Visualizzazione post con etichetta OTTOCENTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta OTTOCENTO. Mostra tutti i post

27 giugno 2026

LA MORTE NELLA GROTTA DI SAN MICHELE

FUORI REGISTRO Terzo episodio
-La morte di Giuseppe Falcone nella Grotta di San Michele-

Ci sono luoghi in cui l’anima trova sollievo e, a volte, il corpo trova rifugio.
Eppure lo stesso luogo che protegge può trasformarsi in una trappola e il rifugio diventare sepolcro.
Per i valvesi, la grotta dedicata a San Michele Arcangelo è stata, in alcuni momenti della storia, il rifugio per eccellenza. Così accadde, ad esempio, nel settembre del 1943: mentre americani e tedeschi si affrontavano a colpi di artiglieria e le bombe cadevano dal cielo, la popolazione cercò riparo tra queste stalattiti, diventate le colonne di un tempio naturale dedicato all’Arcangelo, all’ombra delle sue ali.
Se però sfogliamo i registri anagrafici, la cosiddetta “burocrazia del dolore” ci restituisce anche una realtà diversa.
L’evento “fuori registro” di cui ci occupiamo in questo episodio della nostra rubrica ci riporta indietro al 1837.
Mentre il colera imperversa nel Sud Italia, le pagine del registro dei morti si fanno sempre più dense di nomi e date, segno di una comunità colpita dall’epidemia. Ed è proprio tra quelle righe che emerge la tragica vicenda di un giovane.
 
Il 13 settembre 1837 alle ore ore 18 due testimoni si presentano davanti al sindaco Pasquale Marcello. Si chiamano Lorenzo di Gregorio, di 37 anni, e Alessandro Spiotta di trenta; entrambi sono “bracciali”, cioè braccianti.
I due testimoni dichiarano che alle quattordici di quello stesso giorno “è morto nella Grotta di S. Michele Arcangelo sepolto sotto le pietre della Lamia del Cappellone del Protettore S. Michele Giuseppe Falcone di anni venticinque”.
Su di lui abbiamo poche notizie: nato a Valva, di professione bracciale, figlio di Onofrio (bracciale) e di Mariangiola Seritella.
Due ipotesi
Perché Giuseppe era salito alla Grotta di San Michele?
Possiamo fare due ipotesi.
La prima è legata alla festa di San Michele, il 29 settembre.
In un anno di colera, però, le autorità del Regno avevano vietato gli assembramenti e la festa solenne -con il pellegrinaggio in montagna- quell'anno quasi certamente non si tenne. Possiamo allora immaginare Giuseppe salire da solo alla grotta, per un atto di devozione privata. Con lui, verosimilmente c’erano le due persone che poi sarebbero corse in municipio a denunciarne la morte.
La seconda ipotesi è legata al colera: è possibile che alcuni abbiano scelto di rifugiarsi in luoghi isolati, lontani dai centri abitati. La grotta come lazzaretto naturale, prima ancora che come santuario.
 
Mentre Giuseppe si trovava all’interno della grotta, la lamia cedette.
La lamia è una struttura architettonica rurale in pietra o tufo, caratterizzata da una copertura a volta. Nella grotta di San Michele, la lamia rappresentava l'intervento dell'uomo che cercava di “addomesticare” la natura selvaggia della roccia: una volta in pietra costruita per creare cappelle stabili e asciutte.

Nelle costruzioni tradizionali, la malta – una miscela di calce e sabbia – tiene insieme i blocchi di pietra. L'interno di una grotta, però, è un ambiente ricco di umidità e infiltrazioni: nel corso degli anni, lo stillicidio dell'acqua ha lavato via il collante dalle fessure. Senza più la malta a fare da cuscinetto, i blocchi hanno iniziato a muoversi in modo impercettibile, alterando l’equilibrio delle forze.

Ricostruzione effettuata con l'intelligenza artificiale
Fa impressione pensare a quel crollo.
La grotta, che per generazioni era stata luogo di preghiera e di richiesta di protezione, quel giorno divenne il luogo dell’ultimo viaggio di un giovane valvese. E forse, davanti a quella tragedia, la comunità avrà affidato Giuseppe a San Michele, il custode delle anime, colui che le accompagna nel passaggio verso la luce.
È proprio questa l’immagine di San Michele che emerge, ad esempio, nella Messa da Requiem:
“O Signore Gesù Cristo, Re di Gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso: liberale dalle fauci del leone affinché non le inghiotta il Tartaro e non cadano nell’oscurità: ma il vessillifero San Michele le riporti alla santa luce che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza.”

🙏Grazie all'attenzione e alla passione del nostro amico Gianluca Parisi Perna: anche questo episodio ci è stato segnalato da lui.

Fuori Registro - Il fascino dell'anagrafe 
I registri anagrafici hanno il potere di rapire chiunque li sfogli, anche solo in digitale sul Portale Antenati. Tra carte ingiallite e grafie d'altri tempi, un nome tira l'altro e una dicitura insolita può trasformarsi in un invito alla ricerca. Da questo viaggio tra i documenti nasce Fuori Registro, una rubrica del blog la ràdica che porta alla luce episodi di cronaca, curiosità, anomalie e piccoli misteri nascosti tra le pieghe della storia di Valva e dell'Alto Sele.

G.V.

17 giugno 2026

MICHELE FENIELLO, IL BRIGADIERE VALVESE MORTO NELLE MARCHE

Un archivio racchiude tante storie, molte delle quali rimangono sospese per decenni attendendo che qualcuno, girando la pagina giusta, consenta loro di tornare a respirare.

Forse la storia di Michele Maria Feniello è una di queste: un giovane di Valva che, nell'Italia da poco unita, ha servito lo Stato indossando una divisa e ha trovato la morte in una città lontana.

La notizia arriva in comune

Il 17 ottobre 1872 è un giovedì. Il sindaco di Valva, Antonio d'Urso, scrive sul registro anagrafico di aver ricevuto notizia, da parte del sindaco del Comune di Fermo (nelle Marche), della morte di Michele Feniello, brigadiere dei Reali Carabinieri, nato e domiciliato in Valva, figlio di Luigi e di Angela Maria Spiotta.

A questo punto, il sindaco trascrive il testo che gli è stato inviato dal comune di Fermo:

Regno d'Italia  Municipio di Fermo -- Ufficio dello stato civile-- Estratto dal Registro degli atti di morte per l'anno 1872 -- Numero 378 -- Michele Feniello --L'anno mille ottocento settantadue il giorno di martedì otto ottobre ad un ora pomeridiana in Fermo nella Casa Comunale-- 
Io sottoscritto Luigi Tranquilli segretario del Comune di Fermo Ufficiale dello stato civile per gli atti di nascita e di morte delegato dal sindaco con atto del trentuno gennaio mille ottocento sessantasei avendo ricevuto un avviso di morte dalla direzione dell'Ospedale Civile, e militare di questa Città in conformità di quanto viene esposto nell'avviso stesso dò atto in questo registro, che alle ore nove, e mezzo antimeridiane di ieri sette corrente ottobre nel citato Ospedale è morto Michele Feniello, Brigadiere dei Reali Carabinieri nato, e domiciliato a Valva, Provincia di Principato Citra, celibe, di anni quaranta, figlio di Luigi e Angela Maria Spiotta -- Detto avviso munito del mio visto viene inserito nel volume degli allegati, ed ho formato il presente processo verbale--
Per Luigi Tranquilli delegato -- Fermo li 9 ottobre 1872 -- Il presente è pienamente conforme al suo originale -- L'Ufficiale dello stato civile --   (segue firma)

Il sindaco Antonio d'Urso trascrive l'atto su due registri, come da prassi, e dispone che la copia dell'atto di morte "munita del nostro visto" sia inserita nel volume degli allegati.

La famiglia Feniello
Del giovane brigadiere sappiamo poco altro.
Dagli archivi emerge il suo atto di nascita.
Alle otto di sera del 12 agosto 1830 Luigi Feniello, ventiseienne di professione bracciale (il bracciante giornaliero), si reca alla casa comunale per registrare la nascita di suo figlio, che presenta al sindaco Pasquale Grasso secondo il rito dell'epoca. Al bambino, nato alle nove del mattino, viene dato il nome di Michele Maria. La madre è Angela Spiotta, anche lei di ventisei anni. Il bambino viene battezzato il giorno dopo.

Testimoni dell'atto di nascita, Giacomo Libero "sartore" e Carlo Fedele, "macellaio". Da notare i due cognomi, oggi non più presenti in paese.

Non siamo riusciti a trovare gli atti del matrimonio di Luigi e Angela Maria, che ipotizziamo avvenuto prima del 1824.
Il loro primo figlio è Carmine, nato nel 1825.
Nell'atto di nascita di Carmine, il padre Luigi risulta avere 23 anni (questo anticiperebbe la sua data di nascita al 1802) mentre la madre Angela Maria venti (ipotizziamo sia nata tra il 1804 e il 1805). Il bambino è nato il 2 novembre ed è battezzato il 3.
Anche in questo caso troviamo un cognome non più presente in paese: uno dei testimoni è Tommaso Zinna, possidente; l'altro è Gennaro Marcello (ma si noti la grafia), bracciale.
Il 28 giugno 1840 nasce Raffaele Pietro; anche in questo caso tra i due genitori c'è la differenza di tre anni. Il bambino è battezzato il giorno dopo, il giorno di San Pietro: probabilmente questo spiega il secondo nome.
Questa volta Luigi firma l'atto:

Il 18 dicembre 1843 nasce Rosa.
Una curiosità: i testimoni sono probabilmente due fratelli, Alessandro Freda (sacerdote) e Costantino Freda (farmacista).
Un altro figlio arriva nel 1845: il 7 novembre nasce infatti Giovanni Battista, battezzato il giorno stesso. 

I testimoni dell'atto di nascita sono Felice Vacca (bracciale, ma sappiamo che è già diventato o sta per diventare il primo custode del cimitero di Valva) e Domenicantonio Cuoco (anche lui bracciale: ipotizziamo sia il nonno di un caduto nella Grande Guerra).

Il 15 settembre 1848 nasce Rosa Maria, battezzata due giorni dopo.

Misteri del registro: questa volta papà Luigi non firma.

A questo punto, ci viene un dubbio: come mai un nome così simile alla sorellina nata cinque anni prima? Il dubbio diventa un sospetto, il sospetto una triste scoperta: Rosa era morta il 22 gennaio 1844, a un mese. 
A portare la notizia in comune, i due testimoni che abbiamo già trovato nell'atto di nascita di uno dei bambini Feniello, Felice Vacca e Domenicantonio Cuoco.

Un carabiniere negli anni dell'Unità  d'Italia
È in questo contesto di terra, di lavoro duro e di esistenze precarie che Michele cresce e prende una decisione insolita per il suo tempo: arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri.
Non sono anni facili. Per un giovane del diventare carabiniere significa scegliere una ferrea disciplina, accettare la lontananza da casa e affrontare una vita fatta di continui trasferimenti. Ma rappresenta anche una possibilità di riscatto sociale, una via per sottrarsi alla dura condizione del bracciante e costruirsi un futuro diverso.

L'Italia negli anni dopo l' Unità, nella quale Michele presta servizio, è ancora un Paese attraversato da profonde tensioni. L'Arma dei Carabinieri è impegnata nella difficile lotta al brigantaggio, mentre il Regno d'Italia completa faticosamente la propria unificazione con l'annessione del Veneto nel 1866 e di Roma nel 1870. 
Nello stesso tempo, le politiche dei governi unitari non riescono a comprendere le esigenze del Mezzogiorno, alimentando quella frattura destinata a essere conosciuta come "Questione meridionale".
Sono anche gli anni in cui prendono forma alcuni simboli destinati a identificare l'istituzione dei Carabinieri: la Banda dell'Arma, fondata nel 1862, e il reparto delle Guardie del Re, istituito nel 1870 per la protezione del sovrano.
Michele onora la divisa, sale la scala gerarchica e diventa Brigadiere.
Il servizio lo spinge lontano da Valva, portandolo fino a Fermo, sul versante adriatico. Sarà la sua ultima tappa.

Quando il sindaco d'Urso copia il verbale di morte sui registri di Valva, mette la parola fine alla storia amministrativa di Michele. Nessuna moglie, nessun figlio a rievocarne il nome tra i vicoli del paese, a parlare di lui.
Ecco perché alcune storie chiedono di essere raccontate.

G.V.

 

14 maggio 2026

UN MATRIMONIO CON INTERPRETE

Oggi il cognome Zaccardi non è più presente a Valva, ma le fonti anagrafiche lo attestano per tutto l'Ottocento. Non siamo ancora in grado di individuarne con certezza l'origine geografica, dunque non possiamo escludere che si tratti di un cognome autoctono.

Registri smarriti, atti di notorietà davanti al giudice, formule solenni, un matrimonio con interprete: le vicende della famiglia Zaccardi offrono uno spaccato della vita quotidiana nella Valva dell’Ottocento.

Ricostruire una data di nascita

Il 19 marzo 1830 alcuni valvesi si recano dal giudice di Laviano.

Antonia Stentale -dal 1812 vedova di Francesco Zaccardi del fu Pietrangelo- ha portato con sé sette testimoni: dovranno dichiarare di essere a conoscenza che suo figlio Felice Antonio Zaccardi è nato a Valva "nel mese di maggio 1807". Si badi: manca il giorno.

I registri parrocchiali di quell'anno sono smarriti e dunque è necessario un atto di notorietà: Felice Antonio infatti sta per sposarsi.

La sposa si chiama Angela Maria Vacca; ha alcuni anni più di lui, infatti dall'atto di battesimo -in latino- allegato ai documenti per il processetto matrimoniale risulta che è nata il 25 aprile 1800. I suoi genitori sono Saverio e Francesca Fasano.

Il matrimonio si celebra il 20 marzo, alle ore 15.

Dopo aver ricevuto il consenso del padre della sposa e della madre dello sposo, il sindaco Pasquale Grasso legge gli articoli del codice e accoglie la solenne promessa di celebrare il matrimonio "innanzi alla Chiesa secondo le forme prescritte dal Sacro Concilio di Trento".

Il primo figlio della coppia nasce nel 1832, si chiama Carmine.

Il 23 1842 febbraio nasce Raffaele Maria, battezzato due giorni dopo.

Un matrimonio con interprete

L'8 agosto 1868, Raffaele Maria sposerà Maria Giuseppa Porcelli, nata a Bagnoli (Principato Ulteriore), da molti anni residente a Valva, figlia del fu Angelantonio e di Lucia Frillo.

Nell'atto di matrimonio notiamo un dettaglio curioso: lo sposo è sordomuto, ed è assistito da Francesco Zaccardi del fu Michele, che presta giuramento "secondo il rito della fede cristiana da lui professata" di "fedelmente adempiere l'ufficio".

I testimoni sono Saverio Ricciardi, pittore, e Merolla Biagio, negoziante (quest'ultimo sarà il nonno di un soldato morto durante la Prima guerra mondiale).

Il sindaco Antonio d'Urso legge gli articoli del codice civile, invita l'interprete "a spiegarne il tenore" allo sposo, ottiene il consenso degli sposi e li unisce in matrimonio. Chiede poi all'interprete di spiegare questa "pronunziazione".

La nostra ricerca sulla famiglia Zaccardi continua.



26 agosto 2025

LA VOCE DI ANGELICA -Collaboriamo a una ricerca storica-

Dicono se ne senta la voce.
Come Eco che rimanda i suoni -non più corpo di giovane donna ma pietra- o come le ninfe che abitano le fonti.
Forse è una leggenda di pastori di Valva e di Colliano o dei tanti che in passato venivano qui dalle montagne di Acerno o Montella.
Una pietra, un orecchio attento e la voce dell'acqua.
L'acqua che attraversa la montagna e giunge al fiume, in tante vene che sembrano capelli.
Si racconta che, molti anni fa, una ragazza di nome Angelica sia morta in montagna, in una fonte o una conca d'acqua, tra Valva e Colliano. Forse era un pozzo.
La madre avrebbe detto all’acqua:
«Che tu possa prendere tante vie quanti erano i capelli della mia Angelica».

Ipotizzo che Angelica sia davvero esistita, come Marianna: 
👉un'altra vicenda tragica rimasta impressa nella memoria popolare.
L'Acqua Angelica come il Pozzo di Marianna, dunque. 
Almeno, questa è la mia ipotesi.
Per provare a ricostruire la sua storia e capire in quale periodo sia avvenuta, chiedo l’aiuto di tutti gli appassionati della nostra storia e delle nostre leggende.
Ogni dettaglio può essere importante.
Insieme possiamo dare data e volto a questa leggenda e restituirla alla storia.

👉 Puoi collaborare così:

  • Vai su antenati.cultura.gov.it e cerca nei registri di Valva e Colliano alla voce Morti.

  • Cerchiamo l'atto di morte, verosimilmente nella prima metà dell'Ottocento, di una ragazza di Valva o Colliano di nome Angelica, morta in una località di montagna (non deve risultare un indirizzo di casa).

  • Per coordinare i nostro sforzi, se trovi un atto, o anche solo dopo aver verificato senza risultati, scrivici a la ràdica. Ogni piccolo passo è utile!

  • Se conosci i luoghi di montagna indicati nella leggenda, inviaci la localizzazione precisa o fotografie.

COME FARE LA RICERCA

1. Collegarsi al sito 👉 https://antenati.cultura.gov.it/ e digitare Valva (o Colliano), come nell'esempio:

2. Nel menu a sinistra, alla voce TIPOLOGIA scegliere  MORTI

3. Il portale ora mostra solo la tipologia di registro scelta:

4. Cliccare sull'icona come nell'immagine. Questa operazione consente di avere una visualizzazione più efficace:

5. Scegliere la modalità di visualizzazione GALLERIA:
6. Se il registro ha un indice, si riconosce abbastanza agevolmente alle ultime pagine:
Purtroppo i registri non coprono  tutti gli anni e non sempre hanno l'indice.
In alcuni casi, l'indice è per nome, più spesso per cognome.

Se non dovessimo riuscire a individuare una possibile Angelica all’origine di questo racconto popolare, ben attestato sia a Valva sia a Colliano, ci sarà comunque un aspetto positivo: Angelica resterà nella zona protetta del mito e continuerà a parlare con la voce delle acque sotterranee dei monti.
G.V.

18 agosto 2025

LA TOMBA DI SANSONE

Orribil furon li peccati miei; 
ma la bontà infinita ha sì gran braccia, 
che prende ciò che si rivolge a lei.                            

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia 
di me fu messo per Clemente allora, 
avesse in Dio ben letta questa faccia,                       

l’ossa del corpo mio sarieno ancora 
in co del ponte presso a Benevento, 
sotto la guardia de la grave mora.                              

Or le bagna la pioggia e move il vento 
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde, 
dov’e’ le trasmutò a lume spento. 

                    Dante, Purgatorio, canto terzo                      

Non sappiamo se i peccati di Emidio fossero così grandi da meritargli la sepoltura in terra non consacrata a ridosso del muro del cimitero né se la severità del giudizio fosse da paragonare all'incapacità delle autorità di allora di riconoscere in Dio anche la faccia della misericordia, come lamenta il personaggio dantesco del canto terzo del Purgatorio. 
Sappiamo però che questo è stato il destino del suo cadavere. Secondo il custode del cimitero di Valva,  a oltre centodieci anni di distanza lo scheletro era praticamente integro. 
Dicembre 1887. Emidio Sansone viene ucciso in piazza dai carabinieri, almeno secondo il racconto popolare che stiamo cercando di verificare con i documenti.
L’immagine è una ricostruzione storica in stile fotografico,
realizzata con l’ausilio di intelligenza artificiale, a cura del blog la ràdica
Viene sepolto fuori del cimitero, dove rimane fino all'inizio degli anni Duemila, quando il comune di Valva esegue dei lavori di ampliamento. 
La tomba di Emidio Sansone; fonte
In quell'occasione, i resti di Emidio sono stati composti in un loculo, con la stessa epigrafe in pietra che per tanti anni ne aveva testimoniato il nome, la data e la giovane età della morte:
A questa figura tra lo storico e il leggendario vogliamo dedicare un lavoro di ricerca, perché riteniamo giusto ricostruirne la storia. Raccontarla, significa almeno tentare di restituire dignità a questo giovane valvese (originario di Acerno) e inserirla nel più ampio contesto della nostra memoria collettiva.

Una storia che inizia da lontano
Il 22 gennaio 1848, davanti al notaio Pasquale Budetta in Occiano -"villaggio" di Montecorvino Rovella, del Principato Citra del Regno delle Due Sicilie- si presenta il signor Aniello Sansone del fu Luca, di professione casiere, domiciliato in Acerno, che dichiara che suo nipote Vito Sansone, figlio del fu suo figlio Luca e della vivente Maria Giuseppa Sansone, "avendo conchiuso volersi maritare con la nominata Carolina Salvatore di anni diciotto" ha bisogno del consenso del suo avo paterno (=nonno).
Non potendo il signor Aniello recarsi di persona ad Acerno,
"col presente atto espressamente e formalmente dà e presta il suo consenso e piacere per detto matrimonio del nipote, facultando l'uffiziale dello stato civile a riceverne la solenne promessa ed il parroco a celebrare le nozze, come se vi fusse presente esso consensiente Aniello Sansone".
Vito (o Vitantonio o Vito Antonio) Sansone e sua moglie Carolina avranno una bambina ad Acerno, di nome Maria Giuseppa, e poi si trasferiranno a Valva.
Qui il 17 dicembre 1857 nascerà Emidio Sansone.
Morirà a trenta anni. Spetta a noi scoprire dove e come.

Continueremo a occuparci di Emidio Sansone, seguendone le tracce tra documenti e memoria popolare.

Un sentito ringraziamento al signor Eliseo Feniello, per le preziose informazioni e la consueta disponibilità.
G.V.

04 luglio 2025

BREVE COME UN GIORNO DI NOVEMBRE

Maria Concetta.
Questo è il nome che la bambina porta scritto su un cartello legato al petto.
Chi l’ha lasciata alla ruota di Valva ha aggiunto un particolare: “Battezzata a 10 novembre andante mese ed anno”.
E’ il 13 novembre 1847; “la pia ricevitrice di questa ruota Geronima Libero” presenta al sindaco Giovanni Marcello “una bambina, avvolta in pochi cenci, che è stata esposta a questa suddetta ruota in questa scorsa notte a circa le ore quattro, la quale dimostra di essere venuta alla luce pochi dì innanzi”.
Il sindaco impone alla bambina il cognome Pinto (ma il testo non è chiarissimo), la iscrive nel “registro di atti diversi” (e non nel registro delle nascite), “per dare esecuzione alla legge”; poi la invia al parroco per farla battezzare, “dubitando della veracità del biglietto che portava”.
Sembra l’inizio di una bella storia: una trovatella che diventa adulta e magari va in America dove fa fortuna e diventa mamma e nonna di una bella famiglia.
Invece, nel registro di atti diversi del 1847 alla pagina successiva troviamo la triste fine di questa storia.
Il 18 novembre Felice Vacca (che era il becchino comunale, anche se in questo atto risulta semplicemente “bracciale”) e Francesco Feniello dichiarano che “a circa le ore dieci di questa scorsa notte” è morta la “projetta” Maria Concetta Pinto, “esposta a questa ruota nella notte antecedente al dì 13 novembre”.
Forse dovremmo ricercare queste storie raccontate nei registri di atti diversi: come anomalie nella quotidianità dell’Ottocento, in cui il padre -o in alcuni casi la levatrice- andava in comune e mostrava il neonato -a quanto riportano i registri- al sindaco, che lo vedeva e ne registrava la nascita alla presenza di due testimoni. Il ritrovamento -e in alcuni casi la morte- di un trovatello -o un “projetto”, con la grafia del tempo- era un evento per il quale era previsto un registro particolare.
A questi "gelsomini notturni" il nostro blog cercherà di dedicare un lavoro che aiuti a conoscerne le vicende.

G.V.

24 giugno 2025

GLI OCCHI DI RODOLFO

Celeste Cozza è una contadina che vive in via San Biagio.
La notte del 17 marzo 1869, verso le tre, viene svegliata dai vagiti di un neonato. 
Si alza, apre la porta e trova "sulla nuda terra" un bambino avvolto in un grembiule di lana nera e una fascia.
Il giorno dopo va al municipio, presenta il bambino al sindaco -il cavaliere Antonio D'Urso- e gli racconta l'accaduto, mentre il sindaco verbalizza sul registro dei nati dell'anno.
Il sindaco scrive che il bambino è di sesso maschile, "dall'età apparente di due giorni, siccome mi ha anche assicurato la levatrice Maria Fratangelo".
Il bambino non ha su di sé segni o scritti che possano farlo riconoscere. 

Spesso -non sempre- i trovatelli hanno un foglietto con il nome; a volte hanno scritto anche "battezzato".
Il sindaco affida il bambino alla balia, Maria Francesca Megaro di Pasquale, moglie di Angelo Strollo: la famiglia risiede in via Pistelle.
Infine, applicando l'articolo 34 del Codice Civile del Regno d'Italia, il sindaco dà al bambino un nome: Rodolfo Cilestrino. 
Come mai questa scelta?
In genere ai "projetti" si dà un nome simbolico, benaugurante; il cognome può far riferimento alla loro condizione o anche a qualche elemento fisico. 
E' improbabile che un bambino di due giorni abbia già gli occhi celeste chiaro, come il cognome Cilestrino potrebbe far pensare.
Non escludo, per la verità, un indiretto omaggio alla donna che ha trovato il bambino: Celeste.
Quella di Rodolfo sembra una vicenda a lieto fine, ma non lo è.
Lo stesso sindaco D'Urso annoterà sul registro dei morti dell'anno 1875, alla data del 24 maggio, la morte del piccolo "Cilestrino Rodolfo trovatello".
Mi colpisce il termine che sul registro si accompagna al nome e al cognome del bambino: è come se fosse un secondo cognome, un soprannome o un titolo.
A quella data, probabilmente Rodolfo si trova ancora presso la famiglia di Maria Francesca e Angelo, perché nel registro risulta che è morto in via Prima Pistelli. Angelo Strollo, di anni trentotto, è presenta all'atto in qualità di testimone.
Mi colpisce anche un altro particolare: il sindaco è molto preciso -non lo è per gli altri defunti nelle pagine del registro di quell'anno- nell'indicare l'età del bambino: anni sei, mesi due, giorni dieci.
In questo elemento che potrebbe apparire un vezzo burocratico vedo un piccolo gesto di attenzione, forse un omaggio nei confronti di una piccola esistenza, di un bambino che è entrato nella storia di Valva in una notte di marzo e se n'è andato poco prima dell'estate, pochi anni dopo. 
Forse in quel momento gli occhi di Rodolfo sono davvero di colore celeste chiaro.
G.V.

14 febbraio 2025

L'ULTIMA FIERA DI CANIO, IL FORESTIERO

Valva nell'Ottocento, 4
La locanda di Donato Feniello ogni tanto ospita forestieri. 
Commercianti, soprattutto. Si spostano per i loro affari e per loro fermarsi lungo la strada è indispensabile.
Siamo nel 1841.
Il 16 giugno è un mercoledì, sono le 13.
Accade qualcosa di insolito. Forse Donato lo prende come un funesto presagio per la sua locanda.
Non so altro della locanda, nemmeno dove si trovi esattamente.
Però so cosa accade alle ore 13 di quel mercoledì 16 giugno 1841.
Quello che non so, lo immagino.
Il pranzo è appena finito, i piatti forse ancora in tavola. 
Qualcuno si accorge che un uomo non si muove più o che fatica a respirare. Una voce chiama Donato. Donato  capisce subito che qualcosa di grave sta accadendo nella sua locanda.
Immagine creata in collaborazione con l'intelligenza artificiale
Poi qualcuno corre verso il paese, diretto al municipio. 
Un'ora dopo, Lorenzo Di Gregorio e Donato Mastrantonio si presentano dal sindaco Gabriele Valletta e dichiarano che nella locanda Feniello è morto un forestiero.
Canio da Rionero
Il suo nome è Canio Padula, di Rionero; ha quarantadue anni e, come suo padre Gianbattista, è un "negoziante".
Sua moglie si chiama Carminella Santoro.
Hanno tre figli: Gianbattista di venti anni, Giuseppe di quattordici anni e Francesco di undici.

Il primo atto di nascita che abbiamo trovato è quello di Gianbattista, nato il 22 maggio 1821. Il documento è interessante ma un po' impreciso. Non riporta il nome del padre di Canio e sembra poco attendibile in merito all'età di sua moglie Carminella, che risulta di ventotto anni, quattro più del marito. Vedremo negli atti degli altri figli che Carminella risulterà più giovane di Canio.
La coppia è residente nel quartiere della Chiesa Madre. 
Interessante è la professione di Canio: "pizzicarolo", termine dialettale che indica il droghiere o il bottegaio di formaggi e altri generi alimentari.           
Negli atti di nascita dei figli Giuseppe (nato il 20 novembre 1827) e Francesco (nato il 26 luglio 1830), Canio è definito "bottegaio", figlio del fu Gianbattista.  Carminella Santoro risulta di un anno più giovane del marito, la cui nascita risale al 1802 circa.

Canio sa leggere e scrivere; del resto, un commerciante deve saperlo fare. Dei suoi libri dei conti non è rimasto nulla, polvere di un mondo che misurava la vita in pesi e prezzi d'altri tempi.
Ma quella stessa mano che scriveva i conti ha lasciato un segno anche altrove, nei registri anagrafici di Rionero: la sua firma.

Portale Antenati — Archivio di Stato di Potenza, Stato Civile di Rionero in Vulture 
Non so nemmeno perché si trovi a Valva; quelli sono i giorni di San Vito, forse da qualche parte c'è una fiera e Valva per Canio è solo una tappa nel suo viaggio.
Gli appuntamenti di un anno sono scanditi con regolarità da feste e fiere: probabilmente Canio ha alloggiato altre volte da Donato, forse ci sono locande in località più comode per lui, ma ormai è di casa in questa locanda e anche oggi ha pranzato qui.
Immagine creata in collaborazione con l'intelligenza artificiale
Poi ha avuto questa strana idea di morire, lontano da Rionero, dalla moglie Carminella, dai figli. So soltanto che a un commerciante che muore lontano da casa, morendo, può tornare in mente un proverbio sentito raccontare dal padre fin da bambino: "Il Padre Eterno non si paga i sabati."

Già: il destino o la volontà divina non seguono le leggi del commercio umano; ci sono giorni in cui il guadagno non conta mentre il vento d'estate continua il suo giro.
G.V.

09 febbraio 2025

LA MORTE CHE VIENE DAL FUOCO D'AGOSTO

                                                    Valva nell'Ottocento, 3

Il 29 agosto 1842, due valvesi si recano in municipio e dichiarano al sindaco Gabriele Valletta che alle nove del mattino è morta
nella casa del Signor Marchese la Signora Donna Chiara Savelli, di anni settanta, brugiata (sic!) dal fuoco.
Nobildonna, era nata a Taranto da Don Felice Fanelli, possidente; il nome della madre era Vienna, il cognome è ignoto ai testimoni e al sindaco che redige l'atto di morte.
Cerco di formulare delle ipotesi sulle cause della morte. Credo che a fine agosto non sia plausibile pensare a un fuoco in casa. Ipotizzo un incendio.
Intanto, sfoglio la pagina del registro e trovo che lo stesso giorno gli stessi testimoni hanno dichiarato che è morto 
nella casa del Signor Marchese Don Gaspare Pepe brugiato  (sic!) dal fuoco, di anni nove.
Il bambino è figlio di Don Baldassarre Pepe, fattore, e di Donna Grazia Maresca. E' nato a Valva, ma i registri a disposizione non consentono di stabilire se i genitori si siano sposati nel paese dove sicuramente hanno seguito il marchese, da Taranto.
Nel 1842, il marchese di Valva è Francesco Saverio, che ha unito il suo cognome D'Ayala a quello dello zio Giuseppe Maria Valva.
Dunque, due vittime del fuoco, a fine agosto.
La corte del marchese è visitata dalla morte come le case dei contadini di Valva; la deferenza suggerisce a chi compila il registro di definire "Don" anche il giovane figlio del fattore del marchese.
Immagine creata con la collaborazione di ChatGPT
Uno dei due testimoni è un mio antenato: Felice Vacca.
E' un "bracciale" (bracciante) ma è anche impiegato comunale -"servente comunale", nella prosa dell'epoca- ed è spesso citato come testimone di nascite, matrimoni e morti. E' anche il custode del cimitero (ipotizzo sia stato il primo o comunque uno dei primi). 
Probabilmente è toccato a lui dare sepoltura a queste due vittime di un fuoco di fine agosto.
Erano due forestieri, sicuramente salutati con rispetto dai valvesi, che si saranno tolti il cappello davanti alla "Signora Donna Chiara" e che avranno chiamato, come il sindaco, "Don Gaspare" il figlio di Don Baldassarre, il fattore del marchese.
Scrivendo questi due nomi, penso al presepe e ai Magi.
Forse la vita si muove come i Re Magi, tra l'umile e il divino, tra la nobiltà e la povertà.
Forse la morte unisce mondi così distanti.
C'è sicuramente dell'ironia nella scelta di chiamare il proprio figlio Gaspare da parte di un uomo di nome Baldassarre, non ce n'è affatto nella morte che viene dal fuoco in un giorno di fine agosto.
G.V.
 

06 febbraio 2025

CECILIA, NATA A SANTA LUCIA -Le voci che raccontano la nostra esistenza

                                                    Valva nell'Ottocento, 2

Due miei antenati hanno scelto una data molto romantica per sposarsi: il 14 febbraio.

E' il 1828, sono i nonni di mio nonno: si chiamano Lorenzo Cuozzo e Cecilia Torsiello.

La sposa, però, non può produrre un certificato di nascita e allora davanti al Regio Giudice del Circondario di Laviano si presentano sette testimoni.

Sono Giuseppe Spiotta, Domenico Anselmo, Carmine Vacca, Carmine ?, Angela Torsiello, Cecilia Mastrogiacomo e Teresa Grippo.

Immagine generata con l'ausilio di ChatGPT

Ecco uno stralcio del verbale:

Essi testimoni ci hanno uniformemente dichiarato che Cecilia Torsiello di Valva, contadina, figlia di Giuseppe e di Maria Giuseppa Falcone, domiciliata in Valva, nacque a Valva nel dì 13 decembre 1807 ricordandoselo bene come vicini o confidenti di casa dei genitori di essa Cecilia, perché ricorreva in quel giorno la festività di Santa Lucia che segnalatamente se ne pratica il culto in Valva e la testimone Grippo se lo ricorda con più precisione perché nel mese di luglio dell'anno 1807 le nacque un figlio, di conseguenza Cecilia Torsiello ha l'età di anni venti compiuti a 13 decembre ultimo.

Dicono dunque che la richiedente Torsiello non è stata nel grado di aver potuto procurare il legale documento della sua nascita perché i libri battesimali dal 1801 al 1808 trovansi smarriti e dispersi.

Forse è vero che la nostra identità può esistere anche senza carte, ma non senza memoria.

Le voci che raccontano la nostra esistenza valgono più dei documenti.

Quel giorno, davanti al giudice, sette voci confermarono ciò che nessun documento poteva più provare.

E forse è proprio questo il segreto della storia: non sono i registri a renderci reali, ma il ricordo di chi ci ha visti nascere e crescere.

Non servivano carte ingiallite o timbri ufficiali; per stabilire la data di nascita della mia antenata Cecilia, bastava la memoria di persone abituate a scandire il tempo con i nomi dei santi.

Fonti
L'atto è consultabile sul portale 👉Antenati 

Valva nell'Ottocento
👉Quando i defunti erano sepolti nei sotterranei delle chiese

G.V.

30 gennaio 2025

QUANDO I DEFUNTI ERANO SEPOLTI NEI SOTTERRANEI DELLE CHIESE

Valva nell'Ottocento, 1

Nel 1830 due giovani valvesi si sposano: sono Felice Vacca e Carminella Torsiello.
Nel loro processetto matrimoniale troviamo un documento interessante: l'atto di morte di Donato Vacca, padre dello sposo; è redatto in latino dal curato di Valva, Michele Grasso.
Il sacerdote trascrive quanto trova scritto nel registro: il 17 aprile 1804 a Valva Donato Vacca marito di Giuseppa Grasso, di 53 anni circa, provvisto dei sacramenti, ha reso l'anima a Dio con l'assistenza del sacerdote.
Fin qui, il testo è abbastanza chiaro.
Poi troviamo una frase più complessa, per la grafia e per il significato.

Finis (?) eius corpus in parochialem lectum clero comitante delatum, ibique sepultum.

La frase può significare che alla sua morte il suo corpo fu trasportato nella lettiga parrocchiale, accompagnato dal clero, e lì sepolto.
La lettiga parrocchiale veniva usata per trasportare i corpi dei defunti dalla casa alla chiesa; era riutilizzabile, soprattutto nei casi in cui il defunto veniva sepolto senza bara.
Il verbo "defero" fa pensare all'azione di portare giù, trascinare in basso, far precipitare.
Questa è una testimonianza storica dell'usanza di seppellire i cadaveri sotto il pavimento delle chiese o in locali sotterranei.
Chiesa di San Giacomo Apostolo,
facciata posteriore
e locali al piano inferiore
Il corpo Donato Vacca  potrebbe dunque essere stato trasportato sotto la chiesa "e lì sepolto", come è scritto nel testo. 
"Lì" non può riferirsi al cimitero, anche perché è verosimile che a Valva non ce ne fosse uno.
Sarà infatti l'Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone nel 1804, a imporre le sepolture fuori dal centro abitato e non più nelle chiese o nei loro sotterranei.
L'editto verrà adottato nel Regno di Napoli nel 1806, dopo l'arrivo dei francesi.
1. Il seppellimento de’ cadaveri umani ne’ Camposanti [...] dovrà essere fatto per inumazione, ossia interrimento, non già per tumulazione, ossia dentro sepolture. [...] 
2. La figura del Camposanto sarà un quadrato, o un parallelogrammo, o almeno la più approssimante a tali figure. Avrà una sola porta d’ingresso chiusa da un forte rastello di ferro, o di legno, così stretto, che gli animali non possano penetrare a traverso esso. [...] Vi sarà costruita una Cappella per esercitarvi gli uffizj religiosi. Accanto alla porta del Camposanto potrà costruirsi ancora una casetta pel sepellitore, qualora le circostanze locali ne facciano sentire la necessità. [La costruzione?] de’ camposanti sarà cominciata nel corrente anno, e dovrà trovarsi ultimata in tutto il regno per la fine del mille ottocentoventi. La spesa di quest’opera è a carico de’ comuni rispettivi. Gl’Intendenti potranno eccitare i ricchi proprietarj, i prelati, il clero e le congregazioni a concorrere con oblazioni volontarie ad accelerare il compimento di un’opera tanto interessante la salute pubblica. 
Una curiosità: sarà proprio lo sposo, Felice Vacca, a diventare "becchino comunale" di Valva, come leggiamo in diversi registri anagrafici.

Fonti
- L'atto di morte di Donato Valva si trova in Portale Antenati
- Per l'approfondimento sui cimiteri nel Regno di Napoli: La Cartografia dei secoli XVIII e XIX dell'Archivio di Stato di Catanzaro
- La foto originale è di Valentino Cuozzo
G.V.

31 dicembre 2024

UN TROVATELLO ALLA GUERRA DI LIBIA

Quando nell'ottobre 1891 viene registrato al Comune si Valva, gli vengono dati un nome e un cognome  di poetica tenerezza, anche se accompagnati da un più prosaico "trovatello". 

Noi lo chiameremo Fortunato.

Non sappiamo altro sulle circostanze della sua nascita e del suo ritrovamento, né sulle vicende della sua infanzia. L'ha trascorsa a Valva in una famiglia adottiva? Oppure in un brefotrofio in città?

La questione dell'infanzia abbandonata in Italia nell'ultimo quarantennio dell'800 è densa di implicazioni sociali: 150mila bambini, in genere al di sotto dei dieci anni, assistiti dai brefotrofi e dalle amministrazioni locali; circa 40mila neonati abbandonati ogni anno alla "carità" pubblica e privata. Le cause di questo fenomeno sociale erano varie e spesso difficilmente individuabili: spesso il movente era costituito dalle misere condizioni delle famiglie d'origine. Informazioni sulle madri di questi bambini sono scarse, poiché era fatto divieto dal Codice civile di fare ricerche sulla maternità naturale.  Figli di N.N.- I cognomi dei trovatelli nell'800, blog Incultura 

Gioacchino Toma, La guardia alla ruota dei trovatelli, 1877

Alla visita di leva, Fortunato dichiara di svolgere la professione di cocchiere.

Chiamato alle armi nel 1911, lo troviamo nel 23° Cavalleggeri Umberto I, impegnato nella Guerra greco-turca, a Rodi (che proprio alla fine di questa guerra diventerà italiana).

Fortunato ottiene la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà ed onore e può fregiarsi della medaglia commemorativa.

Nell'ottobre 1912 finisce la Guerra italo-turca, combattuta tra il Regno d'Italia e l'Impero ottomano a partire dal 29 settembre 1911: con il trattato di Losanna l'Italia annette la Libia e il Dodecaneso, con appunto Rodi.

Alla partecipazione dei valvesi alle guerre combattute in Africa abbiamo dedicato tre  post: 

👉I valvesi alla guerra in Africa
👉Due soldati valvesi sul bel suol d'amore 
👉Michele Macchia, ferito in Libia nel 1911 

Nel 1913 Fortunato risulta all'estero con regolare passaporto, ma non sappiamo se negli Stati Uniti o in Francia.

A questo punto il sistema burocratico italiano sembra incepparsi per lui: chiamato di nuovo alle armi all'alba della Grande Guerra, viene dichiarato disertore e denunciato al tribunale militare di Napoli. Non abbiamo altre notizie su di lui.

Ci piace immaginarlo diventato un imprenditore, magari nel settore dei trasporti, da cocchiere che era a Valva. In un nuovo Paese, in quell'epoca di grandi opportunità che anche molti valvesi -a prezzo dell'enorme distacco dalla propria terra e dai propri cari-hanno saputo cogliere: il sogno americano.

Dopo un'infanzia certamente difficile, l'esperienza della guerra, poi l'emigrazione, in cerca di fortuna.

Speriamo l'abbia trovata, da qualche parte nel mondo.

G.V.