19 marzo 2026

OMAGGIO AL "CANTO DEGLI ITALIANI"

Il Canto degli Italiani, noto come Inno di Mameli, nacque in un clima di forte entusiasmo patriottico che anticipava le guerre per l’indipendenza dall’Austria.

Il testo fu scritto a Genova il 10 settembre 1847 dal giovane poeta e patriota Goffredo Mameli, mentre la musica venne composta a Torino dal musicista genovese Michele Novaro il 24 novembre dello stesso anno.

Fu cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova; inizialmente proibito dalle autorità, si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.

Copertina a stampa, 1860

Cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova, fu inizialmente proibito dalle autorità, ma si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.

Il Canto degli Italiani è ricco di riferimenti storici e di immagini simboliche.

Il testo

Il testo è costituito da sei ottave di senari. Ogni strofa ha otto versi, ogni verso ha sei sillabe e si conclude con una parola piana (cioè con l’accento sulla penultima sillaba, sono la grande maggioranza) o sdrucciola (cioè con l’accento sulla terzultima sillaba: popolo, amiamoci, popoli, libero, piegano). L’ultima parola di ogni strofa è tronca (creò, suonò, può, suonò, bruciò, creò). Il ritornello è composto da tre versi, sempre senari: i primi due sono piani, in rima baciata (coorte: morte); il terzo è tronco.

Una delle prime copie stampate dell'inno. La quinta strofa è aggiunta a penna da Mameli: era stata censurata dal governo sabaudo perché giudicata troppo antiaustriaca.

Prima strofa

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta, Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Elaborazione grafica della stesura autografa della prima strofa e del ritornello

La prima strofa esprime l’idea di una rinascita dell’Italia, ispirata alla grandezza di Roma antica e orientata alla conquista dell’indipendenza e dell’unità.

L’Italia “s’è desta” e ora indossa simbolicamente l’elmo di Scipione, preparandosi a combattere contro lo straniero. Scipio è Scipione l’Africano, il vincitore della seconda guerra punica, colui che ha sconfitto il cartaginese Annibale che solo pochi anni prima aveva portato la guerra in Italia mettendo in ginocchio Roma.

La dea Vittoria, un tempo legata all’antica Roma (“schiava di Roma”), ora si offre alla nuova Italia: porgere la chioma significa sottomettersi, secondo l’usanza romana per cui le schiave portavano i capelli corti. La Vittoria è quindi pronta a accompagnare l’Italia nelle guerre per l’indipendenza.

Ritornello

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Il ritornello si ripete alla fine di ogni strofa.

Stringersi a coorte significa serrare le file e prepararsi alla battaglia (la coorte era un’unità dell’esercito romano).

I versi “siam pronti alla morte, / l’Italia chiamò” richiamano la mobilitazione del popolo italiano per liberarsi dallo straniero e unirsi.

Nella versione musicale di Novaro, questi due versi sono ripetuti e c’è l’aggiunta finale di “Sì!”, che rappresenta un giuramento collettivo di lotta fino alla morte.

Seconda strofa

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La seconda strofa invita gli italiani a unirsi in un solo popolo: solo così potranno riscattarsi dopo secoli di divisioni, umiliazioni (“derisi”) e oppressione (“calpesti”). Mameli individua nella frammentazione politica la causa della debolezza italiana.

Simbolo dell’unità è il Tricolore, adottato nel 1797 a Reggio Emilia dalla Repubblica Cispadana (oggi celebrato nella Festa del Tricolore).

Il poeta esprime l’auspicio che un’unica bandiera e una sola speranza raccolgano gli italiani, perché è già suonata l’ora di fondersi in un’unità.

Terza strofa

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natìo:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La terza strofa esorta all’unità e all’amore tra gli italiani, condizione necessaria per conquistare la libertà. Uniamoci, amiamoci sono rafforzati dai sostantivi corrispondenti unione e amore.

Mameli, mazziniano e repubblicano, riprende le idee di Giuseppe Mazzini: un popolo unito che lotta secondo un disegno provvidenziale.

È il momento del giuramento solenne: quello di liberare il suolo natìo, il luogo nel quale siamo nati.

L’espressione “per Dio” è un francesismo e significa con l’aiuto di Dio, grazie a Dio, attraverso Dio.

Quarta strofa

Dall’Alpe a Sicilia
ovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

Nella quarta strofa Mameli richiama il passato per incoraggiare gli italiani a unirsi e a lottare per la libertà. Cita alcuni episodi storici della lotta degli italiani contro lo straniero: in questo modo, l’inno vuole infondere coraggio e spirito di rivincita.

Primo episodio: la battaglia di Legnano (1176), in cui la Lega Lombarda sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa, fermando il suo tentativo di dominio sull’Italia settentrionale.

Dalle Alpi alla Sicilia -secondo il poeta- ogni luogo d’Italia è Legnano, in ogni luogo si combatte contro l’oppressore straniero.

Massimo d’Azeglio, La battaglia di Legnano

Secondo episodio: viene ricordato Francesco Ferrucci, come eroe della Repubblica di Firenze e simbolo dell’estrema difesa della città, assediata nel 1530 dall’esercito imperiale di Carlo V. Capitano valoroso, dieci giorni prima della capitolazione riuscì a sconfiggere le truppe nemiche. Ferito e fatto prigioniero, fu poi ucciso con crudeltà da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo degli invasori, al quale rivolse le celebri parole: “Tu uccidi un uomo morto”.

La sua figura diventa nell’inno un modello di ispirazione civile: ogni italiano ha “il core” e “la mano” di Ferruccio, la sua passione civile e la sua forza.

Terzo episodio: Balilla, il giovane genovese che nel 1746 diede inizio alla rivolta popolare contro gli austriaci, contribuendo alla liberazione della città. Dopo cinque giorni di lotta, infatti, il 10 dicembre 1746 la città fu finalmente libera dalle truppe austriache, dopo mesi di occupazione.

Ora i giovani d’Italia -scrive Mameli- si chiamano come lui, Balilla.

Infine, la strofa fa riferimento ai Vespri siciliani (1282), l’insurrezione di Palermo contro i francesi di Carlo d’Angiò, scatenata dal suono delle campane che chiamarono il popolo alla rivolta.

Francesco Hayez, I Vespri siciliani, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma

Anche Dante parla dei Vespri siciliani, nel canto ottavo del Paradiso, dove fa dire a Carlo Martello, figlio di Carlo d’Angiò, che la bella Sicilia, coperta di caligine tra Pachino e Peloro, sul golfo che è battuto dallo Scirocco avrebbe atteso ancora i suoi sovrani angioni

se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”

se il malgoverno che spinge sempre i popoli alla ribellione (Dante scrive “accora”, nel significato di far soffrire il cuore) non avesse spinto Palermo a gridare “Muoia! Muoia!

Ora il suono di ogni campana chiama a raccolta per i Vespri, esorta all’insurrezione contro lo straniero.

Quinta strofa

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute;
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé col Cosacco,
Ma il sen le bruciò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.

La quinta strofa ha una forte matrice politica e polemica, fu addirittura censurata all’inizio, dal governo sabaudo.

È dedicata all’Impero austriaco, descritto come ormai in declino. Mameli critica l’uso delle truppe mercenarie (“le spade vendute”), considerate deboli perché combattono per denaro e non per ideali: per questo sono paragonate a giunchi che si piegano.

Nella strofa compare anche un riferimento all’Impero russo, indicato come “il Cosacco”, che insieme all’Austria partecipò alla spartizione della Polonia, evocando così il destino di un popolo oppresso e duramente represso.

Nel clima del Romanticismo, la causa polacca diventa un simbolo politico e morale, influenzando il pensiero risorgimentale italiano: Polonia e Italia sono viste come nazioni “sorelle”, unite dalla sofferenza e dall’aspirazione alla libertà. 

L’Austria (indicata con il simbolo imperiale dell’aquila) ha bevuto, insieme ai suoi alleati cosacchi, il sangue italiano (nelle guerre di successione della prima metà del Settecento) e quello polacco (nello smembramento della Polonia a fine Settecento), ma questi le hanno bruciato il cuore (“ma il sen le bruciò”).

Sesta strofa

Evviva l’Italia,
dal sonno s’è desta,
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

La sesta e ultima strofa, oggi quasi mai eseguita, non compare nel primo autografo di Mameli ma è presente in una versione successiva e anche negli autografi della partitura di Novaro; fu però esclusa dalle prime edizioni a stampa.

La strofa annuncia con entusiasmo l’unità d’Italia (“Evviva l’Italia,/ dal sonno s’è desta”) e si conclude riprendendo gli stessi versi iniziali del canto, conferendogli una struttura circolare.

Un testo nel suo contesto

Il testo è stato giudicato retorico, complesso, talvolta addirittura aggressivo.

Tuttavia, esso va inserito nel contesto dell’Ottocento, in cui il linguaggio era più enfatico e la guerra era vista come mezzo legittimo.

La ricchezza di riferimenti storici conferisce all’inno una notevole profondità culturale: Mameli costruisce un racconto della memoria nazionale, collegando la romanità all’età moderno, passando per il Medioevo.
Il richiamo a Roma non va letto in chiave imperialistica, ma come riferimento alla Roma repubblicana, simbolo di virtù civica, unità e libertà.

Il Canto degli Italiani non è un semplice inno, ma il riflesso di un momento storico in cui l’idea stessa di nazione nasceva attraverso il sacrificio, la memoria e la speranza.

G.V.


Per questo episodio ho consultato il sito ufficiale del Quirinale e la voci della Treccani e di Wikipedia dedicate al Canto degli Italiani. Le immagini sono tratte da Wikipedia.