personaggi parlano e pensano nel loro contesto reale. 
Il primo episodio, dedicato a padre Semeria, oratore ufficiale della cerimonia, è disponibile qui: 👉 Dolce e bello morire per la patria

Il Giorno della Pacchiana
Nel 2025 il blog la ràdica ha lanciato l’iniziativa di celebrare il 23 marzo come Giornata dell’abito tradizionale valvese, in ricordo dell’ultima “pacchiana” di Valva, zia Pasqualina Torsiello, scomparsa proprio quel giorno.
L’obiettivo era valorizzare la cultura contadina, le donne della nostra storia e le tradizioni che legano generazioni di famiglie. L’abito tradizionale non è stato raccontato solo come capo di vestiario, ma come simbolo di identità, memoria e legame collettivo.
In occasione del Giorno della Pacchiana, il blog ha pubblicato un album dedicato al vestito della nostra identità, intitolato 👉 L’abito delle nostre radici.
Nella prefazione, l’iniziativa veniva così spiegata:
Il Giorno della Pacchiana è stato un’occasione per riscoprire e onorare le tradizioni legate al vestito tradizionale della nostra comunità. Quello da ‘pacchiana’ non è solo un abito, ma un viaggio attraverso le generazioni, portando con sé la forza di una tradizione, le emozioni dei ricordi e i legami che sfidano il tempo. Ogni abito ha raccontato amore e dedizione, diventando simbolo di affetto e orgoglio e trasmettendo alle nuove generazioni il legame profondo tra passato e presente.
Purtroppo non siamo riusciti a coinvolgere scuole e associazioni, ma speriamo di farlo in futuro per trasformare questa giornata in un vero momento di memoria e festa condivisa.

Per questo la ràdica resta: a cercare, a ricostruire, a ricordare.
Perché la storia, come gli alberi, vive solo dove le radici tengono.
A chi ci accompagna in questo percorso, va il nostro grazie.
La ricerca continua.

25 gennaio 2026

"ALCUNI HANNO MUTATO BANDIERA": LA POSIZIONE DELL'ASSESSORE CUOZZO DOPO IL FURTO IN MONTAGNA

Continua la nostra ricostruzione della vicenda relativa a un furto di legna nei boschi comunali di Valva, risalente al 1922, con conseguenze che si protraggono nel tempo e contribuiscono ad accentuare il clima di tensione nel quale si consuma la crisi dell'ultima amministrazione comunale prima dell'avvento del podestà, quella del sindaco Valletta.
Nel post Un furto in montagna abbiamo presentato la lettera che Antonio Freda, dipendente comunale e presidente del comitato per il monumento ai Caduti, scrive al sottoprefetto di Campagna.
La lettera di Freda consente di ricostruire i retroscena politici della vicenda: l’amministrazione prima si costituisce parte civile e poi cambia orientamento, ma non tutti i consiglieri sono d’accordo. Emergono tentativi di mediazione, pressioni informali e tensioni personali, come dimostrano "le invettive contro il sindaco" di cui parla" Freda.
La lettera dell'assessore 
Dopo la lettera di Freda, e nel pieno delle pressioni per chiudere la vicenda, il 21 dicembre 1925 l’assessore Attilio Cuozzo scrive al Sottoprefetto di Campagna. 
In precedenza, Cuozzo aveva presentato una domanda per revocare la delibera che ritirava la costituzione di parte civile; per questo Ercole Pomes -amministratore del marchese d'Ayala e sempre più protagonista della politica valvese- aveva chiesto a Freda di intervenire affinché l’assessore ritirasse la propria iniziativa.
Cuozzo assicura che non si parlerà più dell' "incidente", ma vuole spiegare le ragioni del suo comportamento.
Il nostro scopo -scrive- era quello di far versare a ***** [l'accusato del furto] l'ammontare delle spese "ed era giustissimo", non quello di nuocere a un individuo.
Cuozzo spiega il suo punto di vista:
Non nascondo che il tirarsi dietro le quinte da parte di alcune persone, istigatori prima ora benefattori, mi aveva urtato e mi aveva spinto a continuare l'opera che essi stessi dichiaravano giusta e doverosa.
Notiamo anche il rammarico di Cuozzo, che annota con amarezza: 
Io sono apparso maligno e cattivo perché sono rimasto solo a sostenere la questione, mi permetta la frase, per viltà di alcuni, che appena comparsa un tantino di responsabilità morale hanno mutato bandiera con gesto veramente encomiabile.
Infine, l'assessore promette sulla sua "parola di onore" che non farà più nulla e alla prima riunione consiliare ritirerà personalmente la domanda.
Il difficile equilibrio di una piccola comunità
I documenti mostrano come, in un periodo di forte crisi amministrativa, equilibri politici, rapporti di potere e questioni di “decoro” familiare si intreccino profondamente nella vita pubblica del paese.
C'è un altro aspetto che colpisce. E' il tentativo, più o meno esplicito, di “aggiustare” la vicenda (a Valva si direbbe "apparare") senza portarne fino in fondo le conseguenze. 
La preoccupazione degli amministratori di non esporre una famiglia in vista sembra prevalere su altre valutazioni.
Dalla lettura dei documenti possiamo ricostruire persino l’ipotesi di una finta compravendita come possibile via d’uscita: una soluzione informale, pensata per ricomporre il conflitto e preservare il decoro, più che per accertare responsabilità. 
È forse una dinamica tipica di una piccola comunità, dove la politica diventa spesso un esercizio di mediazione continua, non sempre privo di ambiguità.

G.V.

24 gennaio 2026

UN FURTO DI LEGNA IN MONTAGNA

C'è un furto di legna in montagna.
Il comune di Valva si costituisce parte civile contro due esponenti di una famiglia in vista in paese (padre e figlio).
Siamo nell'ottobre 1922.
Tre anni dopo, il 19 dicembre 1925, da una lettera al Sottoprefetto di Campagna ricaviamo notizie utili a ricostruire una vicenda che avrà sicuramente animato il dibattito politico in paese in un periodo già interessato da una crisi profonda dell'amministrazione comunale.
Il signor Pomes, amministratore dell'azienda del marchese, chiede a Luigi Freda (presidente del comitato per il monumento ai Caduti) di "rivolgere preghiere" all'assessore Cuozzo Attilio affinché ritiri la domanda di revoca della delibera consiliare che ritira la costituzione di parte civile nella causa del comune di Valva contro la persona accusata del furto.
Lo stile dell'epoca è un po' ampolloso: in pratica, l'amministrazione comunale ha cambiato idea ma alcuni consiglieri non sono d'accordo.
L'assessore Cuozzo accetta di ritirare la domanda, ma a condizione che Pomes induca uno degli altri quattro firmatari della richiesta a fare lo stesso.
Non sappiamo chi siano le altre persone.
Ercole Pomes non è ancora commissario prefettizio, ma ormai opera come il principale attore della politica valvese.

Scrivendo al Sottoprefetto per chiarire la propria posizione, Freda racconta un dettaglio curioso.

Quando la guardia [...] redasse il verbale di furto a carico del rispettivo fratello e nipote, vi fu uno che correggendo, come sempre aveva fatto e fa, il verbale di qualche sgrammaticatura, fece notare che senza venire troppo meno al proprio dovere e per deferenza a un professionista, omise un periodo di esso verbale del seguente tenore: Abbiamo indi chiesto a ***** da chi fossero stati asportati i pezzi di legno caduti dal larghissimo taglio delle querce, abbattute dalla scure, ***** medesimo confessava averli fatti trasportare a casa a mezzo di some [di] asini e di persone che erano date sul luogo per portare il pranzo agli operai addetti al taglio.
Sembra che ci sia stato un tentativo di accordo tra ***** e l’acquirente del fondo, con una sorta di finta compravendita, che avrebbe permesso di risolvere la vicenda preservando la dignità della famiglia ***** e senza coinvolgere troppo l’Amministrazione.
Il padre della persona accusata del furto cerca di convincere il figlio ad accettare l'accordo, ma quest'ultimo è irremovibile e rivolge "aspre invettive all'indirizzo del Sindaco".
Freda si difende dalle accuse, per la verità non molto chiare nel documento, rivoltegli da ***** e riconosce come unica sua colpa l'ingenuità, perché egli ha scritto la domanda dei cinque consiglieri, ma "sul municipio, presenti il Sig. Sindaco ed il Segretario, che spiegò all'assessore Cuozzo quanto la legge comunale e provinciale dice in proposito" e aggiunge di aver scritto la lettera per dovere d'ufficio.

Torneremo sul documento, perché Luigi Freda dà alcune informazioni interessanti su una Società di mutuo soccorso attiva in paese.

Il racconto è tratto da fonti documentarie dell’epoca e ha finalità esclusivamente storiche e divulgative.

G.V.

17 gennaio 2026

ROMANZO DI UNA CRISI: ERCOLE POMES COMMISSARIO PREFETTIZIO A VALVA

L'11 gennaio 1926 è un lunedì.

Ercole Pomes, amministratore dell'azienda del marchese d'Ayala-Valva, diventa commissario prefettizio del comune di Valva.

Invia un telegramma al Sottoprefetto di Campagna, dichiarando di accettare "di buon grado l'incarico" per due motivi: "e per disciplina partito e per portare mia modesta cooperazione governo Nazionale fascista".

Lo stesso giorno pubblica un manifesto in cui dà la notizia alla popolazione.

Dichiara ai cittadini di volersi dedicare esclusivamente ad opere di generale interesse, "escludendo l'intrigo demagogico da cui per natura rifuggo".

Ecco il telegramma inviato al Sottoprefetto:

Pomes si era iscritto al partito il 16 novembre del 1925 e ne era diventato subito segretario, visto che il 13 dicembre aveva presieduto una riunione del Direttorio per discutere lo scioglimento dell’Amministrazione comunale.

Il Direttorio giudica la maggioranza dell’Amministrazione ostile al regime e decide un provvedimento drastico: la radiazione per indegnità di otto consiglieri comunali e dell’impiegato comunale Luigi Freda, accusati di aver condizionato o ostacolato l’azione del sindaco.

La nomina di Pomes segna il punto di svolta nella crisi che ormai dal 1923 oppone l'Amministrazione di Valva e la sezione locale del Partito Nazionale Fascista.

Il Prefetto aveva predisposto un'inchiesta sull'operato dell'Amministrazione.

Il sindaco Vincenzo Valletta si era difeso con dignità in consiglio comunale.

Nel gennaio 1924 il Prefetto definiva "completamente sfumata" la pacificazione tra il Fascio e l'Amministrazione e chiedeva al Comando dei carabinieri di Contursi di valutare la proposta di scioglimento dell'Amministrazione (e di relazionare sulle condizioni dell'ordine pubblico).

Nemmeno la solenne inaugurazione del Monumento ai Caduti, il 30 novembre 1925, aveva portato a un superamento della crisi.

La nomina del commissario prefettizio Ercole Pomes determinerà le dimissioni del sindaco Valletta, degli assessori e dei consiglieri.

E' lo stesso sindaco Valletta a riferire ad Ercole Pomes che il Sottoprefetto lo attende per comunicazioni urgenti:

La strada verso il podestà è aperta.

Il fascismo ormai non ha più ostacoli.

G.V.