11 luglio 2026

IL "VOI" CHE NON GLI HO DATO. Riflessioni sulla sepoltura di un eroe valvese

Ho scelto la data un po' a caso ma il dio che presiede alle coincidenze numeriche ha fatto in modo che fossi qui proprio oggi, 7 luglio 2026.
Rileggendo i miei appunti ho notato che il 7 luglio 1916 -sono trascorsi centodieci anni esatti- Anacleto Marcelli era protagonista di un atto eroico che gli avrebbe procurato una ferita mortale e una medaglia d'argento. 
Se fossi nato ai suoi tempi, sicuramente gli avrei dato del voi. Lui apparteneva a una famiglia in vista a Valva (suo padre "proprietario", sua madre "gentildonna") e io sarei stato figlio di contadini o di "bracciali".
Oggi invece sarebbe lui a darmi del voi, perché si è fermato prima di arrivare a 21 anni, decisamente meno della metà dei miei anni attuali.
Dal palazzo alla guerra
Anacleto nasce a Valva alle 4 e 45 del mattino del 12 ottobre 1895.

La madre si chiama Maria Cozzarelli. Il padre, Francesco, ha trentotto anni. La famiglia abita in via Piazza, numero 1 (capiamo che è l'attuale "palazzo Marcelli"). Al bambino vengono dati i nomi di Anacleto Emmanuele Pasquale.

Con suo fratello Eduardo partecipa alla Grande Guerra nello stesso reggimento di fanteria, il 145.mo. 
Anacleto diventa sottotenente di complemento. Combatte durante le operazioni militari sugli Altipiani Vicentini nell'estate del 1916. Inquadrato nella Brigata Catania (145° e 146° Reggimento Fanteria), partecipa alle azioni nella Val d'Astico e sull'Altopiano di Tonezza, condotte per sostenere l'attacco al Monte Cimone, importante posizione difensiva austro-ungarica. 
Nella motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare leggiamo la ricostruzione del 7 luglio 1916:

Distintosi ripetutamente per fermezza e coraggio in servizi speciali di pattuglia, il 7 luglio in una ricognizione con pochi uomini arditi tenne fronte al nemico della forza di almeno un plotone finché, colpito gravemente al petto, dovette essere ritirato dalla linea. Pedescale [leggasi Pedescala], 7 luglio 1916  fonte 
Dopo settimane di duri combattimenti e ripetuti assalti, il 24 luglio 1916 il Monte Cimone viene conquistato dalle truppe italiane. 
Il giorno dopo, nell'ospedale da capo n. 69, Anacleto muore.
Nel novembre 1918, a guerra conclusa, anche suo fratello Edoardo muore, di malattia.

Sono qui dove lui riposa, a Thiene, in provincia di Vicenza.
Hanno riservato un pezzo di cimitero ai caduti in guerra, delimitato da una siepe e segnato da una bandiera.
Anacleto riposa in un piccolo gruppo di tre, con altri due ufficiali: uno della Grande Guerra come lui, e il caporal maggiore Matteo
Miotto, alpino, morto in Afghanistan, quasi cento anni dopo. 
Sapevo che avrei trovato anche il giovane alpino.
E' anche grazie a suo padre se sono qui.
Qualche anno fa, il signor Miotto ha avvisato il sindaco di Valva Francesco Marciello che accanto alla tomba del figlio era sepolto anche un soldato di Valva.
Leggere le due date di Matteo mi fa un certo effetto.
Non mi era mai capitato di trovare sulla lapide di un caduto in guerra una data più recente di quella in cui sono nato io. 
Non ricordo cosa stessi facendo il giorno in cui nacque Matteo; ricordo invece il giorno dopo, quando durante le vacanze di Pasqua perdemmo malamente una partita a Contursi, organizzata da don Domenico.
Penso che dovrei lasciare un fiore, almeno su queste due tombe. Poi mi dico che non sarebbe bello escludere il terzo -proprio in mezzo a loro- e anzi alla fine mi dico che tre fiori con questo sole di luglio durerebbero meno della mia visita qui e forse sarebbero un po' stonati nell'uniformità di queste file di sepolture, tutte uguali.
Matteo Miotto; fonte
Leggo in un articolo del Giornale di Vicenza:

Quando Miotto partì per l’Afghanistan nel suo testamento lasciò scritto che in caso di morte, avrebbe voluto essere sepolto in quella parte di cimitero nella quale riposavano i Caduti della prima guerra mondiale. Matteo riposa vicino a due “ragazzi” caduti nel 1916 e nel 1917 durante la prima Guerra mondiale. Tre giovani che hanno perso la vita indossando l’uniforme dello stesso Paese, in guerre così lontane e diverse.  fonte

Uno di quei ragazzi è nato a pochi passi da casa mia. Non li ho mai contati ma non credo siano più di cento. Forse davanti casa sua ho giocato quando ero bambino, ma non lo ricordo; poi c'è stato il terremoto e la mia infanzia si è svolta altrove.
L'altro ragazzo si chiamava Giovanelli Enrico, morto nel 1918. 
Vorrei riuscire a trovargli una data di nascita, il paese dove è cresciuto, il reggimento che lo ha chiamato invano in un appello serale.
Da oltre cento anni riposa accanto a un mio compaesano, in qualche modo sento mio concittadino anche lui, anche se il cognome mi fa pensare a Bologna o Bergamo o qualche città delle Marche o della Toscana.

Uniformità è la parola che mi viene in mente vedendo queste sepolture.
Sulla destra ci sono sei sepolture di soldati caduti nella Seconda Guerra Mondiale, al centro c'è un altare, quasi a dividere la zona in due parti. 
Dietro l'altare, sempre in maniera geometricamente ordinata, sepolture della Prima e della Seconda guerra mondiale.
In totale, quaranta sepolture: venticinque caduti della Grande Guerra, quattordici della Seconda. 
Poi c'è Matteo, caduto mentre io mi preparavo a brindare a un nuovo anno, inviavo sms di auguri che volevano essere brillanti e forse scrivevo noiosi bilanci di fine anno su Facebook.

E' un martedì, 7 luglio, sono in provincia di Vicenza. Il sole brucia sulle tombe, mentre un signore un po' più in là è in preghiera davanti a una sepoltura. Io sono in questo angolo di memoria e le nostre epoche si confondono, legate da un filo invisibile partito da un portone al numero 1 della Chiazza, dove forse mi sono sbucciato le ginocchia per la prima volta da bambino.

Questo post è dedicato al signor Franco Miotto, con riconoscenza

Approfondimento
Di Anacleto Marcelli abbiamo parlato nel post
👉Il petto contro un plotone di nemici: la morte di Anacleto, medaglia d'argento
Alla vicenda dei due fratelli Marcelli abbiamo dedicato il post: 
👉Se solo poteste vincere il fato, sarete due Marcelli.
Il blog Gozlinus si è occupato dei due fratelli nei seguenti post:
👉La foto dell'eroe ritrovato
👉Una foto prima di partire 
👉Storia di un soldato
In questo post Gozlinus ha raccontato la lettera del signor Miotto al sindaco di Valva:
👉Due giovani eroi ed un solo destino

G.V.


08 luglio 2026

DOVE RIPOSA GIOVANNI

Vicenza, Cimitero Monumentale.
I caduti in guerra riposano in un'area alla quale si accede come attraverso il vestibolo di un tempio classico.
Entro.
Lo cerco ma non lo trovo tra decine di formelle quadrate, in queste austere pareti di marmo.
È il cognome più diffuso a Valva ed è quello che sento più familiare, accanto al mio.
Qui ci sono cognomi da tutta Italia, immagino: quelli in consonante, del Nord, altri sicuramente meridionali, alcuni campani.
Allora lo cerco con il nome.
Giovanni è il suo nome, come forse ai suoi tempi si leggeva in chiesa, sulla porta della sacrestia, sull'affresco oggi un po' slavato.
Non lo trovo ancora.
Alterno la strategia: li leggo in orizzontale, poi in verticale. L'occhio scorre veloce, mi aiuto anche con il dito. Sembro un bambino che sta imparando a leggere. Allargo le braccia più volte, tanto sono solo, nessuno dovrebbe darmi del matto.  
Sono nomi di giovani nati circa centrotrenta anni fa, qualcuno è molto raro, molti decisamente tradizionali.
Poi finalmente mi accorgo che c'è una cripta e scendo.
Mi inoltro nel caldo chiuso e poco illuminato di un tempietto.
Appena entro, guardo verso la parete di sinistra.
Lo trovo quasi subito, in una posizione centrale.

Ecco il luogo dove riposa Cuozzo Giovanni, valvese nato ottanta anni prima di me. Non sono pochissimi, ma è nato un mese dopo la mia bisnonna Antonia, che ho fatto in tempo a conoscere, e senza la guerra -chissà- sarebbe stato in vita quando sono nato io e allora sento una prossimità cronologica, oltre che di terra, di dialetto, anche un po' di sangue.
Di sangue, sì: sua madre era una Vuocolo, suo nonno si chiamava Pietro: un nome che torna nel mio albero genealogico e che si è tramandato fino a oggi.
Per un momento mi viene da pensare che a suo fratello sia andata meglio: nel cimitero americano in terra di Francia, dove riposa, sicuramente le tombe sono tutte uguali e tutte al sole.
Ma è un pensiero che dura poco, perché Giuseppe prima è emigrato, poi si è arruolato con l'esercito americano, è tornato in Europa, è morto in Francia, infine è rimasto lì insieme ai suoi compagni. Qualcuno ha avvisato Donato, il terzo fratello, che si trovava in America anche lui e ha atteso invano il suo ritorno.
Forse Giuseppe aveva riposto i sogni di un avvenire migliore nella cittadinanza americana: per lui la divisa era un modo per accelerare i tempi. Questa almeno è la mia interpretazione. Di certo c'è solo il finale, sui campi di Francia, verso il declino dell'estate 1918.
Il sito del cimitero americano consente di stampare una sorta di certificato d'onore:
fonte

Non era questo il pezzo di carta che sognava Giuseppe.
Giovanni invece era morto in primavera, un anno e mezzo prima.
Per malattia, trovo annotato nei documenti militari. Era il 25 marzo 1917.
Combatteva nel 236º Reggimento Fanteria, Brigata "Piceno". 
Nessuna notizia della morte dei due fratelli è nei registri di Valva. Solo di pochi caduti è giunto l'atto di morte redatto da un ufficiale e trascritto con bella grafia, e certamente con commozione, dal sindaco Antonio Marcelli.

Forse restituire a ciascuno il proprio nome, le due date che davvero contano e il luogo in cui ogni cosa si è compiuta è l'ultimo modo che abbiamo per dire loro: ora riposate in pace.

Post scriptum
Uscendo dal cimitero, mi colpisce questa frase, incisa in una cappella privata:


Mi viene da rivolgerla ai giovani uomini di cui ho scorso velocemente i nomi, cercando quello del mio compaesano Giovanni.  Restate con noi, almeno nella memoria, perché il tempo passa e la sera arriva.

Approfondimenti
Ai fratelli Giuseppe e Giovanni abbiamo dedicato il seguente post
👉Caduti in guerra in due eserciti diversi: la storia dei fratelli Cuozzo
Abbiamo raccontato le vicende della famiglia Cuozzo nel post  👉Le radici spezzate: storia dei Cuozzo
In questo post trovate la storia di Giacomo Cuozzo, caduto in Spagna nel 1937:
👉Il destino in un nome: Giacomo, caduto in Spagna
Nel post 👉Giacomo, caduto per primo abbiamo ricostruito il contesto nel quale gli italiani hanno combattuto la Guerra civile spagnola.
G.V.

06 luglio 2026

LE RADICI STRAPPATE: STORIA DEI CUOZZO

Due fratelli morti nella stessa guerra ma in due eserciti diversi. Un loro nipote inghiottito nel baratro della guerra civile spagnola.
Per capire questa storia di guerra e di emigrazione, bisogna riavvolgere il nastro. Bisogna allontanarsi dal fango delle trincee europee e tornare indietro nel tempo, al municipio di Valva, dove tutto ha inizio a colpi di inchiostro e pennino.

Avvertenza per i lettori di Valva
Chi è di Valva sa bene che il cognome Cuozzo è molto diffuso. Per capire esattamente di quale famiglia stiamo parlando, basti pensare alla generazione nata negli anni Trenta: questo è il ceppo di Donato e Virginia Cuozzo, fratello e sorella che portavano i nomi dei loro nonni. Un altro fratello -che salutiamo- porta il nome dello zio morto in Spagna, Giacomo. Ecco una bella foto di famiglia, che risale alla prima metà degli anni Quaranta.

Da sinistra, papà Giuseppe, il figlio Donato, mamma Pasqualina con in braccio il piccolo Giacomo, Virginia; davanti, Michele e Mario. Nella foto manca Antonio, che non era ancora nato.
Giuseppe e Donata
Il 22 gennaio 1842 davanti al sindaco Gabriele Valletta si celebra il matrimonio tra Giuseppe Cuozzo e Donata Maria Macchia.
Lo sposo ha 27 anni, è nato il 21 settembre 1815 (all'anagrafe Giuseppe Maria); di professione bracciale, è figlio di Pietro e di Geronima Corrado.
La sposa ha 23 anni, è nata il 29 ottobre 1818,  ed è figlia del fu Giacomo Macchia e di Maria D’Ambrosio.
Giacomo Macchia è morto il 19 settembre 1841 a 59 anni; risulta figlio di Antonio Macchia e di Vittoria D’Urso. Antonio risulta morto nel 1836, a settanta anni (figlio di Lorenzo e di Francesca Spiotta).

Il primo Giacomo Cuozzo
Il 21 aprile 1851 Giuseppe Cuozzo va in municipio a registrare la nascita di suo figlio Giacomo Maria: il bambino ha il nome del nonno materno, deceduto dieci anni prima. Tra i testimoni, un sarto (Lorenzo Spiotta) e un farmacista (Costantino Freda).
Il 28 marzo 1853 nasce un secondo figlio, Pietro.
Il 12 maggio 1877 -davanti all'assessore Arcadio Grasso- Giacomo sposa Maria Michela Vuocolo, nata nel 1853, figlia di Pietro e di Angela Rosa Strollo.
I due hanno diversi figli.
Il primo si chiama Donato, nato il 26 marzo 1878. Nell'atto di nascita, la famiglia risulta residente in Piazza dell’Olmo.
Il 29 luglio 1883 nasce Fioravante. In questo caso abbiamo un'informazione più precisa: via Prima Piazza dell’Olmo.
L’11 gennaio 1886 nasce Rosolina. La famiglia risulta essersi trasferita in Piazza Plebiscito, al numero 3.
Giuseppe nasce il 27 febbraio 1889, Pietro il 10 maggio 1892. Di questi due figli non sono consultabili gli atti di nascita su Portale Antenati; da altre fonti conosciamo i nomi e le date di nascita.
Il 25 maggio 1894 nasce Santina. Infine, il 18 giugno 1897 nasce Giovanni.
Una curiosità: Pietro Vuocolo è il nonno dell'omonimo valvese che, morto nel 1945, non ha avuto i funerali in chiesa perché "comunista".

L'inizio della diaspora
Il 29 dicembre 1902, Donato Cuozzo (il primogenito) sposa  Virginia Spiotta. È una giornata frenetica in municipio: il sindaco Vincenzo Foselli celebra ben quattro matrimoni, sbrigando ogni pratica in quindici, venti minuti al massimo. Ma se leggiamo attentamente l'atto di matrimonio di Donato, notiamo qualcosa di malinconico e premonitore: le sedie dei genitori sono vuote.
Giacomo e Maria Michela, i genitori dello sposo, risultano residenti in Francia, a Sète (?). Il padre della sposa, Bartolomeo, è addirittura oltreoceano, a Philadelphia
La necessità, la povertà o la ricerca di un futuro migliore stanno già smembrando la famiglia. Le radici sono a Valva, ma i rami si stanno allungando su altri continenti.
Nel 1903 nasce Giacomo, deceduto nel 1906. 
Nel 1905 nasce Giuseppe.
L'11 dicembre 1908 Donato e Virginia hanno un altro figlio maschio, al quale danno il nome del fratellino morto. 
Giacomo nasce alle 6.30 del mattino e dopo meno di tre ore risulta già registrato all'Ufficio Anagrafe.

La famiglia di Giuseppe
Il 19 maggio 1928 Giuseppe sposa Pasqualina Falcone.
Suo padre Donato risulta negli Stati Uniti, sua madre Virginia è deceduta.
La sposa è figlia di Antonio e di Filomena Strollo.
Ipotizziamo che Donato abbia dato al secondo figlio il nome del fratello lontano e poi, a ridosso della Grande Guerra, abbia raggiunto quest'ultimo negli Stati Uniti. 
Il 14 febbraio 1933 Giacomo sposa Maria Iannuzzi
Purtroppo nell'atto trascritto dal podestà non è indicata la residenza di papà Donato; la sposa risulta nata a Batavia, negli Stati Uniti, mentre i suoi genitori Giuseppe e Angela Torsiello sono residenti a Valva.

Incontro al destino
Emigrando per cercare pane e condizioni di vita più dignitose, i Cuozzo pensavano di scappare dalla miseria, ma forse stavano solo correndo incontro al loro destino. Non sapevano che i confini attraversati per lavoro sarebbero diventati linee di sangue.
Quando il mondo va in fiamme, infatti, i governi chiamano alle armi e i figli e i nipoti di casa Cuozzo indossano le divise dei Paesi in cui il destino e la fame li hanno dispersi: Giovanni cade sul Carso, Giuseppe emigrato negli USA muore in Francia con la divisa americana, Giacomo morirà venti anni dopo durante la guerra civile spagnola.


Approfondimenti:
Ai fratelli Giuseppe e Giovanni abbiamo dedicato il seguente post:
Qui abbiamo raccontato la storia di Giacomo Cuozzo, caduto in Spagna nel 1937:
Nel post 👉Giacomo, caduto per primo abbiamo ricostruito il contesto nel quale si è combattuta la guerra civile spagnola.



G.V.

04 luglio 2026

UN SOGNO OLTRE L'OCEANO: I VALVESI IN AMERICA

In occasione del 250° anniversario dell'Indipendenza degli Stati Uniti (1776-2026), apriamo una nuova rubrica dedicata alle storie, ai sacrifici e al coraggio dei valvesi che hanno attraversato l'oceano. Le loro ràdiche sono rimaste al paese, ma i loro rami sono cresciuti, tra sudore e sangue, sulla terra americana. Iniziamo questo viaggio con un racconto corale.

Lasciare i campi o la bottega, salutare gli affetti, cambiare i disegni sull'avvenire.
Poi Napoli, poi la nave e i lunghi giorni nella pancia di un mostro che divora le onde.
E finalmente l'America, Nuova Jorca, la fiducia che rinasce.
La registrazione, la fatica di farsi capire, la quarantena e poi l'ingresso nel sogno americano.
Davanti agli occhi, il futuro, il riscatto.
Un foglio stropicciato in tasca: c'è l'indirizzo di un fratello a Newark, di un cugino o un compare a Batavia. 
Non sono comunista, non sono anarchico, al paese abitavo in via Chiesa o in via Porta del Niglio, lì è rimasta mia madre. 
Sono un sarto, taylor. Sono un contadino, farmer.
Il compaesano che chiede del paese, della famiglia, lui sta per diventare americano, i documenti sono occhei, ha già trovato i due che firmeranno gli affidavit
Un valvese ha sposato la figlia di compare Michele, un altro una femmina di qua.

E la città. 
Sferragliante velocità di automobili e tram e la gente che attraversa veloce la strada, tutti corrono. Palazzi che salgono in cielo, chiese americane, donne eleganti col cappello.
Lo stupore, il tempo di riprendersi, di sistemarsi, il tempo di imparare il lavoro.
La lettera da mandare a casa, con un imbasciata per la fidanzata, so che suo fratello sta per venire qui in America, le mando i soldi del biglietto, viene qua e ci sposiamo. Non ho soldi per tornare in Italia e poi di nuovo qui in America.
La processione di San Gerardo, ci sono tanti di Caposele. 
Anche noi valvesi stiamo formando un piccolo circolo di paesani, giochiamo a bocce e parliamo un po' valvese. 
Ci aiutiamo se c'è bisogno, non si sa mai.

Arriva la guerra, ci trova anche qui.
Tornare o restare, disertare mai.
Pochi tornano, gli altri restano e si arruolano.
Se muoio, salutate mia madre. Se torno, divento americano.
Con la divisa americana addosso, di nuovo sull'oceano, fino in Francia, fino alle trincee francesi.
Alcuni restano nei campi di Francia, altri tornano in America, i vivi e i caduti.

Da domani, costruiremo città e ferrovie. Diventeremo padri e madri, poi nonni. Parleremo ancora il nostro dialetto, impareremo un po' l'inglese e capiremo un po' meno i nostri figli che parlano con i loro compagni. 
I nostri nipoti parleranno una lingua troppo veloce per noi, ma non importa. Ce l'avremo fatta.

A coloro che sono partiti. A coloro che li hanno visti partire.
G.V.

03 luglio 2026

CARACAS NON DORME: IL LAVORO DEI VALVESI IN VENEZUELA

Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un'altra da imparare in fretta
prima della bicicletta


Gian Maria Testa, Ritals

Continua il nostro viaggio di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Iniziamo questa tappa con un'immagine simbolo, come omaggio al lavoro degli emigranti valvesi.
Questa fotografia ci porta direttamente sui ponteggi di una Caracas in piena trasformazione, alla quale i nostri compaesani hanno offerto forza e braccia, aggiungendo le proprie speranze ai grandi sogni della città.

Nella foto c'è almeno un valvese: Vincenzo Macchia; ha la camicia scura.                              Archivio famiglia Macchia. 

Una città labirintica anche nel nome ufficiale: Santiago de León de Caracas. 
Caracas attrae come un vortice, sorprende, spiazza. Seduce con la sua aria di eterna primavera e cambia, si trasforma progressivamente e in maniera incessante. Palazzi e strade, ancora strade e nuovi palazzi più alti, più alti ancora.
Negli anni Cinquanta inizia il suo inarrestabile sviluppo urbano, che la rende la città descritta dallo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, all'inizio dei Settanta; gli appare come una città che «si è estesa di sette volte in trent’anni», che «si è infittita di grattacieli nella misura in cui le torri del petrolio sono germogliate sul lago di Maracaibo»; per lui Caracas 

«è un incubo d’aria condizionata, supersonica e rumorosa, un centro della cultura del petrolio che preferisce il consumo alla creazione e che moltiplica le necessità artificiali per nascondere quelle reali. Caracas ama i prodotti sintetici e i cibi in scatola; non cammina mai, si muove soltanto in automobile e ha avvelenato con il gas dei tubi di scappamento l’aria limpida della valle; Caracas fa fatica a dormire, perché non può placare la propria ansia di guadagnare e comperare, consumare e spendere, impadronirsi di tutto».  

Nel caos di questa città che non riesce a placare la propria ansia di sviluppo, si inseriscono i passi dei venti o trenta valvesi pronti a lavorare nei cantieri e nelle officine. Ma prima del cemento, delle auto americane e dei grattacieli che graffiano il cielo, per ognuno di loro c'è stato lo strappo della partenza.

Il mare color del destino
Il mare è un'esperienza che segna. Diventa oceano dall'orizzonte sempre uguale, in un viaggio interminabile di oltre quindici giorni che spesso è il ricordo che resta più tenacemente fisso nella memoria degli emigranti.

La nave su cui ha viaggiato Ciro Feniello

A volte, il viaggio è fatto nella stiva e da lì si vedono i pesci.
Un biglietto per il Venezuela
La Guaira è la prima terra venezuelana che i valvesi toccano dopo il lungo viaggio: il porto principale del Paese, a una ventina di chilometri da Caracas. 
Per alcuni di loro diventa anche il luogo dove imparano un mestiere che li accompagnerà per il resto della vita. È il caso di mastro Rocco, che proprio qui apprende l'arte del muratore, un sapere che porta con sé, tra le tante cose che un emigrante si costruisce lontano da casa.

Rocco Tenebruso (in questa foto è a Caracas)
Al porto, Francesco e Achille, giovani ed eleganti, conversano amabilmente prima della partenza di Francesco per l'Italia; così troviamo scritto dietro questa bella foto:
 Porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 
Poi, lo sguardo si sposta verso l'interno. La città spinge incessantemente verso l'esterno e verso l'alto.
L'autopista Caracas-La Guaira squarcia la montagna, riduce le distanze e diventa il manifesto della collaborazione tra l'ingegno venezuelano e le competenze tecniche degli immigrati italiani e tedeschi. I suoi viadotti sospesi nel vuoto sembrano una sfida alla gravità.
Forse il vero simbolo di questa fame di modernità è l'Hotel Humboldt, una torre che svetta a oltre duemila metri sul livello del mare. Ci si arriva con una funivia che sfida le nuvole: quindici minuti di ascesi pura tagliando la foresta tropicale, per poi ritrovarsi in una sala girevole sospesa tra i Caraibi e le luci della metropoli.

Il lavoro e i progetti
A contribuire allo sforzo costruttivo di questa metropoli ci sono anche gli emigrati italiani e, tra questi, i valvesi. 
Ci restano i loro racconti e le fotografie, che a volte li ritraggono sui cantieri o nelle auto: grandi berline americane dalle vistose pinne, simboli del benessere che si diffondeva nel Paese. 

Caracas, prima metà degli anni Sessanta. Alla guida della Oldsmobile c'è Eliseo Marciello. Gli altri sono, da sinistra: (?), Vito Feniello, Renato Vacca e Roberto Vacca. Fonte: Gozlinus. 

Archivio famiglia Feniello
Il petrolio diventa il fulcro dell'economia venezuelana. Qualche decennio prima, l'intellettuale Arturo Uslar Pietri aveva invitato a "seminare il petrolio": un monito a utilizzare i proventi del greggio non per un arricchimento effimero, ma per far fiorire e diversificare l'intera economia nazionale. 
L'invito rimarrà nel complesso inascoltato, ma i valvesi non possono entrare in queste dinamiche economiche a lungo termine: per loro ci sono il cantiere, la fabbrica, le rimesse da mandare a Valva, i soldi da mettere da parte. 
Palazzo in costruzione; archivio famiglia Feniello
Ciro Feniello (con compagni da identificare) al lavoro
Di giorno lavorano ai nuovi grattacieli di Caracas, la sera costruiscono nella loro mente una casa a Valva, dopo aver acquistato un terreno su cui hanno messo gli occhi prima di partire e sul quale forse hanno già chiesto informazioni ai genitori o a un compare, in una lettera.
Pensano al matrimonio desiderato, ai figli che verranno. A loro regaleranno -ne sono sicuri, altrimenti non sarebbero qui- un destino diverso, con "il pezzo di carta", perché essi non devono fare questi stessi sacrifici.
Per molti di loro, la casa di oggi non parla spagnolo; ha il nome di una città italiana -Pensione Torino- come per il bisogno di un suono familiare.

Nella foto -scattata in una sala della pensione- hanno messo in scena la loro attività quotidiana: sono impiegati nella piccola fabbrica di scarpe di Giuseppe Framiglio, che è venuto qui dalla Sicilia con sua moglie Maria (della famiglia Filingieri, di antica nobiltà borbonica), con sette fratelli e tre figli: Antonina -che qui ha conosciuto e sposato un valvese, Antonio- Paola, che morirà giovanissima, e il piccolo Corrado, porta il nome del nonno paterno e di quello materno. Due dei figli di Antonio e Antonina nasceranno proprio a Caracas: Giuseppe (Pippo) e Raffaele.

I primi due da sinistra sono Giuseppe Torsiello e Giuseppe Feniello. Il penultimo da sinistra è Mario Falcone. I due seduti sono Eliseo Marciello e Antonio Feniello. Nella foto ci sono anche alcuni fratelli Framiglio.
La foto è stata raccolta da Valentino Cuozzo e pubblicata in Valva Foto Storiche. 
Forse, questa città che muta così in fretta nemmeno la vedono cambiare davvero. Ne vivono gli anni del boom e poi tornano a Valva, chi alla fine degli anni Cinquanta, chi nei primi  Sessanta. 
Mentre alcuni preparano le valigie per il ritorno, altri valvesi arrivano. Vedono una città che non è la stessa che ha accolto i loro compaesani, pronta a cambiare ancora.

L'ha vista cambiare, Vito.
Forse se lo dice ancora ogni sera, quando alla fine di una giornata di lavoro chiude la sua boutique sartoriale, proprio in centro città. 
Vito Feniello; fonte Gozlinus

Vito ha imparato il mestiere da sarto giovanissimo, nella bottega di Noè Porcelli a Valva, ed è emigrato qui nel 1963, ad appena quattordici anni. Ha deciso di rimanere. A venti anni aveva già una sua attività, poi una lunga attività che gli ha dato tante soddisfazioni e prestigiosi riconoscimenti.

Il giovane Vito accolto all'aeroporto da Eliseo Marciello; fonte: Valva Foto Storiche

Ma l'esperienza dei valvesi migranti non si esaurisce solo tra i cantieri e le automobili delle grandi città; alcuni si spingono oltre, quasi alla ricerca di se stessi, dell'ispirazione. È il caso di Giovannino, guidato fin quaggiù da un'innata vocazione da artista e ricercatore. Come ha evidenziato una critica d'arte, presentandone una mostra, il lungo soggiorno venezuelano lo ha spinto fino alle foreste selvagge bagnate dall'Orinoco, il grande fiume dei popoli indios. Qui ha appreso una tecnica di intaglio del legno che sembra un tributo a popoli conosciuti o immaginati:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva
E la lussureggiante natura del Sud America ha influenzato la sua fantasia e la sua arte:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva

Hanno curvato il legno delle foreste abitate un tempo dagli indios, hanno impastato il cemento nella rumorosa capitale, hanno confezionato scarpe e cucito abiti sartoriali.
Gli emigranti valvesi hanno attraversato la vertigine di quegli anni frenetici e laboriosi. 
Alcuni sono tornati, dopo circa un decennio di emigrazione; tra questi, molti sono ripartiti, verso altre mete (la Germania, il Nord Italia). Qualcuno, invece, è rimasto in Venezuela.
Nonostante la distanza del tempo e nello spazio, resta un legame forte tra Valva e questo Paese dei Caraibi, un filo sospeso tra il dolore del ritorno (questo è il significato della parola "nostalgia") e il ricordo di un mare color del destino.

Citazioni
Gian Maria Testa, Ritals, in: "Da questa parte del mare", 2006; sito ufficiale
La citazione di Galeano è tratta da: D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi 
La citazione dedicata a Giovanni Grasso è tratta da: Franca Foselli Breda, Un naïf pittore e scultore: Giovanni Grasso
All'arte del pittore e scultore valvese abbiamo dedicato il post Un pittore in punta di piedi.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela:
Il secondo episodio è stato dedicato al racconto di un ritorno a Valva: 👉La valigia di Ciro.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a zia Fedora D'Ambrosio, a Silvana Cuozzo, a Stefania Feniello, a Valeria Macchia, a Marinella Tenebruso, a Pippo Feniello.
Fondamentale, come sempre, il prezioso archivio del blog Gozlinus.

G.V.


02 luglio 2026

LA VALIGIA DI CIRO

Era già l'ora che volge il disio 
ai navicanti e 'ntenerisce il core 
lo dì c'han detto ai dolci amici addio
Dante, Purgatorio VIII, 1-3

Arriva un giorno, nella vita di chi è partito, in cui il viaggio si inverte. Si può scegliere se restare o tornare, ma quel giorno prima o poi arriva.

Un emigrante valvese in Venezuela decide di tornare a casa, dopo sei anni. Porta con sé una valigia e un anello, delle lettere e un'inquietudine che lascerà in mare. 

Già, il mare. Quello stesso mare attraversato all'andata resta a custodire un malessere che non si può portare a casa.

In questi giorni di grande trepidazione per il Venezuela, ci sembra doveroso fermarci a riflettere su cosa quella terra abbia rappresentato per tante famiglie valvesi: una seconda patria, un luogo di lavoro e di sacrificio, ma anche -per chi è tornato- un bagaglio che forse non si è deposto mai del tutto.

Abbiamo ricevuto da Stefania Feniello un racconto legato all'esperienza di suo padre in Venezuela. Lo ha raccolto dalla sua voce e trascritto insieme alla sorella Anna.

Eccolo:

Ciro rientrò dal Venezuela perché la sua salute sembrava peggiorare e decise di tornare a casa. 

I suoi compagni valvesi colsero l'occasione per affidargli alcune lettere da recapitare alle loro famiglie. Vincenzo, uno dei suoi amici, gli consegnò invece un anello da portare a sua moglie Grazia, come simbolo del suo amore e della promessa di un futuro di nuovo insieme. 

Prima della partenza gli venne affidato anche un compito delicato: riportare alla famiglia la valigia di un compaesano morto lontano dalla propria terra. Era una responsabilità che accettò con grande senso del dovere, deciso a mantenere la parola data.

Durante il viaggio di ritorno accadde qualcosa di sorprendente. Quando la nave varcò lo Stretto di Gibilterra, ogni suo malessere scomparve. Capì allora che non era una malattia del corpo a tormentarlo, bensì la nostalgia della sua casa, della sua terra, della sua gente e della sua famiglia. 

Giunto al porto di Napoli, però, dovette affrontare un'altra prova: la valigia del compaesano venne rubata. 

Ciro era dotato di uno straordinario spirito di osservazione e di una memoria fuori dal comune: nulla sfuggiva al suo sguardo. Per questo aveva annotato il numero del facchino incaricato del trasporto dei bagagli durante i controlli. Quel semplice gesto si rivelò decisivo: riuscì a risalire al responsabile, a recuperare la valigia e a consegnarla infine ai familiari del compaesano, onorando fino in fondo l'impegno che aveva assunto. 

Quell'episodio confermò il carattere di Ciro: un uomo leale, scrupoloso e affidabile, capace di mantenere le promesse anche nelle situazioni più difficili.

Il racconto ci ha permesso di seguire il viaggio di ritorno di Ciro. Queste fotografie ci riportano indietro, agli anni trascorsi in Venezuela. Sono immagini che ci restituiscono i volti della comunità valvese, una comunità allargata, come testimonia la presenza della famiglia siciliana Framiglio, alla cui storia dedicheremo un prossimo post.

La signora a destra è Antonina Framiglio, accanto a lei suo marito Antonio Feniello. Nella foto ci sono almeno altri due valvesi: Michele Cuozzo (l'uomo a sinistra) e Nicola ?, che è l'uomo accanto all'altra donna, sua moglie.

Le fotografie raccontano il lavoro, innanzitutto, ma anche l'amicizia e il bisogno di ritrovarsi. Lontani dall'Italia, il primo legame non era soltanto quello di appartenere alla stessa nazione: era quello di riconoscersi nelle stesse parole, nello stesso dialetto, nelle stesse abitudini. Essere di Valva significava sentirsi già un po' in famiglia.

Quando osservo le fotografie di questo periodo, soprattutto quelle scattate in Venezuela, mi colpisce l'eleganza delle persone in posa. 

L'eleganza di Giuseppe Feniello; fonte: Gozlinus
Francesco Caldarone e Achille Di Florio nel porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 

Non credo sia soltanto una forma di naturale compiacimento giovanile.

Vi leggo piuttosto il desiderio di mostrarsi con dignità a chi era rimasto in paese, di testimoniare che, nonostante i sacrifici, si stava costruendo una vita migliore. Forse il messaggio implicito, anche a se stessi, era: ce la sto facendo.

Non manca l'ironia né il tentativo di confondersi un po' con i costumi locali:

Le immagini più ricorrenti, però, sono quelle di gruppo. Una socialità che si esprime nelle feste e nei momenti conviviali, il bisogno di ritrovarsi e di riconoscersi tra persone che sanno "a chi appartieni". 

Tra compagni di lavoro, paesani e nuovi colleghi, anche preparare la cena può essere occasione per mettersi in posa, dopo una giornata di lavoro:

Cambiano il clima e il paesaggio, ma il bisogno di fare gruppo, come dimostra la fotografia di una festa di Natale celebrata a maniche corte:

Natale non è quando nevica; è quando sei tra persone che ti fanno sentire a casa, anche a settimane di navigazione dalla tua famiglia.

Alla nostalgia di chi è partito. 
E a quella valigia invisibile che molti, tornando, hanno continuato a portare con sé per tutta la vita.

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Postilla sulla memoria orale

Il giorno in cui Ciro Feniello tornò dal Venezuela, andò subito in montagna: insieme al fratello Carmine, salì a salutare i genitori, che stavano raccogliendo -o forse piantando- le patate. Un testimone che assistette a quella scena me ne parla da quando ero bambino.

Nel racconto di zio Ciro, così come si è sedimentato nella sua famiglia, l'amico Vincenzo era ancora fidanzato. Grazie alla preziosa collaborazione della signora Valeria Macchia, abbiamo appreso che suo padre Vincenzo era già sposato e sarebbe tornato a Valva un anno dopo l'amico. Dunque l'anello era per la moglie, la signora Grazia: la tenerezza del gesto resta intatta.

Questo piccolo scarto tra il ricordo tramandato a voce e i dati ricostruiti non sminuisce affatto il valore della memoria orale. Al contrario, ci ricorda che i racconti di famiglia custodiscono soprattutto il significato umano degli eventi, più che la loro esatta cronologia o la precisione dei dettagli. Le imprecisioni possono affiorare con il passare del tempo, i dettagli si possono confondere e sovrapporre, ma l'essenza della storia continua a giungere fino a noi con sorprendente forza.
Chi ha avuto il privilegio di conoscere zio Ciro, riconosce nel racconto la traccia di un galantuomo. Anche le eventuali imprecisioni diventano preziose: non sono semplici errori della memoria, ma tracce del modo in cui una vicenda è stata custodita e trasmessa attraverso le generazioni.

Stiamo approfondendo le ricerche sul giovane morto in Venezuela. Siamo riusciti a identificarlo: si tratta di Donato Cuozzo.

In una delle fotografie compare anche Achille Di Florio. Quel sorriso, fissato per sempre nell'immagine, si sarebbe spento di lì a poco, a causa di un incidente avvenuto proprio in Venezuela. Di lui, la cara zia Dora D'Ambrosio -sua vicina di casa- ricorda che era mancino. È un piccolo dettaglio, che oggi passerebbe inosservato, ma forse anche in questi segni minimi si rivela un senso profondo del nostro passaggio: qualcosa di noi continua a vivere nello sguardo e nella memoria degli altri.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela.
Da qui in avanti cercheremo di raccontare le storie di uomini e donne che quel viaggio lo hanno vissuto in prima persona.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a Stefania Feniello, per aver condiviso il racconto di suo padre Ciro e le fotografie del suo periodo in Venezuela.
Grazie a Valeria Macchia, per le preziose informazioni su suo padre Vincenzo.
Grazie a Giuseppe Feniello (Pippo) -che ci ha aiutato a riconoscere le persone nelle fotografie scattate nella città in cui lui è nato: Caracas- e a Silvana Cuozzo.
E grazie a zia Dora: la sua memoria continua a essere una bussola preziosa.
G.V.