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30 giugno 2026

I CUSTODI DEL FUOCO E DEL FERRO: GLI SPATOLA DI VALVA

Homo faber, ricorda uno dei più celebri proverbi latini. L'uomo è artefice del proprio destino perché può modellarlo proprio come si fa con il ferro: un metallo duro, resistente, eppure non invincibile di fronte al fuoco e alla tecnica umana.
Prima che l'italiano moderno scegliesse la parola fabbro, l'Ottocento esprimeva questa fatica attraverso i termini ferraio o ferraro.
A Valva cambiano le parole per indicare la professione, cambiano i nomi, ma la famiglia resta la stessa: Spatola. 
Dal 1844 al 1913, nei registri delle liste di leva conservati all'Archivio di Stato di Salerno risultano nove soldati con il cognome Spatola nati a Valva; di otto di loro è indicata la professione e ben cinque sono fabbri ferrai o maniscalchi. Una vera e propria dinastia del fuoco e del ferro.

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In questa foto, il piccolo Serafino è nella bottega di papà Michele: ne respira l'odore caratteristico, ne vive l'atmosfera di fatica antica, raccoglie idealmente il testimone del padre. 
Da Quaglietta a Valva
Vengono da Quaglietta, gli Spatola.
La sera del 10 ottobre 1814 Lorenzo Spatola di 46 anni, professione “ferraro”, presenta al sindaco Celestino Bonelli un bambino nato poche ore prima da Giovanna Megaro, di 35 anni. Al bambino viene dato il nome di Onofrio Matteo.
Un benestante (chiamato “signore”) e uno “scarparo” sono i testimoni dell’atto. Lorenzo firma con il segno della croce, i due testimoni con il loro nome.
Prima del 1820, la famiglia Spatola si trasferisce a Valva.
Lo sappiamo perché dai documenti del matrimonio di un altro figlio, Salvatore, quest’ultimo risulta nato a Valva.
Lorenzo e Giovanna hanno almeno una figlia, di nome Caterina, che morirà nel 1854.

Per orientarsi tra i passaggi generazionali, i membri del ramo di Onofrio saranno evidenziati in blu e quelli del ramo di Salvatore in fucsia.

Il ramo di Onofrio
Nel 1837 Onofrio Spatola sposa Antonia Spiotta, di diciassette anni (dunque nata nel 1820 circa). Onofrio risulta ferraio, come suo padre.
Tra i documenti del matrimonio, troviamo gli atti di nascita degli sposi. Quello di Onofrio è rilasciato dal parroco di Quaglietta:
Decisamente più leggibile la grafia del cancelliere di Valva, Valletta, che scrive l'atto di nascita della sposa Antonia:
Nel 1839 nasce Giovanni Luigi Maria, nel 1842 Filomena Maria.
Onofrio e Antonia avranno altri tre figli maschi, come risulta dai fogli matricolari: Michele Arcangelo, nato il 22 settembre 1844; Leopoldo, nato il 21 ottobre 1855 (alla visita militare dichiarerà di essere "fabbro ferraio") e Giovanni, nato il 3 aprile 1858.

Alla nascita di Leopoldo, Onofrio risulta avere 40 anni, la moglie 38. L’età della moglie è chiaramente errata. Il nonno paterno, Lorenzo, risulta deceduto.

Onofrio e Antonia hanno almeno due figlie: il 18 febbraio 1848 nasce Maria Francesca, nel 1851 nasce Raffaella Maria
Nel 1855 muore Filomena; sui registri risulta "ragazza", un termine che veniva utilizzato per indicare una persona deceduta prima dell'età da lavoro.
Non siamo riusciti a rintracciare l'atto di nascita di Filomena; per la verità, ipotizziamo che anche un'altra sorella abbia avuto lo stesso nome, visto che ritroviamo una Filomena Spatola madre di un soldato caduto nella Prima guerra mondiale: Torsiello Antonio (classe 1891, falegname; morto il 18 giugno 1916 in un ospedale da campo, per ferite riportate in combattimento).
Nel 1874 Michele Arcangelo sposa Mariantonia Feniello. Lo sposo è "fabbro ferraio".  L'anno dopo, nell'ottobre 1875, nasce la loro prima figlia: Giuseppa.

Una curiosità: nell'atto di nascita di Giuseppa, papà Michele risulta "bracciale". La coppia abita in via Fontana, 19.

Subito dopo si trasferisce a Colliano, come notiamo dall'atto di nascita del primo figlio maschio: Onofrio, nato nel 1878. 

Nell'atto di nascita di Onofrio il cognome della madre viene erroneamente trascritto come "Fanelli", poi corretto in Feniello con una nota a margine. 
Qui, il padre torna a essere definito "ferraio".

Quando nel 1922 muore a Valva (in corso Vittorio Veneto), Michele Arcangelo risulta ancora residente a Colliano.
Suo figlio Onofrio sposa nel giugno 1900 Maria Megaro, a Valva, dove i due si trasferiscono.
Il 20 aprile 1901 nella casa di Corso Umberto I (che da pochi mesi si chiama così) nasce Antonia.
Il 6 ottobre 1904 nasce Luisa, che nel 1926 sposerà Battista Porcelli. Un suo figlio si chiamerà Onofrio.
Il 26 febbraio 1906 nasce Mario, ma la mamma Maria muore dopo appena quattro giorni, il 2 marzo.
Quando farà la visita militare, anche Mario si dichiarerà "fabbro ferraio".
Il 9 giugno 1910 Onofrio si risposa, con la diciannovenne Maria Michela Spiotta, figlia di Giuseppe e di Maria Feniello.

Nell'atto di matrimonio Onofrio risulta nato a Colliano e residente a Valva, mentre i suoi genitori sono ancora residenti a Colliano. Testimoni di nozze, lo scalpellino Rubino Porcelli e il falegname Attilio Cuozzo.

Nella casa in via Ospedale, nel 1911 nasce Anna, nel 1912 Vita MariaAltri figli verranno più tardi, fino al 1930: Michele, Maria, Angela
Ecco Anna con l'abito tradizionale valvese, in una foto dei primi anni Trenta:

I lettori del blog "la ràdica" già conoscono Maria Michela Spiotta, perché è la sorella di Michele, caduto nella Grande Guerra, e di Angelo, che muore negli Stati Uniti. Alla morte di quest'ultimo, Maria Michela e la sorella Santina faranno erigere una cappella votiva, per esaudire un voto del fratello:

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In questa foto vediamo le due sorelle Spiotta: Maria Michela indossa l'abito della "pacchiana"; la bambina è Maria Spatola.

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Il ramo di Salvatore
Nel 1846 viene celebrato il matrimonio tra Salvatore (ma nell’atto risulta Salvadore) e Anna Maria D’Amato, di ventisei anni come il marito. Lo sposo risulta nato a Valva.
Il 2 giugno 1848 nasce una bambina, alla quale vengono dati i nomi di Pasqualina Alessandrina Vittoria.
Papà Salvadore risulta "ferraio"; una piccola imprecisione sull'età dei coniugi: Anna Maria risulta di due anni più vecchia del marito.
Michele Maria Spatola nasce il 16 marzo 1851.
Nel 1853 nasce, e muore a soli otto mesi, Cassandra
Il 3 aprile 1875, Michele Maria ("ferraio") sposa Maria Francesca Torsiello, di 25 anni, figlia di Angelomaria e di Rosa Valletta. 
La coppia ha subito una bambina: Diletta Anna Maria, che nasce il 21 novembre1875. 
Nasceranno poi almeno quattro figli maschi: Salvatore (classe 1884), Prospero (classe 1886, fabbro ferraio), Serafino (classe 1888, maniscalco), Vincenzo (1891).  
Vincenzo -che alla visita militare dichiara di essere sarto- avrà un destino tragico: cadrà nella seconda guerra da lui combattuta.
Partecipa alla guerra di Libia come tamburino del 22°Reggimento Fanteria. 
Questa prima esperienza bellica per lui è breve, perché rientra in Italia dopo poco più di un mese, il 12 luglio 1913, ferito alla spalla sinistra da un proiettile, nel corso di un'imboscata dei guerriglieri senussi.
Il 21 febbraio 1914 sposa Antonia Maria Corrado, di Michele e Felicia Strollo.
Ma il fango delle trincee lo aspetta. 
Il 24 maggio 1915, il giorno esatto in cui l'Italia entra nella Grande Guerra, Vincenzo è di nuovo in prima linea.
Intanto, il 9 luglio a Valva nasce suo figlio Vinicio.
A denunciarne la nascita in municipio è la levatrice Clotilde Romanini, che dichiara che il padre del bambino si trova "lontano da questo comune". 
Il bambino morirà a soli dieci anni nel 1925.
L'11 agosto 1916, nel caos della sanguinosa sesta battaglia dell'Isonzo, vicino a Gorizia, Vincenzo risulta disperso.
Il nome del soldato caduto rivivrà in uno dei figli di suo fratello Serafino: nato nel 1923, Vincenzo Spatola sposerà la cugina del soldato americano Henry Porcelli. Vincenzo e Maria troveranno la morte insieme a Serafino, a Castelnuovo di Conza la sera del terremoto del 23 novembre 1980.
La giovane donna è Maria D'Amato, che ha in braccio la figlia Maria Michela; l'uomo vicino a Maria è suo marito Vincenzo, l'altro è probabilmente il fratello di questo, Adriano.
La famiglia Spatola negli anni Cinquanta: da sinistra, Adriano e la figlia Rosalba, Michele e il piccolo Serafino, Vincenzo. La bambina sulla destra è Anita Feniello. fonte
Prospero Spatola
,
emigrato negli USA nel 1906, darà a uno dei figli il nome di Vincenzo.
Abbiamo testimonianza anche di un viaggio di Serafino negli Stati Uniti, dove arriva a bordo della nave Napoli il 2 settembre 1913. In questo estratto del registro di Ellis Island leggiamo che con lui ci sono due compaesani, Alfonso Gerardo Freda e Michele  Fasano:
Serafino è diretto a Batavia.
Tre mesi dopo, a Valva nasce suo figlio  Michele.
Ecco una foto di sua moglie, Maria Michela Torsiello (1889-1934):
A dichiarare in municipio la nascita del bambino è anche in questo caso la levatrice, Clotilde Romanini. Nell'atto di nascita Serafino risulta comunque domiciliato a Valva.
In quest'altra foto, Michele è sempre con il figlio Serafino, ormai giovane collaboratore.

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Si potrebbe scrivere un romanzo sulla famiglia Spatola. Da Quaglietta a Valva, da Valva in Libia e sui monti di Gorizia, da Valva in America. E alcune pagine, importanti, vanno ancora ricostruite: ad esempio, abbiamo notizia di un Michele Spatola, appuntato, figlio di Onofrio, morto nella Terza guerra di indipendenza, nel 1866. Non siamo ancora riusciti a identificarlo con certezza.

Una catena di ferro, fuoco e sangue che il tempo non è riuscito a spezzare.  

Altri post
Le vicende di alcune persone nominate in questo lavoro di ricerca sono state presentate in altri post del nostro blog.
Abbiamo già raccontato la storia di Vincenzo Spatola e Maria D'Amato in 👉Storie come strade e quella del soldato americano Henry Porcelli in vari post, tra cui 👉Il suo nome era Henry Porcelli, un episodio legato anche alle foto scattate a Valva nel settembre 1943, le cui persone ritratte siamo riusciti a identificare grazie a Ornella Spatola.
Ai due fratelli di Maria Michela Spiotta abbiamo dedicato due post: 👉In un declivio di velluto verde, un eroe silenzioso e 👉Il sogno americano infranto sul ciglio di una strada, realizzati grazie alle foto e alle informazioni condivise da Mariana Grisi.
Infine, alcune notizie sul soldato Antonio Torsiello, figlio di Filomena Spatola, si trovano in 👉Una società operaia piange i suoi caduti nella Grande Guerra.

Fonti

Le fotografie di Michele Spatola, Serafino e degli altri membri della famiglia sono tratte dal blog Gozlinus. La foto di Anna Spatola con l'abito tradizionale valvese viene pubblicata per gentile concessione della figlia, Nunziatina Porcelli. Per la fotografia di Maria Michela Torsiello si ringrazia Vincenzo Valletta; l'immagine è stata leggermente restaurata, per renderla più chiara.
I documenti anagrafici citati provengono dal Portale Antenati, fondi degli archivi di stato civile di Quaglietta e Valva. Il documento sullo sbarco di Serafino Spatola negli Stati Uniti proviene dai registri di Ellis Island.

G.V.

17 giugno 2026

L'ARGENTO DEI SENTIERI, 2

Questo percorso dedicato ai centenari valvesi che ho avuto l'onore di conoscere è nato in occasione del centesimo compleanno della signora Giovanna Cuozzo, alla quale ho dedicato il primo articolo della serie (in due tappe): "Cent'annidi gratitudine"Agli altri centenari, presentati in ordine cronologico, ho dedicato  L’argento dei sentieri,1 .
I testi sono stati pubblicati su "la vòria"  [Substack]


Hanno visto il mondo cambiare, hanno visto piante diventare alberi.
Raccontarne le vite significa fare un viaggio nel tempo e conoscere un po’ meglio anche se stessi.
Maria Megaro
Ricordo bene zia Maria, la più grande delle tre sorelle Megaro.

In questa foto ha diciotto anni. Sembra riassumere lo stile degli anni Venti. L’abito a vita bassa ha un taglio più comodo e moderno dei corsetti rigidi che erano diffusi fino a quel periodo. La cintura sottile con fibbia e la collana -regalo di uno zio sacerdote- sono accessori tipici del periodo, come lo sono anche lo sfondo dipinto e la sedia nello studio fotografico.
Il suo atto di nascita contiene alcune notizie interessanti. Intanto, suo padre Vito è definito “industriante” (ovvero un commerciante).
Sappiamo che aveva una macelleria. La nipote Angela ricorda che le zie dicevano che papà Vito faceva il “mezzano”: un mediatore tra chi acquistava il bestiame o la carne macellata.
I due testimoni che firmano l’atto di nascita sono un sacerdote, Antonio Cappetta, che era anche maestro e Gaetano Fasano, il papà di Alfonso, che sarebbe diventato anche lui centenario. Gaetano risulta di professione orologiaio.
Ecco zia Maria nel giorno del suo centesimo compleanno:

Pierino Vacca, juventino dalla prigionia in Sudafrica

Pierino Vacca è il centenario più legato alla mia famiglia: era il fratello di mia nonna Donata.

Il 26 novembre 2014 due paesi sono stati in festa per lui: Valva, ovviamente, e Laviano (dove abitava).
È stato prigioniero in Sudafrica, nel più grande campo di prigionia della Seconda guerra mondiale, quello di Zonderwater.

Così descrive quei prigionieri Federico Buffa, che si è occupato dell’argomento perché nel campo si svolgeva anche un campionato di calcio:
Erano uomini e uomini italiani e condividevano fatica, coraggio e soprattutto la dignità del momento.
Ecco le belle parole che ha dedicato a zio Pierino il presidente dell’Associazione Zonderwater Block ex Prigionieri di Guerra, Emilio Coccia:
Cent’anni dei quali oltre cinque, tra i più belli della vita poiché a cavallo tra giovinezza e maturità, trascorsi in guerra, in prigionia, fra disagi e tormenti, privato della cara libertà e sempre a contatto con la sofferenza di tanti compagni d’arme. Ma è spesso in quei dolorosi frangenti dove nascono amicizie sincere e forse anche qualche buon ricordo: ricordo degli anni veri e forte insegnamento per quelli a venire.

Anche la Juventus, squadra per la quale faceva un tifo sfegatato, sul suo sito ufficiale gli ha dedicato un bel post di auguri1.


Nel suo atto di nascita risulta che è nato in via Santa Maria delle Grazie, al numero 9. Oltre a papà Ermelindo, firmano l’atto i testimoni Michele Spiotta (calzolaio) e Michele Freda (muratore). Il cognome Vacca torna sui registri anagrafici, dopo che Donato Vacca è deceduto nel 1909.

Alfonso, il figlio dell’orologiaio
Ricordo bene anche Alfonso Fasano, detto di Aitan dal nome del padre Gaetano.
In questa foto in piazza, si notano l’eleganza e la compostezza della sua posa.

Alfonso era nato il 16 giugno 1907, in piazza Plebiscito.
Tre suoi fratelli hanno combattuto in guerra: Michele -paracadutista- e Settimo sono tornati (quest’ultimo dall’internamento in Germania), Ottavo è caduto in Africa Settentrionale.
Alfonso è stato falegname, mentre suo fratello Settimo ha ereditato la professione del padre, almeno da giovane: orologiaio. I valvesi lo ricordano soprattutto come fattore dell’azienda del marchese, al Bosco; è stato il papà del compianto professor Ottavio Fasano.

Le filastrocche di zia Pasqualina

Pasqualina Cuozzo fino all’ultimo ha insegnato filastrocche antiche ai nipoti e alle pronipoti.
C’è un episodio che custodisco con emozione. In occasione del suo 102.mo compleanno, sul mio blog “la ràdica” le ho dedicato l’episodio del podcast Il giorno dopo dedicato alle canzoni del trio Lescano, dal titolo Tulipani e Maramao: un piccolo omaggio, una sorta di serenata a distanza a una donna che amava cantare e conosceva molte filastrocche. Mi ha fatto molto piacere sapere che zia Pasqualina ha ascoltato l’episodio e ha cantato tutte le canzoni; la sua preferita è stata, senza dubbio, Maramao perché sei morto.

Enrico Santovito, l’ultimo internato in Germania

Persone che migrano, storie che si intrecciano. Cognomi che vengono da fuori, come Santovito: testimonianza anagrafica della stagione del lavoro nell’azienda del marchese d’Ayala-Valva, quando a Valva non solo c’era lavoro ma l’offerta richiamava stagionali da altre province e regioni.
Zio Enrico Santovito è stato l’ultimo reduce valvese degli internati in Germania. Combattente in Albania, fu catturato a soli 21 anni e internato in Germania, assegnato all’Arbeitskommando 1131 a Bobeck-Stadtroda, in Turingia. Nel settembre 1944 divenne lavoratore civile e nel marzo 1945 fu trasferito nello Stalag IX C durante le evacuazioni dei campi.

Zio Enrico Santovito nel giorno del suo centesimo compleanno. Alle sue spalle, si vede la mascherina del sindaco: un segno del periodo difficile che stavamo vivendo.

Giuseppe Feniello, l’ultimo combattente

Ho avuto l’onore di intervistare Giuseppe Feniello pochi giorni prima del suo centesimo compleanno. “Sono cose che vengono a galla”, mi ha detto riferendosi ai suoi ricordi: un’espressione bellissima, che sintetizza con efficacia il viaggio che ha compiuto in quei momenti per rievocare le esperienze della sua giovinezza, della guerra e della prigionia in Egitto.
Zio Giuseppe mi ha raccontato che durante il fascismo il sabato non si doveva lavorare, ma chi aveva la terra ci andava lo stesso, eludendo la vigilanza di chi tentava di impedirlo.
Questo breve scambio di battute mi ha colpito molto:
- Con quale stato d’animo sei andato in guerra?
Eri un soldato e dovevi andare.
- Ma pensavi a Valva, alla famiglia?
Embe’, nun vuliv p’nza’?
Il suo centesimo compleanno è stato festeggiato con solennità, nel Monumento ai Caduti. Valva ha reso così omaggio al suo ultimo reduce della Seconda guerra mondiale.
In quell’occasione, ho pubblicato sul blog “la ràdica” un eBook dal titolo “L’ultimo soldato”: un viaggio nella storia di Valva, seguendo le vicende di zio Giuseppe Feniello.

 

 

Così come gli alberi custodiscono i loro anelli nel silenzio dei secoli, questi centenari hanno custodito a lungo la memoria del paese.
Ricostruire le loro vicende, significa ricostruire la storia di una comunità intera.
Essi ci lasciano una traccia preziosa: sapere che la storia di Valva non è fatta solo di date o di documenti, ma di volti, gesti e parole che continuano a parlare.
G.V.

28 maggio 2026

NOTE STORICHE SULLA FAMIGLIA SICA A VALVA

Il 27 maggio 1885 nasce a Valva Daniele Sica, figlio di Michele (calzolaio) e di Antonia Gigantiello (contadina).
Arruolatosi nel 225mo Rgt Fanteria, partecipa alla Prima guerra mondiale e muore il 1 dicembre 1916 nell'ospedale da campo n. 014 a causa di ferite riportate in combattimento.
Michele, classe 1837, era figlio di Carmine, anche lui calzolaio.
In un documento del 1813 troviamo un Daniele Sica di anni 42 e di professione "cardalana" (cardatore di lana), domiciliato in strada Case Deserte, che figura come testimone nell'atto di nascita di una bambina.
Non siamo riusciti a trovare l'atto di nascita di Carmine Sica (ipotizziamo appena prima del 1813) né quello di matrimonio.
Nel 1841 troviamo un documento interessante.
Un possidente di nome Daniele Sica registra la nascita di suo nipote, al quale vengono dati i solenni nomi di Vespasiano, Ascanio, Fortunato, Antonio Maria.
La lunga sequenza di nomi è tipica delle famiglie che aspiravano a distinguersi socialmente.
I genitori del bambino sono Francesco Nicola Sica, di professione notaio, e Catarina Feniello (in documenti successivi il nome risulta nella più comune grafia di Caterina).
Nel 1846 nasce un fratello, di nome Ascanio Daniele Serafino Giuseppe Maria, che morirà a 75 anni nel 1921.
E' plausibile che Daniele Sica sia lo stesso che nel 1813 risultava cardatore, perché l'anno di nascita ipotizzabile in entrambi i casi è il 1771.
E' bello immaginare che sia la stessa persona: un operaio tessile che diventa possidente, il cui figlio è notaio e dà ai figli cinque nomi ciascuno (anche se quasi tutti i maschi valvesi nati verso la metà dell'Ottocento hanno come secondo nome Maria).

Non siamo al momento in grado di dimostrare la parentela tra questi rami della famiglia Sica, così diversi dal punto di vista professionale. Tuttavia, la ricorrenza dei nomi Daniele, Ascanio e Vespasiano nei registri valvesi suggerisce la possibile esistenza di un legame più diretto, ancora da verificare.
La ricerca continua.

G.V.

24 maggio 2026

LA FORZA DI UN VOTO: LA LEZIONE DELLA CENTENARIA DI VALVA

Con il certificato elettorale in una mano e il bastone nell'altra, guarda l'obiettivo con la fierezza tranquilla dei suoi cento anni.

In una democrazia tutti i voti sono importanti, ma alcuni assumono un valore simbolico che in qualche modo li rende storici.
Così, a ottanta anni dal primo voto delle donne italiane (giugno 1946), zia Giovanna Cuozzo non ha voluto mancare all'appuntamento con le elezioni per il sindaco di Valva.

La gioia e una lezione
Ad accompagnarla al seggio sono state le nipoti Giovanna e Rosanna.
«Era molto contenta -raccontano le nipoti- e ha detto: "Anche grazie a me le donne oggi possono votare". Proprio per questo  abbiamo completato tutta la procedura all’ASL e al Comune per poterla portare al seggio».
Il voto per l'elezione del sindaco è l'occasione per l'ennesima lezione che la nonna di Valva può donare ai suoi concittadini, tutti più giovani di lei: non è solo un diritto esercitato, ma una testimonianza del forte legame con la vita della sua comunità.
In tempi in cui crescono disinteresse e astensionismo, infatti, una donna centenaria che si reca alle urne per scegliere il sindaco del proprio comune ricorda l'importanza del voto come atto di partecipazione alla vita democratica.

La lunga strada verso il voto femminile
Fino all'inizio del Novecento, le donne sono state subordinate agli uomini sia a livello di diritti civili che politici. Le due guerre mondiali hanno però segnato un cambiamento decisivo: l'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro e la loro partecipazione attiva alla Resistenza e alla lotta di Liberazione hanno fatto maturare una nuova consapevolezza dei propri diritti.
Al termine della Seconda guerra mondiale, questa profonda trasformazione sociale ha trovato un definitivo riconoscimento politico con due decreti luogotenenziali firmati da Umberto di Savoia. 
In vista delle imminenti elezioni amministrative, nel febbraio 1945 venne introdotto l'elettorato attivo (il diritto di voto per le cittadine). Poco dopo, nel marzo 1946, fu sancito anche l'elettorato passivo (il diritto di candidarsi). 
Le donne hanno così potuto partecipare alle elezioni comunali e al referendum istituzionale del 2 giugno 1946.
La signora Giovanna -zia Giovannina, come la chiamano tutti a Valva- non votò in quella storica occasione perché per soli quattro mesi non aveva ancora compiuto 21 anni, la maggiore età richiesta all'epoca.
Zia Giovanna Cuozzo con due compagne di lavoro,
davanti al castello di Villa d'Ayala-Valva

Cento anni, un bastone per farsi forza, lo sguardo fiero: l'esercizio del diritto di voto è la dimostrazione vivente che la libertà è un cammino lungo, una conquista preziosa ottenuta con determinazione e fatica, un compito lasciato ai più giovani.

Un cordiale ringraziamento alle nipoti Rosanna Torsiello e Giovanna Strollo per la gentile collaborazione.

Un viaggio nella memoria
Alla nonnina di Valva abbiamo dedicato Cent'anni di gratitudine-Un viaggio nella memoria con zia Giovannina

G.V.

29 agosto 2025

LA VOCE DI ZIO CARMINE

A Valva, parlare di soldati, di caduti in guerra e di memoria del loro sacrificio significa anche parlare di zio Carmine.
Il nostro blog ha consultato il suo foglio matricolare e raccolto, grazie alla collaborazione della famiglia, alcune foto.
La sua voce ha accompagnato le cerimonie del 4 Novembre per decenni; incrinata dall'emozione e sempre più flebile con l'età, ha rappresentato per molte generazioni quasi la colonna sonora della memoria, insieme al Piave o al Silenzio.
Carm'n d ' Rocc
La famiglia di Carmine Tenebruso viene da Quaglietta. Non a caso, zio Carmine era noto come Carm'n d' Rocc, figlio di Rocco (nome molto diffuso a Quaglietta).
Rocco Tenebruso, vedovo di 46 anni, il 9 maggio 1908 sposa a Valva Maria Caldarone, figlia di Francesco e della fu Domenica Spiotta. I genitori di Rocco (Nicola e Giuseppa Marzullo) risultano deceduti.

Alcune curiosità: l'atto di matrimonio è firmato anche dallo sposo (capita di rado a Valva in questo periodo); i due testimoni sono Pasquale Cappetta -fratello del tenente Vitantonio morto ad Adua- e  Gaetano Fasano, che perderà il figlio Ottavo nella seconda guerra mondiale. Gaetano risulta di professione orologiaio, che sarà ereditata da uno dei figli. 

Carmine nasce il 7 novembre 1910, in Via seconda San Vito.
La carriera militare
Dal suo foglio matricolare leggiamo che Carmine Tenebruso ha conseguito l'idoneità nell'istruzione premilitare, per aver  frequentato il prescritto biennio del corso, superando gli esami finali, come attestato dal comando della 140 Legione MVSN (la milizia fascista), in data 22 febbraio 1930.
Carmine Tenebruso in divisa
Nel 1931 viene chiamato alle armi e arruolato nell'artiglieria contraerea, poi aggregato per tre mesi all'8° Reggimento  Artiglieria P.C.

La sigla dovrebbe indicare il posto di comando del reggimento, dove verosimilmente Carmine ha partecipato alle attività di coordinamento e di gestione dei reparti. Lo troveremo sempre nell'artiglieria contraerei.

Rientrato al corpo, viene poi aggregato per due mesi al 9° Cavalleggeri. E' una tappa importante per la sua formazione, perché gli consente di fare esperienza con reparti montati a cavallo, parte di un'unità leggera e veloce, diversa dall'artiglieria fissa o dalla contraerea.
Nel febbraio 1933 viene inviato in congedo illimitato, con la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà e onore.
Nel settembre 1935 Carmine viene richiamato alle armi per mobilitazione: lo troviamo nel 2° Reggimento Artiglieria Contraerea
Il reggimento è in mobilitazione per l'Africa Orientale.
Nella guerra in Africa Orientale (1935-36) l’Italia fascista invade e conquista l’Etiopia, con l’obiettivo di creare un impero coloniale. Nel maggio 1936 viene proclamato l’Impero d’Etiopia, sotto Vittorio Emanuele III.
Tuttavia, le successive licenze e il ricovero di Carmine ci fanno ipotizzare che sia rimasto in Italia, probabilmente impegnato in attività di addestramento e preparazione dei reparti.
Leggiamo infatti che il 15 gennaio 1936 è inviato in licenza di convalescenza di 180 giorni (il 16 gennaio risulta nel Distretto Militare di Salerno).
Nel maggio 1936 lo troviamo ricoverato prima all'Ospedale Militare di Napoli e poi al convalescenziario di Pozzuoli, per completare il residuo della licenza di convalescenza.
In Albania
Nel 1939 ormai la Seconda guerra mondiale è alle porte.
Il 26 agosto Carmine Tenebruso viene richiamato alle armi per istruzione militare; lo troviamo ancora nel 2° Reggimento Artiglieria Contraerea.
Il 25 novembre è imbarcato a Napoli, destinato al 60° Gruppo Artiglieria Contraerei dislocato in Albania.
Il 28 novembre sbarca a Valona. L'11 dicembre 1939 risulta trattenuto alle armi a domanda, nel giugno 1940 risulta presso il 60° Gruppo Artiglieria Contraerei e mobilitato: l'Italia è appena entrata in guerra. Il gruppo opererà al confine greco-albanese.
Una curiosità: il 18 agosto 1941, "in luogo della licenza di giorni 30 non usufruita" gli viene corrisposto un premio in denaro di 426,90 lire.
Nel novembre dello stesso anno Carmine viene ricoverato per due giorni all'Ospedale Militare di Tirana, cessa di far parte del 60°Gruppo mobilitato e viene inviato in licenza straordinaria illimitata senza assegni.
In questo periodo il direttore dell'Ospedale da campo n. 426, attesta che Carmine ha contratto "malattia in zona di guerra".
In Campania
La guerra di Carmine prosegue in Campania, dove risulta ancora impegnato nel 2° Reggimento Artiglieria Contraerei di Napoli: a settembre 1942 a Castellammare di Stabia, ad aprile 1943 a Torre Annunziata.
Dal 28 agosto al 5 settembre 1943 è ricoverato presso l’ospedale militare di Napoli.
Il 5 settembre rientra al corpo: siamo alla vigilia dei drammatici eventi che seguiranno l’armistizio.
Anche Carmine Tenebruso figura tra i tanti soldati “sbandati”, come risulta da una nota del 13 settembre 1943; alla stessa data, però, risulta collocato in congedo assoluto per infermità dipendente da causa di guerra.

La voce di un sacerdote della memoria
I ricoveri in ospedale hanno sicuramente rappresentato un ostacolo per Carmine, che avrebbe voluto servire la sua patria senza risparmiarsi.
Dopo la guerra, la sua voce è rimasta un legame vivo con la memoria di Valva, ricordandoci che la storia non è fatta solo di documenti e date, ma di persone, ricordi ed emozioni. E' fatta di scelte, talvolta di ripensamenti, a volte di errori.
Dai suoi ricordi di scuola – legati alle vicende della Grande Guerra e ai "tre fiumi sacri alla Patria", come amava ripetere – alla sua esperienza di soldato nella Seconda guerra mondiale: la vita di zio Carmine è stata profondamente segnata dall’esperienza militare e dal suo amore per il "sacro dovere" di difendere la Patria. 
Con la sua voce, che per decenni ha accompagnato le cerimonie del 4 Novembre, è diventato quasi un sacerdote della memoria, un custode di un rito civile che ha trasmesso alle nuove generazioni.
Zio Carmine in una celebrazione al Monumento,
negli anni Ottanta
Un appello
Una delle occasioni in cui zio Carmine ha raccontato la sua esperienza di soldato è stata organizzata dalla scuola media di Valva nel periodo 1993-1994. Insieme a lui c'era anche la signora Gerardina Fusco, che ha portato la sua testimonianza sulla guerra vissuta a Valva, soprattutto nel settembre 1943.
Purtroppo non siamo riusciti a rintracciare la videocassetta registrata in quell'occasione e rivolgiamo ai nostri lettori un appello: aiutateci a ritrovare questo preziosissimo documento, un contributo fondamentale alla memoria storica della nostra comunità.
Un filo sottile, come la voce di zio Carmine ormai anziano, ci lega ancora al vissuto e ai ricordi delle nostre radici. Non spezziamolo.

🙏Grazie al nipote Mauro Strollo per la preziosa collaborazione.

G.V.

26 agosto 2025

LA VOCE DI ANGELICA -Collaboriamo a una ricerca storica-

Dicono se ne senta la voce.
Come Eco che rimanda i suoni -non più corpo di giovane donna ma pietra- o come le ninfe che abitano le fonti.
Forse è una leggenda di pastori di Valva e di Colliano o dei tanti che in passato venivano qui dalle montagne di Acerno o Montella.
Una pietra, un orecchio attento e la voce dell'acqua.
L'acqua che attraversa la montagna e giunge al fiume, in tante vene che sembrano capelli.
Si racconta che, molti anni fa, una ragazza di nome Angelica sia morta in montagna, in una fonte o una conca d'acqua, tra Valva e Colliano. Forse era un pozzo.
La madre avrebbe detto all’acqua:
«Che tu possa prendere tante vie quanti erano i capelli della mia Angelica».

Ipotizzo che Angelica sia davvero esistita, come Marianna: 
👉un'altra vicenda tragica rimasta impressa nella memoria popolare.
L'Acqua Angelica come il Pozzo di Marianna, dunque. 
Almeno, questa è la mia ipotesi.
Per provare a ricostruire la sua storia e capire in quale periodo sia avvenuta, chiedo l’aiuto di tutti gli appassionati della nostra storia e delle nostre leggende.
Ogni dettaglio può essere importante.
Insieme possiamo dare data e volto a questa leggenda e restituirla alla storia.

👉 Puoi collaborare così:

  • Vai su antenati.cultura.gov.it e cerca nei registri di Valva e Colliano alla voce Morti.

  • Cerchiamo l'atto di morte, verosimilmente nella prima metà dell'Ottocento, di una ragazza di Valva o Colliano di nome Angelica, morta in una località di montagna (non deve risultare un indirizzo di casa).

  • Per coordinare i nostro sforzi, se trovi un atto, o anche solo dopo aver verificato senza risultati, scrivici a la ràdica. Ogni piccolo passo è utile!

  • Se conosci i luoghi di montagna indicati nella leggenda, inviaci la localizzazione precisa o fotografie.

COME FARE LA RICERCA

1. Collegarsi al sito 👉 https://antenati.cultura.gov.it/ e digitare Valva (o Colliano), come nell'esempio:

2. Nel menu a sinistra, alla voce TIPOLOGIA scegliere  MORTI

3. Il portale ora mostra solo la tipologia di registro scelta:

4. Cliccare sull'icona come nell'immagine. Questa operazione consente di avere una visualizzazione più efficace:

5. Scegliere la modalità di visualizzazione GALLERIA:
6. Se il registro ha un indice, si riconosce abbastanza agevolmente alle ultime pagine:
Purtroppo i registri non coprono  tutti gli anni e non sempre hanno l'indice.
In alcuni casi, l'indice è per nome, più spesso per cognome.

Se non dovessimo riuscire a individuare una possibile Angelica all’origine di questo racconto popolare, ben attestato sia a Valva sia a Colliano, ci sarà comunque un aspetto positivo: Angelica resterà nella zona protetta del mito e continuerà a parlare con la voce delle acque sotterranee dei monti.
G.V.