La storia della famiglia D’Arcangelo è un intreccio di dolore e rinascita. Dalle campagne del Tarantino, tra masserie e lavoro agricolo, fino all'azienda agricola del marchese a Valva, i D’Arcangelo attraversano profondi cambiamenti, restando sempre uniti da una forte identità familiare.
È proprio da questo lungo percorso, fatto di sacrifici e resilienza, che emergono le vicende della Seconda guerra mondiale.
Due cugini, entrambi di nome Donato D’Arcangelo, vengono fatti prigionieri durante il conflitto.
In questo post ci occupiamo di uno di loro: Donato, nato nel 1919, catturato sul fronte greco e internato in Germania.
Donato nasce a Valva il 20 dicembre 1919 da Pietro D’Arcangelo e Maria Del Plato.
Pietro è nato a Valva nel 1886, un anno dopo il matrimonio dei suoi genitori. Il papà Donato si era trasferito a Valva dopo la morte della moglie e del loro figlioletto Pietro. Il nome Donato sarà dato a un bambino nato nel 1911, che però morirà a soli cinque anni.Nel 1912 nasceFrancesca, nel 1914 LauraCaterina Maria, la "zia Lauretta" di cui abbiamo parlato nel post L'amore ai tempi della guerra. Altre figlie saranno Margherita ("Titina") e Raffaela("Filuccia"). Francesca, sua figlia Anita, Donato e Raffaela emigreranno in Argentina, insieme ad altri membri della famiglia D'Arcangelo, tra cui Giuseppe, fratello di Pietro.
Il soldato Donato Nel suo foglio matricolare leggiamo che Donato sa leggere e scrivere (ha la quarta elementare) e lavora come falegname. Di statura media (circa 1,67 m), con capelli castani lisci, occhi castani e colorito bruno, presenta i tratti tipici della popolazione rurale del tempo. Il suo volto è descritto come ovale, con naso greco: dettagli che restituiscono un’immagine concreta e viva del giovane. Chiamato alle armi nel 1941, viene arruolato nella fanteria, prestando servizio presso un deposito militare.
La nostra ricostruzione Il foglio matricolare fornisce informazioni essenziali ma limitate; integrandole con fonti storiche generali sul reggimento e sulla situazione in Grecia, è possibile tentare una ricostruizione plausibile delle vicende del soldato Donato. Donato viene chiamato alle armi il 29 ottobre 1941, presentandosi in anticipo al distretto militare per svolgere la leva come allievo musicante. Inizialmente è assegnato al deposito del 7º Reggimento Fanteria a Milano, dove svolge la formazione di base e le prime attività di leva. Successivamente, come molti soldati italiani, Donato viene trasferito in territorio dichiarato in stato di guerra. Il 22 luglio 1942 raggiunge il reparto mobilitato in Grecia, dove il 7º Reggimento era impegnato come unità di occupazione e controllo del territorio.
L’Italia, dopo la campagna del 1940‑41 contro la Grecia, manteneva diverse truppe dislocate nel paese per presidi e operazioni anti‑partigiane; il Reggimento “Milano” operava soprattutto nella Tessaglia, con base nella zona di Larissa e nelle aree interne. Nei mesi successivi, Donato svolge probabilmente servizio di presidio e controllo, vivendo una realtà fatta di pattuglie, presidi nei centri abitati e gestione del territorio occupato. Tuttavia, la situazione cambia radicalmente con l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In tutta la Grecia continentale i reparti italiani vengono improvvisamente disarmati dalla Wehrmacht: il 7º Reggimento “Milano”, come molti altri, si dissolve sotto la pressione tedesca. Donato viene quindi catturato dai tedeschi. Conosciamo la data della sua cattura: il 15 settembre 1943.
Vita nel Lager Non disponiamo di testimonianze dirette né dei ricordi personali di Donato. Possiamo però tentare unaricostruzione dei suoi mesi di prigionia in Germania, basata sugli studi storici e sulle numerose testimonianze di Internati Militari Italiani, di cui spesso il blog "la ràdica" si è occupato. Dopo la cattura in Grecia, Donato viene trasferito come IMI nei Lager tedeschi, dove affronta un anno e mezzo di condizioni estremamente dure: freddo, fame, sovraffollamento, malattie e lavori estenuanti in miniere, fabbriche e aziende agricole, con turni di 12‑14 ore e -secondo alcune testimonianze- un solo giorno di riposo al mese. Malgrado percosse, insulti e la costante pressione psicologica, gli internati trovano forza nella solidarietà, nella fede e nell’ingegno personale: è verosimile che anche Donato, come molti dei suoi compagni, abbia affrontato quotidianamente queste privazioni e sofferenze, fino alla liberazione del 5 aprile 1945, quando viene liberato dalle forze alleate. Rientrato in Italia, si presenta al distretto militare di Salerno il 25 aprile 1945: è una data storica per l'Italia, che celebra la sua liberazione dall'occupazione nazifascista, con l'insurrezione di Milano. Donato e l'Italia sono finalmente liberi, lo stesso giorno.
Un album italo-argentino
La vita di Donato proseguirà in Argentina.
Da lì, sua figlia Silvana e José Maria -cugino di Donato perché figlio di Giuseppe D’Arcangelo -ci hanno inviato alcune foto, che pubblichiamo volentieri:
In questa foto Donato è il signore in prima fila senza occhiali, l'altro è Giuseppe D'Arcangelo, suo zio (è infatti fratello di Pietro e di Michele, che è il papà di un altro soldato prigioniero, anche lui di nome Donato).
Argentina, il signore con gli occhiali è Giuseppe D'Arcangelo, fratello di mio nonno Michele. L'altro davanti è Donato D'Arcangelo, penso entrambi con le mogli al loro fianco. José Maria mi ha detto che le foto si possono pubblicare.
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Gina
Gina
Gina ha eliminato un messaggio
Gina
In questa foto Donato D'Arcangelo a destra, al centro José Maria, a sinistra Francesca. Devo chiedere se Francesca è la sorella di Donato anche lei emigrata in Argentina o forse la moglie di Donato. Dietro con gli occhiali, la mamma di José Maria. José Maria mi ha scritto che Donato è stato il suo padrino di battesimo.
In questa altra foto, che risale al 1977, vediamo Donato con i baffi; al centro, José Maria, figlio di Giuseppe D'Arcangelo; a sinistra Francesca, sorella di Donato. La moglie di Donato, Giuseppina (Peppina) è già deceduta. Dietro, con gli occhiali, la mamma di José Maria. Donato è stato il padrino di battesimo di José Maria.
Un sentito ringraziamento a due valvesi che vivono in Argentina: la signora Silvana D'Arcangelo, figlia di Donato e il signor José Maria D'Arcangelo, figlio di Giuseppe. Rinnoviamo il nostro ringraziamento a Gina D'arcangelo per la consueta, preziosissima, collaborazione.
Approfondimento
Nel post Le radici e la guerra abbiamo raccontato le vicende del capostipite, Donato, che lascia la Puglia per trasferirsi a Valva.
In questa foto fatta in Argentina, il signore con gli occhiali è Giuseppe D'Arcangelo, fratello di mio nonno Michele. L'altro davanti è Donato D'Arcangelo, penso entrambi con le mogli al loro fianco. José Maria mi ha detto che le foto si possono pubblicare.
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In questa foto Donato D'Arcangelo a destra, al centro José Maria, a sinistra Francesca. Devo chiedere se Francesca è la sorella di Donato anche lei emigrata in Argentina o forse la moglie di Donato. Dietro con gli occhiali, la mamma di José Maria. José Maria mi ha scritto che Donato è stato il suo padrino di battesimo.
Noi non ci bagneremo sulle spiagge a mietere andremo noi e il sole ci cuocerà come la crosta del pane. Abbiamo il collo duro, la faccia di terra abbiamo e le braccia di legna secca colore di mattoni. Abbiamo i tozzi da mangiare insaccati nelle maniche delle giubbe ad armacollo. Dormiamo sulle aie attaccati alle cavezze dei muli. Non sente la nostra carne il moscerino che solletica e succhia il nostro sangue. Ognuno ha le ossa torte non sogna di salire sulle donne che dormono fresche nelle vesti corte.
Rocco Scotellaro
Ad una pacchiana
Il sole, il sudore, la polvere del campo. La fatica e l’abito. Hai le braccia a pezzi eppure il tuo abito è da reginella campagnola e mantiene le tue spalle dritte. Sei bassa, sei gracile, hai un girovita come quello di una bambina, eppure sei forte.
Osservo il tuo abito, quello da pacchiana.
Qui ritrovo un codice genetico che appartiene anche a me, anche se sono maschio ed ero adulto quando l’ho visto in giro per l’ultima volta a Valva. Lo osservo prendendolo dalla cassapanca, la cascia, col rispetto che si deve alle cose sacre che riaffiorano dal mondo senza tempo della memoria. Il tuo abito è, per descriverlo devo usare il presente, come quando si cita un proverbio o si enuncia una regola di geometria. Il presente acronico, quello del tempo che non ha tempo.
Il primo indumento è una sottoveste,lu suttaniell. È un indumento intimo e lo guardo con un certo pudore, quasi con esitazione. Non so se mi è davvero concesso soffermarmi qui. Un’ ampia sottana in cotone, molto arricciata. Il primo confine: separa il corpo dal resto dell’abito e, nello stesso tempo, dall’occhio che osserva. Crea uno spazio protetto e intimo, che è solo tuo.
Poi vedo la camicia bianca voluminosa, con maniche a sbuffo grandi, enormi enormi. Chi lo ha cucito non conosceva la parola, ma credo si possa parlare di termodinamica: le maniche non aderiscono al corpo sudato, permettono la traspirazione e isolano dal calore diretto del sole, quando lavori nei campi. L’ampiezza sul giro manica consente la rotazione delle braccia; la parte finale delle maniche è stretta da polsini, che voi chiamate “maniche”: così puoi aiutare tuo padre e i tuoi fratelli, tuo marito e i tuoi figli con la falce o con la zappa. Il bianco riflette la luce; in una vita fatta di polvere, la leggerezza visiva del bianco dona una forma di grazia.
Eccola, bellissima, elegante e colorata: la camm’sola.
Un corpetto aderente, chiuso da una fila di piccoli bottoni, valorizza la silhouette e conferisce struttura all’abito. I bottoni in madreperla sono disposti a semicerchio sul petto.
Sotto le sue estremità, piccoli cuscinetti imbottiti danno volume alla gonna: sostengono il tessuto, lo sollevano e ne esaltano la sinuosità, senza gravare sulle ossa del bacino.
Lagunnedda è lunga e ampia, sempre impreziosita da un bordo decorato. Le morbide arricciature, che partono dai fianchi, si raccolgono delicatamente sul retro, conferendo movimento e grazia a ogni tuo passo.
Ma quanto sei elegante, anche quando lavori o vai alla fontana a prendere l’acqua, a lavare, e intanto canti e racconti?
Per sostenere la manica e coprire la parte esposta del braccio, ci sono polsini coordinati con il corpetto, fissati con un occhiello attraverso il quale passa un nastro o un filo di tessuto.
Bellezza e cura di sé convivono con la massima praticità, come nella piccola tasca del grembiule, lu sin: elegante e utile, a volte arricchito da bordature ricamate.
Con il tuo abito, tu parli, comunichi. Dici molto di te: se sei sposata, se sei a lutto, se sei giovane o anziana.
La tuvaglia. Quanti anni avevi quando tua madre ti ha insegnato a piegarla? Poche donne oggi ricordano come si fa. Senza il sapere di un tempo, per noi è un pezzo di stoffa bianco, quadrato; per te è il segno della festa, un indizio di solennità. La tuvaglia incornicia il viso e ricade con grazia sulle spalle.
Certo, quel maccaturcolorato che vedo lì in fondo è più pratico, sa di vita di tutti i giorni. Con le sue spille francesi, inconfondibili.
Lo scialle lavorato a maglia, con le frange che ondeggiano, e la scolla, raffinato girocollo in velluto scuro, completano l’insieme.
E poi il vestito da sposa, in raso o in seta, col grembiule ornato ai bordi: memoria di un giorno unico, che anche l’abito custodisce.
Un abito è un viaggio
E così, tra queste pieghe di tessuto e memoria, comprendo che un abito non è solo tessuto. È un viaggio che attraversa le generazioni e continua a raccontare: storie di mani che cucivano, di corpi di donne che lavoravano, di vite fatte di terra e di sole.
Di molti abiti restano solo le foto, testimonianze silenziose di momenti che il tempo ha reso immortali. Donne che sorridono nell’eterno spazio della memoria, donne in posa, fiere e consapevoli della propria identità, del loro ruolo nella famiglia e nella comunità. Nei loro abiti trasmettono orgoglio e dignità.
L’esuberanza delle giovani, la compostezza delle anziane: diverse modalità di esprimere la propria femminilità. Alcuni abiti, per fortuna, si sono conservati e ancora ci parlano. Ogni abito racconta l’amore e la dedizione con cui è stato tramandato e custodito, diventando simbolo di un affetto che attraversa le epoche. Lo stupore che proviamo oggi nel contemplarlo nasce dal sentimento del legame profondo che unisce il passato al presente in un abbraccio senza tempo.
L’abito delle nostre radici è più di un indumento: è un archivio, un simbolo di identità, un legame vivo tra la storia e chi la vive oggi.
Il Canto degli Italiani, noto come Inno di Mameli, nacque in un clima di forte entusiasmo patriottico che anticipava le guerre per l’indipendenza dall’Austria.
Il testo fu scritto a Genova il 10 settembre 1847 dal giovane poeta e patriota Goffredo Mameli, mentre la musica venne composta a Torino dal musicista genovese Michele Novaro il 24 novembre dello stesso anno.
Fu cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova; inizialmente proibito dalle autorità, si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.
Copertina a stampa, 1860
Cantato per la prima volta durante una festa popolare a Genova, fu inizialmente proibito dalle autorità, ma si diffuse rapidamente dopo i moti del 1848, diventando il canto simbolo del Risorgimento e dell’unificazione italiana.
Il Canto degli Italiani è ricco di riferimenti storici e di immagini simboliche.
Il testo
Il testo è costituito da sei ottave di senari. Ogni strofa ha otto versi, ogni verso ha sei sillabe e si conclude con una parola piana (cioè con l’accento sulla penultima sillaba, sono la grande maggioranza) o sdrucciola (cioè con l’accento sulla terzultima sillaba: popolo, amiamoci, popoli, libero, piegano). L’ultima parola di ogni strofa è tronca (creò, suonò, può, suonò, bruciò, creò). Il ritornello è composto da tre versi, sempre senari: i primi due sono piani, in rima baciata (coorte: morte); il terzo è tronco.
Una delle prime copie stampate dell'inno. La quinta strofa è aggiunta a penna da Mameli: era stata censurata dal governo sabaudo perché giudicata troppo antiaustriaca.
Prima strofa
Fratelli d’Italia L’Italia s’è desta, Dell’elmo di Scipio S’è cinta la testa. Dov’è la vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò.
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
Elaborazione grafica della stesura autografa della prima strofa e del ritornello
La prima strofa esprime l’idea di una rinascita dell’Italia, ispirata alla grandezza di Roma antica e orientata alla conquista dell’indipendenza e dell’unità.
L’Italia “s’è desta” e ora indossa simbolicamente l’elmo di Scipione, preparandosi a combattere contro lo straniero. Scipio è Scipione l’Africano, il vincitore della seconda guerra punica, colui che ha sconfitto il cartaginese Annibale che solo pochi anni prima aveva portato la guerra in Italia mettendo in ginocchio Roma.
La dea Vittoria, un tempo legata all’antica Roma (“schiava di Roma”), ora si offre alla nuova Italia: porgere la chioma significa sottomettersi, secondo l’usanza romana per cui le schiave portavano i capelli corti. La Vittoria è quindi pronta a accompagnare l’Italia nelle guerre per l’indipendenza.
Ritornello
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
Il ritornello si ripete alla fine di ogni strofa.
Stringersi a coorte significa serrare le file e prepararsi alla battaglia (la coorte era un’unità dell’esercito romano).
I versi “siam pronti alla morte, / l’Italia chiamò” richiamano la mobilitazione del popolo italiano per liberarsi dallo straniero e unirsi.
Nella versione musicale di Novaro, questi due versi sono ripetuti e c’è l’aggiunta finale di “Sì!”, che rappresenta un giuramento collettivo di lotta fino alla morte.
Seconda strofa
Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un’unica Bandiera, una speme; Di fonderci insieme Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
La seconda strofa invita gli italiani a unirsi in un solo popolo: solo così potranno riscattarsi dopo secoli di divisioni, umiliazioni (“derisi”) e oppressione (“calpesti”). Mameli individua nella frammentazione politica la causa della debolezza italiana.
Simbolo dell’unità è il Tricolore, adottato nel 1797 a Reggio Emilia dalla Repubblica Cispadana (oggi celebrato nella Festa del Tricolore).
Il poeta esprime l’auspicio che un’unica bandiera e una sola speranza raccolgano gli italiani, perché è già suonata l’ora di fondersi in un’unità.
Terza strofa
Uniamoci, amiamoci; l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natìo: uniti, per Dio, chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
La terza strofa esorta all’unità e all’amore tra gli italiani, condizione necessaria per conquistare la libertà. Uniamoci, amiamoci sono rafforzati dai sostantivi corrispondenti unione e amore.
Mameli, mazziniano e repubblicano, riprende le idee di Giuseppe Mazzini: un popolo unito che lotta secondo un disegno provvidenziale.
È il momento del giuramento solenne: quello di liberare il suolo natìo, il luogo nel quale siamo nati.
L’espressione “per Dio” è un francesismo e significa con l’aiuto di Dio, grazie a Dio, attraverso Dio.
Quarta strofa
Dall’Alpe a Sicilia ovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano; i bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
Nella quarta strofa Mameli richiama il passato per incoraggiare gli italiani a unirsi e a lottare per la libertà. Cita alcuni episodi storici della lotta degli italiani contro lo straniero: in questo modo, l’inno vuole infondere coraggio e spirito di rivincita.
Primo episodio: la battaglia di Legnano (1176), in cui la Lega Lombarda sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa, fermando il suo tentativo di dominio sull’Italia settentrionale.
Dalle Alpi alla Sicilia -secondo il poeta- ogni luogo d’Italia è Legnano, in ogni luogo si combatte contro l’oppressore straniero.
Massimo d’Azeglio, La battaglia di Legnano
Secondo episodio: viene ricordato Francesco Ferrucci, come eroe della Repubblica di Firenze e simbolo dell’estrema difesa della città, assediata nel 1530 dall’esercito imperiale di Carlo V. Capitano valoroso, dieci giorni prima della capitolazione riuscì a sconfiggere le truppe nemiche. Ferito e fatto prigioniero, fu poi ucciso con crudeltà da Fabrizio Maramaldo, un italiano al soldo degli invasori, al quale rivolse le celebri parole: “Tu uccidi un uomo morto”.
La sua figura diventa nell’inno un modello di ispirazione civile: ogni italiano ha “il core” e “la mano” di Ferruccio, la sua passione civile e la sua forza.
Terzo episodio: Balilla, il giovane genovese che nel 1746 diede inizio alla rivolta popolare contro gli austriaci, contribuendo alla liberazione della città. Dopo cinque giorni di lotta, infatti, il 10 dicembre 1746 la città fu finalmente libera dalle truppe austriache, dopo mesi di occupazione.
Ora i giovani d’Italia -scrive Mameli- si chiamano come lui, Balilla.
Infine, la strofa fa riferimento ai Vespri siciliani (1282), l’insurrezione di Palermo contro i francesi di Carlo d’Angiò, scatenata dal suono delle campane che chiamarono il popolo alla rivolta.
Francesco Hayez, I Vespri siciliani, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma
Anche Dante parla dei Vespri siciliani, nel canto ottavo del Paradiso, dove fa dire a Carlo Martello, figlio di Carlo d’Angiò, che la bella Sicilia, coperta di caligine tra Pachino e Peloro, sul golfo che è battuto dallo Scirocco avrebbe atteso ancora i suoi sovrani angioni
se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”
se il malgoverno che spinge sempre i popoli alla ribellione (Dante scrive “accora”, nel significato di far soffrire il cuore) non avesse spinto Palermo a gridare “Muoia! Muoia!”
Ora il suono di ogni campana chiama a raccolta per i Vespri, esorta all’insurrezione contro lo straniero.
Quinta strofa
Son giunchi che piegano Le spade vendute; Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute; Il sangue d’Italia, Il sangue Polacco, Bevé col Cosacco, Ma il sen le bruciò.
Stringiamci a coorte, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò.
La quinta strofa ha una forte matrice politica e polemica, fu addirittura censurata all’inizio, dal governo sabaudo.
È dedicata all’Impero austriaco, descritto come ormai in declino. Mameli critica l’uso delle truppe mercenarie (“le spade vendute”), considerate deboli perché combattono per denaro e non per ideali: per questo sono paragonate a giunchi che si piegano.
Nella strofa compare anche un riferimento all’Impero russo, indicato come “il Cosacco”, che insieme all’Austria partecipò alla spartizione della Polonia, evocando così il destino di un popolo oppresso e duramente represso.
Nel clima del Romanticismo, la causa polacca diventa un simbolo politico e morale, influenzando il pensiero risorgimentale italiano: Polonia e Italia sono viste come nazioni “sorelle”, unite dalla sofferenza e dall’aspirazione alla libertà.
L’Austria (indicata con il simbolo imperiale dell’aquila) ha bevuto, insieme ai suoi alleati cosacchi, il sangue italiano (nelle guerre di successione della prima metà del Settecento) e quello polacco (nello smembramento della Polonia a fine Settecento), ma questi le hanno bruciato il cuore (“ma il sen le bruciò”).
Sesta strofa
Evviva l’Italia, dal sonno s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria? le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò.
La sesta e ultima strofa, oggi quasi mai eseguita, non compare nel primo autografo di Mameli ma è presente in una versione successiva e anche negli autografi della partitura di Novaro; fu però esclusa dalle prime edizioni a stampa.
La strofa annuncia con entusiasmo l’unità d’Italia (“Evviva l’Italia,/ dal sonno s’è desta”) e si conclude riprendendo gli stessi versi iniziali del canto, conferendogli una struttura circolare.
Un testo nel suo contesto
Il testo è stato giudicato retorico, complesso, talvolta addirittura aggressivo.
Tuttavia, esso va inserito nel contesto dell’Ottocento, in cui il linguaggio era più enfatico e la guerra era vista come mezzo legittimo.
La ricchezza di riferimenti storici conferisce all’inno una notevole profondità culturale: Mameli costruisce un racconto della memoria nazionale, collegando la romanità all’età moderno, passando per il Medioevo. Il richiamo a Roma non va letto in chiave imperialistica, ma come riferimento alla Roma repubblicana, simbolo di virtù civica, unità e libertà.
Il Canto degli Italiani non è un semplice inno, ma il riflesso di un momento storico in cui l’idea stessa di nazione nasceva attraverso il sacrificio, la memoria e la speranza.
G.V.
Per questo episodio ho consultato il sito ufficiale del Quirinale e la voci della Treccani e di Wikipedia dedicate al Canto degli Italiani. Le immagini sono tratte da Wikipedia.