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03 dicembre 2024

IL FIUME VERSO CASA: LA STORIA DI ANTONIO

Il 4 settembre 1942 è un venerdì.
A El Alamein, in Egitto, le forze britanniche fermano le forze dell'Asse: tra poche ore la vittoria strategica degli Alleati sarà sancita.
A Valva, diciassette giovani fanno la visita militare: saranno gli ultimi ad essere chiamati in guerra, da gennaio fino al 29 agosto 1943.
Come Pasquale Cappetta, che a diciotto anni e mezzo si troverà a Cefalonia e poi, scampato all'eccidio, in un campo di prigionia tedesco.
Oggi raccontiamo la storia di un altro soldato valvese che ha fatto parte dell'ultimo gruppo di chiamati alle armi: Antonio Torsiello.
Cento anni fa
Proprio oggi avrebbe compiuto cento anni.
Antonio nasce infatti a Valva il 3 dicembre 1924, figlio di Raimondo e di Francesca Fasano. 
Ecco come appariva Valva nel 1924:
fonte: Gozlinus; il castello è in ristrutturazione,
la "Torre normanna" ancora non è stata costruita;
si nota l'antica torre detta del "Belvedere"
Quando si presenta alla visita di leva, Antonio non ha ancora diciotto anni; dichiara di avere la licenza elementare: non sono molti i suoi compaesani ad avere questo titolo. Nel frattempo suo padre Raimondo è deceduto.
Chiamato alle armi il 28 agosto, vi giunge -come dicevamo- il giorno dopo.
Lo troviamo nel Deposito del 226° Reggimento Fanteria in Molfetta.

Sciolto dopo la Prima Guerra Mondiale, il 1 marzo1939 viene ricostituito con il nome di 226° Reggimento Fanteria Arezzo e il 24 maggio 1939 viene inquadrato nella Divisione di Fanteria Arezzo (53.a), insieme al 225° Reggimento Fanteria e al 53° Reggimento Artiglieria per D.f.
Sappiamo che la Divisione Arezzo nella Seconda Guerra Mondiale si trova in Albania, occupata dagli italiani. All'entrata in guerra dell'Italia, la divisione si trova schierata al confine jugoslavo. Quando Antonio arriva, la Divisione è destinata al presidio delle zone di Sarantaporos e di Belica: operazioni di rastrellamento e controllo del territorio.
 

Lo sbando
Pochi giorni ed è già il caos dell'8 settembre 1943: l'esercito è allo sbando, chi può torna a casa e sarà significativamente definito "sbandato" nei documenti militari.
La Divisione Arezzo è in forza al 343° Reggimento Fanteria a Corizza, nell'Albania meridionale (al confine con la Grecia). 
Sul foglio matricolare di Antonio Torsiello leggiamo che all'atto dell'armistizio "trovavasi in servizio presso il 226° Reggimento Fanteria in Molfetta, successivamente non è venuto a trovarsi in territorio metropolitano occupato dai non Fascisti".
Una formula contorta, obiettivamente, per descrivere una situazione insolita e purtroppo non adeguatamente prevista dai comandi militari: il territorio italiano occupato dai tedeschi. 

Ad esempio, sappiamo che il 17 settembre la 53.ma Divisione Arezzo viene circondata da uno schieramento di autoblindo e mitragliatrici dell'esercito tedesco: viene chiesto di combattere con i tedeschi.
Possiamo ipotizzare che Antonio non si sia trovato in questa situazione, altrimenti avrebbe sicuramente raccontato un'esperienza così drammatica (e un'eventuale fuga dai tedeschi).
Dunque, Antonio non torna a casa ma resta al suo posto.
Il 5 ottobre 1943 viene trasferito al 401° Reggimento Fanteria.

Questo reggimento dovrebbe essere il 401° Reggimento Pionieri, inquadrato nella 209ª  Divisione ausiliaria nel nuovo esercito cobelligerante italiano, a sostegno degli Alleati; questa divisione in particolare sarà al seguito degli inglesi dell'Ottava armata. La divisione seguirà lo spostamento del fronte verso Nord: alla fine della guerra si troverà dislocata tra Abruzzo, Umbria e Marche.  

La malattia e l'avventuroso ritorno a casa
Il 25 aprile 1944 Antonio viene ricoverato per un'infezione ai polmoni all'ospedale militare di Bari, dove resta fino al 12 giugno.
Ne accadono di cose, nell'ultima settimana in cui Antonio è ricoverato: gli Alleati liberano Roma il 5 giugno, il re Vittorio Emanuele III lascia al figlio Umberto la luogotenenza del Regno, gli Alleati sbarcano in Normandia.
Dopo una licenza di convalescenza di 90 giorni, si presenta alla visita di controllo e viene inviato in licenza di 40 giorni: è il 14 settembre 1944.

I ricordi della figlia e della nipote
Ecco come la figlia Cecchina ricorda i racconti del padre su questo periodo:

Quando eravamo bambini, mio padre cercava di non raccontarci vicende che ci avrebbero scossi; cresciuti, avevamo altri interessi, ma lui ci nominava sempre una terra lontana, che si raggiungeva per mare o in elicottero, dove combatteva e dove si ammalò. Gli dispiacque lasciare i suoi compagni. Fu ricoverato prima nell'ospedale militare da campo, poi nell'ospedale militare di Bari. 

Allo scadere della licenza, però, Antonio rimane "arbitrariamente a casa", come riportato dal foglio matricolare.
Diamo ancora la parola alla figlia: 

Mandato a casa per quaranta giorni [il ricordo coincide perfettamente con il foglio matricolare], non si ripresentò. 

La nipote Antonietta ricorda ancora i racconti che ascoltava da bambina, soprattutto nei giorni dedicati al ricordo (come ad esempio il 4 Novembre). Con lei cerchiamo di ricostruire la circostanza del mancato rientro dalla convalescenza:

Nonno non era guarito dall'infezione ai polmoni. Sua madre inviò un certificato per testimoniare la malattia e giustificarne il mancato rientro. Fu una questione di tempo: rientrò in ritardo.

Nei racconti di Antonio Torsiello colpisce un particolare: il ritorno a casa, forse dopo il ricovero. Ecco come lo ricostruisce la figlia:

Dato che c'erano i tedeschi, si fece a piedi il tratto da Barletta a casa: camminava di notte e di giorno si nascondeva sotto i ponti, costeggiando il fiume. 
Un antico ponte romano sul fiume Ofanto; fonte

Ai figli, Antonio raccontava anche le vicende della guerra di liberazione ed esprimeva la sua opinione sulle scelte politiche e militari dell'Italia, con queste parole:

Poi ci fu la ritirata dei tedeschi, che avevano occupato anche le nostre zone. I nostri alleati inglesi li spinsero avanti, fino a Montecassino: ancora oggi ci sono i cannoni rimasti e una valle di croci. 
L'abbazia di Montecassino al termine dei bombardamenti;
fonte

Cimitero caduti del Commonwealth a Cassino;
fonte

Secondo mio padre -continua la signora Cecchina- Mussolini aveva sbagliato ad allearsi con i tedeschi, dandoci in pasto ai lupi. Poi ci raccontava che chi si ribellava all'invasione tedesca si riunì sulle montagne: erano i partigiani, i difensori del popolo, come li chiamava.
Una vicenda emblematica
La notizia successiva sul suo foglio matricolare risale al maggio 1947: si presenta al Distretto Militare di Salerno e viene inviato in congedo illimitato, rimanendo a disposizione del Tribunale Militare di Napoli.
Il 16 luglio 1953 viene denunciato per il reato di diserzione, ma sarà poi assolto per insufficienza di prove, con sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Napoli in data 2 febbraio 1956.
Sarà riconosciuto invalido di guerra a vita.

La decorazione della Croce al merito di guerra, nella campagna 1940-43-45 e il riferimento alla guerra di liberazione del 1943-45 nella quale "continuò a prestare sevizio militare con le truppe alleate e Bari" ci fanno ritenere  la vicenda di Antonio Torsiello  per alcuni versi emblematica: si inserisce in una sorta di intercapedine della situazione bellica, nella generale confusione di un esercito prima in rotta poi faticosamente ricostituito a sostegno dell'avanzata alleata. 
Vi troviamo la severità militare da un lato (con la denuncia di diserzione), il riconoscimento di aver combattuto nella guerra di liberazione dall'altro.
L'avventuroso ritorno a casa, ancora convalescente, seguendo il  corso dell'Ofanto.
Soprattutto, la sua condizione di invalido, che ne fa una vittima e un testimone della violenza con cui la guerra si abbatte su giovani vite.

Un sentito ringraziamento alla signora Cecchina che ha condiviso con noi i racconti di suo padre e a sua figlia Antonietta Annunciata per la preziosa collaborazione. 
Questo post è un piccolo omaggio per i cento anni del loro papà e nonno.
G.V.

07 settembre 2024

UN NOME CADUTO IN DUE GUERRE: LA STORIA DI UNO ZIO E DI UN NIPOTE

Questa è la storia di uno zio e di un nipote che non si sono mai conosciuti ma che hanno in comune il nome e la morte in guerra.

Il nome è Pietro, i conflitti sono la Prima e la Seconda guerra mondiale, il comune di nascita è Laviano, nell'Alta Valle del Sele.

Pietro Grande vi nasce il 28 giugno 1894, vigilia della festa di san Pietro: è probabile che sia questo il motivo del nome. I suoi genitori si chiamano Antonio e Fusella Maria. 
Pietro è biondo, con i capelli ricci e gli occhi grigi; dal suo foglio matricolare possiamo ricavare due segni particolari: ha una cicatrice alla fronte e la sua dentatura non è sana. 
Il 2 aprile 1914, alla visita militare della leva della classe 1894 il giovane estrae il numero 90.

Fino al 1907, l'estrazione a sorte dettava l'ordine dei coscritti alla "prima categoria", fino a raggiungere il numero previsto dalla legge per il contingente che quel determinato distretto era chiamato a fornire. Gli altri arruolati erano assegnati alla "seconda categoria";  quelli che si trovavano in alcune condizioni giuridiche particolari, generalmente di famiglia, o fisiche erano assegnati alla "terza categoria".
Una legge del 1907 stabilisce che "tutti i cittadini idonei sono arruolati nel Regio Esercito ed assegnati alla prima categoria ove non abbiano diritto all'assegnazione alla seconda o alla terza categoria per ragioni di famiglia nei casi previsti dalla legge". L'estrazione a sorte venne comunque mantenuta, allo scopo di determinare quale parte dei soldati di "prima categoria" dovesse essere lasciata in congedo perché eccedente il numero di uomini che, in base alla legge di bilancio, possono essere trattenuti alle armi ogni anno. 

Pietro è lasciato in congedo illimitato.
Il giorno del suo ventesimo compleanno, una pallottola cambia la storia del Novecento: è l'attentato di Sarajevo, anticamera della Grande Guerra.
Successivamente, il 7 settembre 1914 Pietro è rinviato in congedo illimitato provvisorio in attesa del "congedamento "(oggi diremmo congedo) del fratello Nicola, della classe 1889, "per presentarsi alle armi otto giorni dopo il congedamento del fratello".
Il 5 novembre 1914 Pietro giunge alle armi, essendosi congedato il fratello. Il 9 novembre 1914 è arruolato nel 70° Reggimento Fanteria.
Giunge in territorio dichiarato in stato di guerra in un giorno particolarmente importante per la storia italiana: il 24 maggio 1915.
Di lui il foglio matricolare non riporta altre notizie se non l'ultima, in data 11 luglio 1916: "Morto nel 238° Reparto someggiato, in seguito a ferite riportate per fatto di guerra".

Per ipotizzare i luoghi e le circostanze del ferimento letale, possiamo seguire le vicende del suo Reggimento.
Il contesto è quello dell'offensiva austriaca e della controffensiva italiana nel Trentino: è la cosiddetta "Battaglia degli Altipiani". L'offensiva austriaca è conosciuta con il termine di "Spedizione punitiva". 
La battaglia dura dal 15 maggio 1916 al 27 luglio 1916; a metà giugno inizia la controffensiva italiana. Si stima che le perdite italiane ammontino a quasi 150mila uomini.
Il 70° Reggimento Fanteria costituisce insieme al 69° la Brigata Ancona (Campagna risulta tra le sedi di reclutamento).
Ipotizzando che Pietro sia deceduto pochi giorni dopo la ferita in combattimento, potrà essere utile sapere che il 23 giugno la brigata si trasferisce nel settore del Pasubio e partecipa alla controffensiva italiana, avanzando fino a Valmorbia e concorrendo alla riconquista di Monte Trappola. 
Dal 22 giugno al 31 dicembre la Brigata è nella zona di Vallarsa-Settore Pasubio-Monte Corno- Altipiano Col Santo.
Dunque Pietro muore quando è in cura nel reparto someggiato della 38.ma sezione Sanità.

Durante la Grande Guerra furono mobilitate 89 sezioni di sanità; ciascuna era divisibile in un reparto carreggiato (con uso di carreggio) e due reparti someggiati (con uso di muli), contraddistinti da numerazione espressa in centinaia, con il numero della sezione nelle unità (poi decine) e il progressivo nelle centinaia (nel nostro caso, 38 sezione di sanità, 238 reparto someggiato; l'altro reparto someggiato era il 138). fonte
Cinque mesi dopo, il 22 dicembre 1916, sua sorella Concetta -moglie di Francesco Borriello- dà alla luce un bambino al quale dà il nome di Pietro.
Quando nel maggio 1937 viene dichiarato rivedibile alla visita di leva, forse Pietro Borriello pensa che non diventerà un soldato; l'anno dopo, però, è chiamato alle armi il 25 marzo e lo stesso giorno lo troviamo nel 31° Reggimento Fanteria.
Pietro Borriello è abbastanza alto per l'epoca, ha i capelli lisci castani, il viso lungo e il mento sporgente, come riporta il suo foglio matricolare. 
Anche nel suo caso, viene annotato che la dentatura è guasta: è un elemento molto ricorrente nei fogli matricolari dei soldati delle due guerre, un chiaro indizio delle condizioni difficili in cui vivevano i giovani che si presentavano alla visita di leva. 
Pietro sa leggere e scrivere, come vediamo nel retro della foto:

Ancora non sa che subirà lo stesso destino dello zio da cui ha preso il nome.
Evidentemente Pietro è  in gamba, visto che già nel mese di luglio è nominato fante scelto; il 15 agosto è promosso col grado di caporale.
Il 25 settembre 1939 è trattenuto alle armi e il 28 gennaio 1940 è inviato in licenza straordinaria senza assegni di un mese, a Laviano; rientra al reparto il 27 febbraio.
Il 1 marzo 1940 lo troviamo nel 32° Reggimento Fanteria, Divisione Siena, con sede a Caserta.
Lo troviamo ricoverato proprio all'ospedale militare di Caserta dal 16 al 26 aprile; successivamente, è inviato in licenza di convalescenza.
L'11 giugno 1940 lo troviamo in territorio dichiarato in stato di guerra: Benito Mussolini ha da pochi giorni annunciato che l'Italia è entrata in guerra.
Il reggimento, che era dislocato in Piemonte con compiti di riserva, partecipa alla campagna contro la Francia.
Il 1 luglio Pietro parte dal territorio dichiarato in stato di guerra e il 20 settembre si imbarca a Bari; sbarca d Durazzo, in Albania, il 22 settembre.
Il 32° Reggimento è alle dipendenza del Corpo d'Armata della Ciamuria: viene schierato nella parte meridionale dello scacchiere di guerra, in Epiro.
Il 28 ottobre troviamo Pietro "in zona di operazioni": è una data importante, perché proprio in questo giorno in cui ricorre l'anniversario della marcia su Roma Mussolini decide di attaccare la Grecia, dall'Albania. 
In questa data il suo reggimento riceve l'ordine di preparare la partenza verso in confine greco-albanese.
La successiva informazione presente sul foglio matricolare di Pietro Borriello è la seguente: Tale deceduto in seguito a ferite riportate in combattimento, il 5 dicembre 1940.

🙏Un fratello di Pietro, Giovanni, chiamerà uno dei figli come il giovane soldato caduto in guerra. 
Proprio oggi il signor Pietro Borriello, che ha collaborato a questo post con le informazioni e le foto, compie ottanta anni. 
A lui il nostro ringraziamento per la collaborazione e un fervido augurio di buon compleanno.

Approfondimento
Sulle vicende sul fronte greco-albanese, si veda il post: 
👉 La meglio gioventù

Ai caduti in guerra di Laviano abbiamo dedicato tre post, in occasione dei cento anni dall'inaugurazione del monumento che li ricorda:
👉I cento anni del monumento ai caduti di Laviano- Un secolo di memoria
👉Dalla gleba oscura- I caduti di Laviano
👉All'ombra solitaria dei monti nativi -Le storie dei caduti lavianesi

Le notizie sulla Brigata Ancona sono tratte da www.storiaememoriadibologna.it

G.V.

01 agosto 2024

MICHELE E GIUSEPPE, DUE VALVESI CATTURATI LO STESSO GIORNO

Il 1° marzo dell'anno scorso abbiamo dedicato un post a Michele Cuozzo, nel giorno del centesimo anniversario della sua nascita:👉 Il prigioniero che parlava inglese con una matita tra i denti. Erano i giorni dei festeggiamenti dei cento anni di un suo coetaneo, il signor Giuseppe Feniello; nati a pochi giorni di distanza uno dall'altro, nel 1923, i due hanno avuto vicende militari abbastanza simili e ci era parso giusto ricordarli entrambi.
Ora abbiamo a disposizione altri documenti che confermano che le loro vicende militari si sono intrecciate.

Due vicende che si intrecciano
Figlio di Antonio e di Maria Michela Cecere, Michele Cuozzo è chiamato alle armi il 12 settembre 1942, nel Deposito 15.mo Reggimento Fanteria in Salerno.
Parte per l'Africa Settentrionale il 25 febbraio 1943, imbarcandosi a Castelvetrano. L'aeroporto di Castelvetrano, in Sicilia, è una delle principali basi per il trasporto di personale e materiali sulle basi africane nella Seconda guerra mondiale.
Tre giorni dopo di lui, anche Giuseppe Feniello si imbarcherà da Castelvetrano alla volta di Tunisi.
Sbarcato a Tunisi, Michele Cuozzo è assegnato al 65.mo Reggimento Fanteria "Trieste", mentre Giuseppe Feniello è nella X Compagnia marconisti.
Il 6 aprile, entrambi risultano fatti prigionieri nel fatto d'arme della Tunisia.

Wadi Akarit
Per capire in cosa consista il "fatto d'arme", seguiamo le vicende del reggimento di Michele.
La Trieste è impegnata nella battaglia di Wadi Akarit, una valle in Tunisia; la parola wadi indica il letto di un fiume in genere asciutto ma che può riempirsi d'acqua durante al stagione delle piogge. 
Durante la Campagna di Tunisia il wadi Akarit è un'importante linea difensiva per le forza dell'Asse, a causa della sua posizione strategica: un luogo ideale di difesa contro l'avanzata degli Alleati.
La battaglia di Wadi Akarit si svolge il 6 e 7 aprile, con le forze Alleate che cercano di sfondare le difese dell'Asse per avanzare verso Tunisi.
Soldati britannici in Tunisia; fonte: Wikipedia
La battaglia è vinta dall'Ottava armata britannica (che comprende  anche unità americane e francesi). Non è però una vittoria facile, come dimostrano le parole del generale Alexander, che definisce quei combattimenti come "i più accaniti e selvaggi che avessimo sostenuti dopo El Alamein", aggiungendo che "gli attacchi ed i contrattacchi si susseguirono sulle colline ed i tedeschi come gli italiani dettero prova di un'intrepida determinazione e di un morale senza uguali".
Il generale Montgomery con alcuni soldati britannici; fonte: Wikipedia
La fanteria della Trieste è ridotta a tre battaglioni incompleti. L'Ottava Armata conta quasi 1300 perdite e 32 carri distrutti o danneggiati, ma alle ore 22 del 6 aprile ha già fatto 5350 prigionieri, in gran parte italiani (e almeno due di questi sono valvesi).

Il destino dei prigionieri
Secondo lo storico Flavio Giovanni Conti

I prigionieri fatti tra El Alamein e la battaglia di Akarit, catturati per lo più dall'Ottava Armata inglese, furono nella stragrande maggioranza inviati in Inghilterra, mentre pochi rimasero in Egitto". I prigionieri catturati dagli inglesi vennero divisi tra i territori del Commonwealth; nell'ultima fase della Campagna d'Africa, i prigionieri italiani e tedeschi catturati dagli angloamericani ammontano a circa 250mila. Alla fine della guerra in Africa il numero dei prigionieri italiani è complessivamente di circa 300mila.  fonte

Come è avvenuta la cattura?
Rileggiamo le parole che il signor Giuseppe Feniello ha rilasciato in un'intervista raccolta dalla nipote Gerardina:
Fummo circondati dagli inglesi mentre marciavamo e ci trovammo di fronte un carrarmato, per questo il plotone dovette cedere. Consegnammo le armi e ci portarono nel campo di prigionia. Da prigionieri avevamo avuto anche l'ordine di chiudere l'otturatore, prenderlo e buttarlo via per evitare di consegnarlo al nemico.

Verso la libertà
Dopo la liberazione dalla prigionia, Michele giunge al Centro Alloggio di Fuorigrotta il 27 luglio 1946, due settimane prima di Giuseppe.
Michele viene inviato in licenza di rimpatrio di 60 giorni; sul suo foglio matricolare leggiamo che nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura e al comportamento tenuto durante la prigione di guerra.
Il congedo illimitato arriva il 26 settembre 1946; il suo foglio matricolare riporta anche la data dell'espatrio: 25 maggio 1947: la località estera in cui si reca è indicata con il codice 4987 (sappiamo essere la Francia).
Giuseppe ha raccontato così i giorni dopo la liberazione:

Sono stato liberato e portato a Porto Said il 9 agosto 1946, dove ci siamo imbarcati sulla nave che ci ha portato a Napoli.
In Italia sono arrivato il 7 settembre e a casa, a Valva, il 20. Sono arrivato con il treno fino a Contursi  e Angelino che mi aveva visto ha avvisato la mia famiglia del mio arrivo e sono venuti incontro i miei  fratelli Michele e Vitantonio. 
È stato un momento commovente. Anche quando sono rientrato a casa, io che ero un gran bevitore, figlio di un altro grande bevitore, mio padre mi ha detto: "Se sei ancora il mio Peppino finisci questo fiasco di vino". Io l'ho bevuto anche se mi ha dato alla testa.

Molto ricca la voce di Wikipedia dedicata alla Campagna del Nord Africa

Altri post
Le nostre due interviste al signor Giuseppe Feniello:

Il post dedicato al signor Michele Cuozzo:

La storia di Michael Strollo, figlio di emigrati valvesi negli Stati Uniti:

Approfondimenti
Per la ricostruzione del contesto storico, si suggerisce questa puntata di  Passato e presente

G.V.

24 giugno 2024

MICHELE, SOPRAVVISSUTO ALL'INFERNO DI GHIACCIO RUSSO

Il 27 ottobre 1921 le bare di dieci caduti della Grande Guerra, che non è stato possibile identificare, vengono traslate da Gorizia alla basilica di Aquileia, in vista della solenne cerimonia del giorno dopo. Uno di essi diventerà il Milite Ignoto.

Quel giorno, a Valva nasce Angelo Michele Cecere, figlio di Giuseppe e di Antonia Fasano.

Per tutti, l'avvocato

La provincia di Udine tornerà nella vita di Angelo Michele, che in paese chiamano solo Michele e -tra un po'- sarà ancora più noto come l'avvocato: anzi, per i suoi concittadini diventerà l'avvocato per antonomasia, pur avendo solo la quarta elementare. Non sarà un soprannome ironico, ma il riconoscimento di un certo stile e di un bel portamento giovanile, con immancabile giacca e una bella parlantina.

La guerra

Il 9 maggio 1941 Michele è dichiarato rivedibile alla visita militare e lasciato in congedo provvisorio; quando viene chiamato alle armi, il 17 gennaio 1942, non parte subito perché è ammalato (il mese prima, tra l'altro, è deceduto il padre Peppino).

Giunge al distretto militare il 6 marzo e il giorno dopo lo troviamo nell'11.ma Compagnia Sanità di Udine.

Nel settembre '42 viene trasferito alla 4.a Compagnia Sanità in Verona e il 27 dello stesso mese parte per la Russia, "perché destinato a far parte del capo di spedizione italiano", recita il suo foglio matricolare.

In Russia, tra i feriti
In Russia risulta assegnato all'Ospedale militare di riserva 8 mobilitato.

Abbiamo chiesto a Renza Martini cosa fossero gli ospedali di riserva.

Gli ospedali di riserva, situati nelle retrovie, erano delle strutture destinate a militari per i quali era previsto un sicuro recupero (disponevano di mille posto letto, che potevano aumentare in caso di bisogno). Gli ospedali di riserva 6 e 8 erano compresi nel Centro ospedaliero di Karkov (o Har'kov).
Dal luglio 1941 al maggio 1943 sono stati operativi sette ospedali di riserva. 
I primi soccorsi venivano forniti dagli ospedali da campo, mentre i soldati più gravi venivano mandati agli ospedali di riserva che li valutavano e li trasferivano nei convalescenziari o li rimpatriavano in Italia con treni ospedali. 
Negli ospedali di riserva hanno prestato la loro opera anche 45 infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, oltre a personale femminile locale (addetto alla cucina, alla pulizia dei locali, alla lavanderia).

Sul foglio matricolare di Angelo Michele Cecere c'è un vuoto: la successiva informazione risale al 26 marzo 1943, quando leggiamo "Partito dalla Russia per rimpatrio".

Sei mesi: ecco la durata di questo vuoto in un documento burocratico; sei mesi in Russia, compresi i terribili giorni della ritirata dal gennaio 1943. Quello che il documento non ci dice, papà Michele lo ha raccontato ai figli e da nonno ai nipoti;  sicuramente molto ha tenuto per sé, perché ci sono esperienze terribili che non diventano racconto.

Un dettaglio dei suoi racconti è rimasto impresso nella memoria del nipote Luigi: tra i feriti c'era chi lo pregava di tagliargli le orecchie e i piedi, i primi arti a congelare.

Possiamo ipotizzare le tappe della ritirata, ancora grazie alla consulenza di Renza Martini e del prezioso volume I servizi logistici delle unità italiane al fronte russo (1941-'43), a cura dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.

Alla fine del gennaio 1943, nelle strutture ospedaliere di Karkov erano ricoverati circa duemila degenti italiani, che furono sgomberati con treni ospedale (sia italiani che tedeschi); con l'arretramento del Corpo d'Armata, giunsero in città tremila nuovi feriti. 
Dopo la battaglia di Nikolajevka, gli spostamenti vennero fatti in treno verso Gomel (per gli illesi) e verso Karkov per i feriti. 
Dall'8 febbraio 1943, il personale ospedaliero e il materiale sanitario vennero trasferiti prima a Kiev, poi a Leopoli e infine a Kolomyja (una città che oggi si trova in Ucraina ma all'epoca si trovava in Polonia).

Carri armati sovietici entrano nel centro di Char'kov, il 16 febbraio 1943;
fonte

Il ritorno a casa
Michele giunge in Italia il 1 aprile 1943; è aggregato al Comando Tappa di Falconara per trascorrere il periodo contumaciale. 

I campi contumaciali erano già diffusi nella Prima guerra mondiale: in essi i soldati -o i prigionieri- trascorrevano un periodo di quarantena, per scongiurare il pericolo della diffusione di malattie infettive.

Il 15 aprile cessa il periodo contumaciale ed è inviato in licenza speciale di trenta giorni, più il viaggio.

Non sappiamo se in questo periodo Michele riesca a tornare a Valva; sappiamo però che il 15 giugno rientra dalla licenza, cessa di essere mobilitato e viene trasferito alla 4.a Compagnia Sanità di Verona. L'8 luglio lo troviamo nella 6.a Sezione Sanità.

Dopo l'8 settembre 1943, leggiamo che Michele si sottrae alla cattura in territorio occupato dai nazi fascisti e rientra a Valva.

Le date indicate sul foglio matricolare sono 9 e 20 settembre 1943, periodo nel quale va considerato in "licenza straordinaria in attesa di disposizioni". 

Qui troviamo un dettaglio molto significativo.

Nell'intervista che le abbiamo fatto, dal titolo L'abbraccio del soldato, la sorella Gerardina ha raccontato che quando Michele è tornato dalla guerra aveva i vestiti strappati e ha aggiunto: "ha raccontato che glieli avevano dati delle persone lungo il tragitto di ritorno".

Zia Gerardina ricorda che quando il fratello è tornato il resto della famiglia era ancora in contrada Elice, dove si era nascosto perché in quelle settimane del 1943 a Valva si scontrano tedeschi e americani.

Il ricordo di zia Gerardina è confermato dal foglio matricol,are, come possiamo vedere qui:

Il soldato Angelo Michele Cecere, con gli abiti malandati, è rientrato a Valva a metà settembre 1943, mentre sua madre, le cinque sorelle e suo fratello si erano rifugiati in montagna.

🙏Grazie a Renza Martini per la consueta e gentile disponibilità nella consulenza storica.
🙏Grazie alla famiglia Cecere per la foto e la collaborazione.
G.V.

30 dicembre 2023

ANGELO MICHELE, L'ARTIGLIERE INTERNATO IN GERMANIA

Nella silenziosa sala di consultazione dell'Archivio di Stato di Salerno, incontro la storia di un mio concittadino che non era nel mio elenco.

Non era nell'elenco degli internati militari italiani e la sua storia mi dimostra che occorre cercare ancora.

Angelo Michele Strollo, nato a Valva il 5 settembre 1909 da Antonio e Maria Macchia; un mulattiere dal naso greco, che speva leggere e scrivere.

Leggo il suo foglio matricolare e subito mi colpisce un'informazione: catturato dai tedeschi e condotto in Germania l'8 settembre 1943

È stato catturato in Grecia, dove era giunto il 18 febbraio 1943, nel 353° Batteria del 26° Artiglieria Corpo d'Armata.

Artiglieria; la foto proviene dall'archivio dell'internato militare
Gelsomino Cuozzo

Il 18 febbraio mi ricorda qualcosa. Penso alla nascita De André e al suo antimilitarismo (uno zio del noto cantautore è stato internato militare), ma Faber quel giorno compiva tre anni. 

Ecco: il 18 febbraio 1943 a Monaco la Gestapo arrestava Sophie e Hans Scholl insieme ad altri membri del movimento Rosa Bianca, un'organizzazione di studenti cristiani che si opponevano al nazismo. 

La resistenza al nazismo è però debole e gli eventi dell'estate del 1943 dimostreranno che l'esercito tedesco è ancora forte. Ne faranno le spese gli oltre seicentomila soldati italiani fatti prigionieri dopo l'8 settembre, i caduti di Cefalonia e delle altre isole, le vittime degli eccidi civili.

Dopo la fine della guerra in Europa, il 18 maggio 1945 Angelo Michele viene liberato; trattenuto dagli Alleati fino al 16 giugno,  rientra in Italia e si presenta al Distretto Militare di Salerno per essere sottoposto all'interrogatorio di rito.

Leggo anche che ha ottenuto la croce al merito di guerra (due concessioni) per la partecipazione alle operazioni di guerra in Balcania, nei teritori greci e albanesi.

Uno dei due artiglieri dovrebbe essere il valvese Gelsomino Cuozzo

Sul foglio matricolare, alla voce distinzioni e servizi speciali leggo servente: un militare addetto con diversi incarichi al funzionamento di un'arma da fuoco o da lancio.

Di lui non so altro, ma da oggi so che è stato soldato, è stato prigioniero, ha detto no ai tedeschi.

G.V.

28 settembre 2023

ALL'OMBRA DELLE TUE ALI: IL SETTEMBRE '43 NEI RICORDI DEI VALVESI (seconda parte)

Continua il nostro viaggio tra i ricordi legati al settembre 1943, quando nei valvesi la paura del conflitto tra tedeschi e americani si è aggiunta alla preoccupazione che da oltre tre anni avevano per le sorti dei giovani soldati al fronte.
Il punto di osservazione per il racconto degli eventi è quello della grotta di San Michele: quasi un nido incastonato nella roccia e un rifugio nel settembre 1943 per tante famiglie valvesi.

Foto di Valentino Cuozzo
Il settembre '43 al fronte
Settembre è il mese in cui cadono tre soldati valvesi e in cui circa venti vengono fatti prigionieri dai tedeschi, nelle convulse settimane dopo la proclamazione dell'armistizio.
In questo momento, i soldati valvesi all'estero sono dispiegati in gran parte sul fronte greco-albanese, in particolare nel Dodecaneso (ad esempio Rodi, Coo) e nelle isole greche (ad esempio Creta, Cefalonia e Corfù). Per loro il destino è segnato: la prigionia.
Il settembre del 1943 è anche il mese in cui i cosiddetti "sbandati" tornano a casa, ma non siamo ancora in grado di ricostruire le loro vicende. Certamente i tempi di rientro sono legati al punto in cui si trovavano i soldati; abbiamo anche esempi di soldati di stanza in Italia che sono rimasti al loro posto (in Sardegna e in Calabria ad esempio).

Il settembre '43 a Valva
La memoria orale ha fissato alcuni eventi, rendendoli patrimonio immateriale e prezioso delle famiglie. Raccontarli ora in forma scritta è sicuramente tardivo, ma forse non sarà inutile. 
In questo percorso ci guideranno ricordi di vario genere. 
Diamo la parola ai valvesi che hanno vissuto quegli avvenimenti e  per fortuna ancora sono tra noi; riportiamo e sintetizziamo alcuni racconti già pubblicati; leggiamo i racconti che alcuni testimoni hanno fatto ai loro figli negli anni. 

Panorama di Valva in una cartolina spedita nel 1926
dal marchese D'Ayala-Valva a suo nipote,
il celebre musicista Giacinto Scelsi; fonte

Il racconto di Michele Gaudiosi
In un suo scritto del 2012 dal titolo👉Valva 1943 pubblicato da Gozlinus, Michele Gaudiosi racconta come i valvesi si accorsero che qualcosa di particolare stava accadendo: guardie armate a presidiare gli accessi a Villa d'Ayala, automobili scoperte con a bordo ufficiali con molte medaglie al petto che salivano da piazza Calvario lungo il viale che conduce al castello. Suo padre sentì a Radio Londra la notizia che il quartier generale delle forze armate tedesche del Sud Italia aveva sede "in un piccolo paese del Mezzogiorno" e capì che stavano parlando di Valva. 
Citiamo direttamente dal testo di Michele Gaudiosi: 

In me è ancora vivissimo il ricordo di una Piazza Calvario intasata da grandi uniformi scattanti in impeccabili saluti militari. Fra di loro, purtroppo, si aggiravano, tetre, le funebri uniformi nere delle onnipotenti SS, lugubri spettri della dittatura più infame nella storia dell’umanità.

La testimonianza di Michele Gaudiosi sarà ancora utilissima quando parleremo delle famiglie rifugiatesi all'interno di Villa d'Ayala.

I ricordi delle nonne di Valva
Nelle scorse settimane ho intervistato due tra le donne più anziane di Valva, chiedendo loro un ricordo di quel drammatico mese di ottanta anni fa.
La signora Marietta Marciello aveva undici anni quando si è nascosta con la famiglia nella grotta San Michele e quella, più piccola, detta di Paulo.
Nell'intervista pubblicata nel post 👉"Tu sai la storia e io i fatti": la guerra a Valva nei racconti di una testimone, zia Marietta ha raccontato che un uomo cucinava per le famiglie rifugiate e rassicurava i bambini dando la colpa delle fiamme a pastori che non avevano spento il fuoco in montagna. Ricorda ancora che dormivano sui "curm" -gli steli su cui la madre metteva lenzuola portate dalla loro abitazione non lontana- e che dormivano all'aperto.
La signora Carmela Torsiello mi ha raccontato che la sua famiglia aveva un capanno sotto la montagna, in contrada Elice, che servì da rifugio. 

Contrada Elice, una "carcara" (forno per ridurre le pietre in calce);
foto di Valentino Cuozzo
Anche il parroco di Valva, don Lorenzo Spiotta era con loro e la signora ricorda ancora il dettaglio della tonaca strappata.
Zia Carmela ha poi raccontato un pericolo corso mentre scendeva dalla montagna a dorso dell'asino.
La sua intervista è nel post 👉Quando la montagna è rifugio: i ricordi di zia Carmela.

I civili salvati parlando in inglese
C'è un episodio che torna in due racconti raccolti in queste settimane. I protagonisti sono diversi, ma l'azione è la stessa e identico è il risultato del loro intervento, per fortuna positivo.
Gli americani sono insospettiti dal fumo che si leva dalla montagna, in più punti. Un valvese che conosce l'inglese parla con i soldati e spiega che nelle grotte in montagna non ci sono tedeschi nascosti ma solo civili spaventati dalla guerra.
La signora Marietta ricorda che l'intervento provvidenziale è stato di Vito Iannuzzi, che viveva in America. 
Valentino Cuozzo ricorda che la madre, la signora Margherita Mastrolia, gli raccontava un episodio simile: in un posto chiamato "le grotticelle", al di sopra della grotta di San Michele e di quella di Paulo, suo padre Michele -che era stato in America nei primissimi anni del Novecento- aveva fatto la stessa cosa.
Non vedo contraddizione nei due racconti: nulla toglie che possano essere entrambi corretti; in un contesto in cui gruppi di famiglie si rifugiavano dove potevano, non si può escludere che una stessa situazione si sia presentata in modalità simili, con protagonisti diversi. 
Ricordiamo che già negli anni Ottanta dell'Ottocento è attestato un notevole flusso migratorio negli Stati Uniti e che alcune famiglie avevano poi fatto ritorno a Valva, con bambini nati in America.

I tedeschi a Valva nei racconti di Aristide
Marco Cuoco ci rivela questo episodio che gli ha raccontato suo padre Aristide:

Mio padre mi raccontava che i tedeschi andavano tra le masserie in cerca di ragazze; egli stesso fu testimone di una richiesta molto esplicita fatta da uomini del comando tedesco a una persona di loro fiducia, di Valva; questa persona indicò due ragazze. In quel periodo la loro famiglia  si era trasferita dal paese in contrada Bosco; mio padre corse ad avvisare la madre delle ragazze, che subito fece scappare le figlie in montagna o comunque in un posto sicuro. I tedeschi effettivamente andarono a casa a cercare le ragazze e non le trovarono.

A quel tempo Aristide aveva già perso suo padre, Michele Cuoco, caduto in guerra nell'Africa Orientale. Riposa ad Addis Abeba.
Aristide raccontava al figlio anche altri episodi relativi a quel periodo; uno mi colpisce particolarmente perché fonde cronaca e leggenda, a dimostrazione di come alcuni episodi cruenti possano condizionare l'immaginario collettivo e dare origine a episodi di suggestione:

In contrada Arenale alcuni tedeschi furono uccisi e sepolti proprio nei pressi della fontana che si trova lì. I corpi vennero successivamente recuperati dai tedeschi, ma è rimasto il racconto secondo cui in un particolare momento dell'anno da quelle parti si sentiva un plotone marciare, con passi pesanti di soldati.

L'abbattimento dell'aereo americano ha impressionato molto i valvesi ed è rimasto a lungo nei loro racconti; è comprensibile che ne esistano più varianti. 
Nel primo episodio di questo nostro viaggio nel settembre 1943 a Valva abbiamo riportato la testimonianza -raccolta da Salvatore Cuozzo- del signor Antonio Falcone
Ecco come il signor Aristide raccontava l'episodio al figlio:
L'aereo americano fu abbattuto sulla zona dei Lagarielli. Mio padre si era nascosto come gli altri valvesi nelle grotte, ma essendo un ragazzino durante il giorno andava un po' in giro e si spingeva fin sopra il "Rutunno", un punto  pericoloso ma panoramico; da lì lui e i suoi amici si sporsero e videro il bombardiere americano abbattuto.  
Mio padre ricordava che i piloti furono arsi vivi e finiti con le forche.

Il cosiddetto "Rutunno" (la punta in alto a sx),
foto di Valentino Cuozzo, con adattamento

Dai racconti che ho raccolto in paese emerge anche un altro dettaglio: uno dei piloti sarebbe stata una donna. 
Non ho trovato altri riscontri di questo elemento -certamente significativo- ma capisco che possa essersi sedimentato nella memoria. 
Me lo conferma Matteo Pierro, dell'Associazione Salerno 1943: la storia di una donna pilota è molto frequente nei racconti legati agli abbattimenti aerei. "Su oltre 40 crash site che abbiamo investigato -continua- questa storia ricorre in almeno una ventina di essi. Si tratta di distorsioni legate alla trasmissione orale dei racconti".
Credo che la storia non sia solo costituita da fatti suffragati da documenti; anche analizzare i meccanismi della trasmissione dei racconti e della formazione della memoria collettiva -e forse individuale- merita la massima attenzione.

Leggo che le cosiddette WASP [Piloti del servizio femminile dell'aeronautica] avevano principalmente l'incarico di trasportare gli aerei appena costruiti dal luogo di fabbricazione al punto di decollo, ma alcune di loro parteciparono anche all'addestramento dei piloti e altre furono addirittura istruttrici; inoltre, trasportarono personale e merci militari e fecero diversi voli di prova.  fonte 1
Le WASP non erano considerate militari a tutti gli effetti e i corpi di quelle cadute venivano riportati a casa a spese della famiglia, senza onori militari e senza nemmeno la bandiera sulla bara.  fonte 2

Lo scampato pericolo della famiglia Freda 
Un post del blog "Gozlinus" del dicembre 2020 riporta la bella 👉testimonianza di Antonio Freda:

C'era ancora il pericolo di subire bombardamenti e questa eventualità spinse le persone a rifugiarsi in luoghi ritenuti più sicuri della propria casa. Molti ripararono nelle grotte del parco [di Villa d'Ayala, ndr.]; noi ci sistemammo nella cantina della casa di mio nonno paterno, ubicata tre piani sottostanti la strada. 
Il silenzio, che almeno in quel momento regnava, fu violentemente rotto da un'insistente bussata. Quando mio padre aprì il portone si ritrovò fra le braccia un giovane tedesco completamente insanguinato. A pochi passi dall'ingresso della nostra casa c'era il castello che ospitava i tedeschi: che fare? Papà non aveva altra possibilità che portarlo presso i suoi compatrioti. Dopo uno scambio infruttuoso di spiegazioni, gli intimarono di seguirli nel parco; adagiato su un muretto, a torso nudo, vide il giovane tedesco, al quale stavano disinfettando le ferite, che lo salutò agitando la mano. Successivamente appurammo che era stato gravemente ferito a Colliano dallo scoppio di una bomba a mano, le cui schegge si erano conficcate nella sua schiena.
Papà tornò dopo ore. Ci abbracciammo piangendo prima e dopo il suo racconto e sorbimmo un bel caffè d'orzo per brindare allo scampato pericolo.
 
Un cordiale ringraziamento alle persone che hanno collaborato a questo post, rendendolo possibile grazie ai loro ricordi e alla loro consulenza.
Un pensiero rispettoso alle persone citate nel post e non più con noi.

***2- Continua***

Approfondimenti
Ecco la prima parte di  questa ricostruzione del settembre 1943 vissuto a Valva:
👉All'ombra delle tue ali: la grotta di San Michele rifugio dei valvesi nel settembre 1943 

G.V.