03 luglio 2026

CARACAS NON DORME: IL LAVORO DEI VALVESI IN VENEZUELA

Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un'altra da imparare in fretta
prima della bicicletta


Gian Maria Testa, Ritals

Continua il nostro viaggio di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Iniziamo questa tappa con un'immagine simbolo, come omaggio al lavoro degli emigranti valvesi.
Questa fotografia ci porta direttamente sui ponteggi di una Caracas in piena trasformazione, alla quale i nostri compaesani hanno offerto forza e braccia, aggiungendo le proprie speranze ai grandi sogni della città.

Nella foto c'è almeno un valvese: Vincenzo Macchia; ha la camicia scura.                              Archivio famiglia Macchia. 

Una città labirintica anche nel nome ufficiale: Santiago de León de Caracas. 
Caracas attrae come un vortice, sorprende, spiazza. Seduce con la sua aria di eterna primavera e cambia, si trasforma progressivamente e in maniera incessante. Palazzi e strade, ancora strade e nuovi palazzi più alti, più alti ancora.
Negli anni Cinquanta inizia il suo inarrestabile sviluppo urbano, che la rende la città descritta dallo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, all'inizio dei Settanta; gli appare come una città che «si è estesa di sette volte in trent’anni», che «si è infittita di grattacieli nella misura in cui le torri del petrolio sono germogliate sul lago di Maracaibo»; per lui Caracas 

«è un incubo d’aria condizionata, supersonica e rumorosa, un centro della cultura del petrolio che preferisce il consumo alla creazione e che moltiplica le necessità artificiali per nascondere quelle reali. Caracas ama i prodotti sintetici e i cibi in scatola; non cammina mai, si muove soltanto in automobile e ha avvelenato con il gas dei tubi di scappamento l’aria limpida della valle; Caracas fa fatica a dormire, perché non può placare la propria ansia di guadagnare e comperare, consumare e spendere, impadronirsi di tutto».  

Nel caos di questa città che non riesce a placare la propria ansia di sviluppo, si inseriscono i passi dei venti o trenta valvesi pronti a lavorare nei cantieri e nelle officine. Ma prima del cemento, delle auto americane e dei grattacieli che graffiano il cielo, per ognuno di loro c'è stato lo strappo della partenza.

Il mare color del destino
Il mare è un'esperienza che segna. Diventa oceano dall'orizzonte sempre uguale, in un viaggio interminabile di oltre quindici giorni che spesso è il ricordo che resta più tenacemente fisso nella memoria degli emigranti.

La nave su cui ha viaggiato Ciro Feniello

A volte, il viaggio è fatto nella stiva e da lì si vedono i pesci.
Un biglietto per il Venezuela
La Guaira è la prima terra venezuelana che i valvesi toccano dopo il lungo viaggio: il porto principale del Paese, a una ventina di chilometri da Caracas. 
Per alcuni di loro diventa anche il luogo dove imparano un mestiere che li accompagnerà per il resto della vita. È il caso di mastro Rocco, che proprio qui apprende l'arte del muratore, un sapere che porta con sé, tra le tante cose che un emigrante si costruisce lontano da casa.

Rocco Tenebruso (in questa foto è a Caracas)
Al porto, Francesco e Achille, giovani ed eleganti, conversano amabilmente prima della partenza di Francesco per l'Italia; così troviamo scritto dietro questa bella foto:
 Porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 
Poi, lo sguardo si sposta verso l'interno. La città spinge incessantemente verso l'esterno e verso l'alto.
L'autopista Caracas-La Guaira squarcia la montagna, riduce le distanze e diventa il manifesto della collaborazione tra l'ingegno venezuelano e le competenze tecniche degli immigrati italiani e tedeschi. I suoi viadotti sospesi nel vuoto sembrano una sfida alla gravità.
Forse il vero simbolo di questa fame di modernità è l'Hotel Humboldt, una torre che svetta a oltre duemila metri sul livello del mare. Ci si arriva con una funivia che sfida le nuvole: quindici minuti di ascesi pura tagliando la foresta tropicale, per poi ritrovarsi in una sala girevole sospesa tra i Caraibi e le luci della metropoli.

Il lavoro e i progetti
A contribuire allo sforzo costruttivo di questa metropoli ci sono anche gli emigrati italiani e, tra questi, i valvesi. 
Ci restano i loro racconti e le fotografie, che a volte li ritraggono sui cantieri o nelle auto: grandi berline americane dalle vistose pinne, simboli del benessere che si diffondeva nel Paese. 

Caracas, prima metà degli anni Sessanta. Alla guida della Oldsmobile c'è Eliseo Marciello. Gli altri sono, da sinistra: (?), Vito Feniello, Renato Vacca e Roberto Vacca. Fonte: Gozlinus. 

Archivio famiglia Feniello
Il petrolio diventa il fulcro dell'economia venezuelana. Qualche decennio prima, l'intellettuale Arturo Uslar Pietri aveva invitato a "seminare il petrolio": un monito a utilizzare i proventi del greggio non per un arricchimento effimero, ma per far fiorire e diversificare l'intera economia nazionale. 
L'invito rimarrà nel complesso inascoltato, ma i valvesi non possono entrare in queste dinamiche economiche a lungo termine: per loro ci sono il cantiere, la fabbrica, le rimesse da mandare a Valva, i soldi da mettere da parte. 
Palazzo in costruzione; archivio famiglia Feniello
Ciro Feniello (con compagni da identificare) al lavoro
Di giorno lavorano ai nuovi grattacieli di Caracas, la sera costruiscono nella loro mente una casa a Valva, dopo aver acquistato un terreno su cui hanno messo gli occhi prima di partire e sul quale forse hanno già chiesto informazioni ai genitori o a un compare, in una lettera.
Pensano al matrimonio desiderato, ai figli che verranno. A loro regaleranno -ne sono sicuri, altrimenti non sarebbero qui- un destino diverso, con "il pezzo di carta", perché essi non devono fare questi stessi sacrifici.
Per molti di loro, la casa di oggi non parla spagnolo; ha il nome di una città italiana -Pensione Torino- come per il bisogno di un suono familiare.

Nella foto -scattata in una sala della pensione- hanno messo in scena la loro attività quotidiana: sono impiegati nella piccola fabbrica di scarpe di Giuseppe Framiglio, che è venuto qui dalla Sicilia con sua moglie Maria (della famiglia Filingieri, di antica nobiltà borbonica), con sette fratelli e tre figli: Antonina -che qui ha conosciuto e sposato un valvese, Antonio- Paola, che morirà giovanissima, e il piccolo Corrado, porta il nome del nonno paterno e di quello materno. Due dei figli di Antonio e Antonina nasceranno proprio a Caracas: Giuseppe (Pippo) e Raffaele.

I primi due da sinistra sono Giuseppe Torsiello e Giuseppe Feniello. Il penultimo da sinistra è Mario Falcone. I due seduti sono Eliseo Marciello e Antonio Feniello. Nella foto ci sono anche alcuni fratelli Framiglio.
La foto è stata raccolta da Valentino Cuozzo e pubblicata in Valva Foto Storiche. 
Forse, questa città che muta così in fretta nemmeno la vedono cambiare davvero. Ne vivono gli anni del boom e poi tornano a Valva, chi alla fine degli anni Cinquanta, chi nei primi  Sessanta. 
Mentre alcuni preparano le valigie per il ritorno, altri valvesi arrivano. Vedono una città che non è la stessa che ha accolto i loro compaesani, pronta a cambiare ancora.

L'ha vista cambiare, Vito.
Forse se lo dice ancora ogni sera, quando alla fine di una giornata di lavoro chiude la sua boutique sartoriale, proprio in centro città. 
Vito Feniello; fonte Gozlinus

Vito ha imparato il mestiere da sarto giovanissimo, nella bottega di Noè Porcelli a Valva, ed è emigrato qui nel 1963, ad appena quattordici anni. Ha deciso di rimanere. A venti anni aveva già una sua attività, poi una lunga attività che gli ha dato tante soddisfazioni e prestigiosi riconoscimenti.

Il giovane Vito accolto all'aeroporto da Eliseo Marciello; fonte: Valva Foto Storiche

Ma l'esperienza dei valvesi migranti non si esaurisce solo tra i cantieri e le automobili delle grandi città; alcuni si spingono oltre, quasi alla ricerca di se stessi, dell'ispirazione. È il caso di Giovannino, guidato fin quaggiù da un'innata vocazione da artista e ricercatore. Come ha evidenziato una critica d'arte, presentandone una mostra, il lungo soggiorno venezuelano lo ha spinto fino alle foreste selvagge bagnate dall'Orinoco, il grande fiume dei popoli indios. Qui ha appreso una tecnica di intaglio del legno che sembra un tributo a popoli conosciuti o immaginati:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva
E la lussureggiante natura del Sud America ha influenzato la sua fantasia e la sua arte:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva

Hanno curvato il legno delle foreste abitate un tempo dagli indios, hanno impastato il cemento nella rumorosa capitale, hanno confezionato scarpe e cucito abiti sartoriali.
Gli emigranti valvesi hanno attraversato la vertigine di quegli anni frenetici e laboriosi. 
Alcuni sono tornati, dopo circa un decennio di emigrazione; tra questi, molti sono ripartiti, verso altre mete (la Germania, il Nord Italia). Qualcuno, invece, è rimasto in Venezuela.
Nonostante la distanza del tempo e nello spazio, resta un legame forte tra Valva e questo Paese dei Caraibi, un filo sospeso tra il dolore del ritorno (questo è il significato della parola "nostalgia") e il ricordo di un mare color del destino.

Citazioni
Gian Maria Testa, Ritals, in: "Da questa parte del mare", 2006; sito ufficiale
La citazione di Galeano è tratta da: D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi 
La citazione dedicata a Giovanni Grasso è tratta da: Franca Foselli Breda, Un naïf pittore e scultore: Giovanni Grasso
All'arte del pittore e scultore valvese abbiamo dedicato il post Un pittore in punta di piedi.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela:
Il secondo episodio è stato dedicato al racconto di un ritorno a Valva: 👉La valigia di Ciro.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a zia Fedora D'Ambrosio, a Silvana Cuozzo, a Stefania Feniello, a Valeria Macchia, a Marinella Tenebruso, a Pippo Feniello.
Fondamentale, come sempre, il prezioso archivio del blog Gozlinus.

G.V.


02 luglio 2026

LA VALIGIA DI CIRO

Era già l'ora che volge il disio 
ai navicanti e 'ntenerisce il core 
lo dì c'han detto ai dolci amici addio
Dante, Purgatorio VIII, 1-3

Arriva un giorno, nella vita di chi è partito, in cui il viaggio si inverte. Si può scegliere se restare o tornare, ma quel giorno prima o poi arriva.

Un emigrante valvese in Venezuela decide di tornare a casa, dopo sei anni. Porta con sé una valigia e un anello, delle lettere e un'inquietudine che lascerà in mare. 

Già, il mare. Quello stesso mare attraversato all'andata resta a custodire un malessere che non si può portare a casa.

In questi giorni di grande trepidazione per il Venezuela, ci sembra doveroso fermarci a riflettere su cosa quella terra abbia rappresentato per tante famiglie valvesi: una seconda patria, un luogo di lavoro e di sacrificio, ma anche -per chi è tornato- un bagaglio che forse non si è deposto mai del tutto.

Abbiamo ricevuto da Stefania Feniello un racconto legato all'esperienza di suo padre in Venezuela. Lo ha raccolto dalla sua voce e trascritto insieme alla sorella Anna.

Eccolo:

Ciro rientrò dal Venezuela perché la sua salute sembrava peggiorare e decise di tornare a casa. 

I suoi compagni valvesi colsero l'occasione per affidargli alcune lettere da recapitare alle loro famiglie. Vincenzo, uno dei suoi amici, gli consegnò invece un anello da portare a sua moglie Grazia, come simbolo del suo amore e della promessa di un futuro di nuovo insieme. 

Prima della partenza gli venne affidato anche un compito delicato: riportare alla famiglia la valigia di un compaesano morto lontano dalla propria terra. Era una responsabilità che accettò con grande senso del dovere, deciso a mantenere la parola data.

Durante il viaggio di ritorno accadde qualcosa di sorprendente. Quando la nave varcò lo Stretto di Gibilterra, ogni suo malessere scomparve. Capì allora che non era una malattia del corpo a tormentarlo, bensì la nostalgia della sua casa, della sua terra, della sua gente e della sua famiglia. 

Giunto al porto di Napoli, però, dovette affrontare un'altra prova: la valigia del compaesano venne rubata. 

Ciro era dotato di uno straordinario spirito di osservazione e di una memoria fuori dal comune: nulla sfuggiva al suo sguardo. Per questo aveva annotato il numero del facchino incaricato del trasporto dei bagagli durante i controlli. Quel semplice gesto si rivelò decisivo: riuscì a risalire al responsabile, a recuperare la valigia e a consegnarla infine ai familiari del compaesano, onorando fino in fondo l'impegno che aveva assunto. 

Quell'episodio confermò il carattere di Ciro: un uomo leale, scrupoloso e affidabile, capace di mantenere le promesse anche nelle situazioni più difficili.

Il racconto ci ha permesso di seguire il viaggio di ritorno di Ciro. Queste fotografie ci riportano indietro, agli anni trascorsi in Venezuela. Sono immagini che ci restituiscono i volti della comunità valvese, una comunità allargata, come testimonia la presenza della famiglia siciliana Framiglio, alla cui storia dedicheremo un prossimo post.

La signora a destra è Antonina Framiglio, accanto a lei suo marito Antonio Feniello. Nella foto ci sono almeno altri due valvesi: Michele Cuozzo (l'uomo a sinistra) e Nicola ?, che è l'uomo accanto all'altra donna, sua moglie.

Le fotografie raccontano il lavoro, innanzitutto, ma anche l'amicizia e il bisogno di ritrovarsi. Lontani dall'Italia, il primo legame non era soltanto quello di appartenere alla stessa nazione: era quello di riconoscersi nelle stesse parole, nello stesso dialetto, nelle stesse abitudini. Essere di Valva significava sentirsi già un po' in famiglia.

Quando osservo le fotografie di questo periodo, soprattutto quelle scattate in Venezuela, mi colpisce l'eleganza delle persone in posa. 

L'eleganza di Giuseppe Feniello; fonte: Gozlinus
Francesco Caldarone e Achille Di Florio nel porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 

Non credo sia soltanto una forma di naturale compiacimento giovanile.

Vi leggo piuttosto il desiderio di mostrarsi con dignità a chi era rimasto in paese, di testimoniare che, nonostante i sacrifici, si stava costruendo una vita migliore. Forse il messaggio implicito, anche a se stessi, era: ce la sto facendo.

Non manca l'ironia né il tentativo di confondersi un po' con i costumi locali:

Le immagini più ricorrenti, però, sono quelle di gruppo. Una socialità che si esprime nelle feste e nei momenti conviviali, il bisogno di ritrovarsi e di riconoscersi tra persone che sanno "a chi appartieni". 

Tra compagni di lavoro, paesani e nuovi colleghi, anche preparare la cena può essere occasione per mettersi in posa, dopo una giornata di lavoro:

Cambiano il clima e il paesaggio, ma il bisogno di fare gruppo, come dimostra la fotografia di una festa di Natale celebrata a maniche corte:

Natale non è quando nevica; è quando sei tra persone che ti fanno sentire a casa, anche a settimane di navigazione dalla tua famiglia.

Alla nostalgia di chi è partito. 
E a quella valigia invisibile che molti, tornando, hanno continuato a portare con sé per tutta la vita.

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Postilla sulla memoria orale

Il giorno in cui Ciro Feniello tornò dal Venezuela, andò subito in montagna: insieme al fratello Carmine, salì a salutare i genitori, che stavano raccogliendo -o forse piantando- le patate. Un testimone che assistette a quella scena me ne parla da quando ero bambino.

Nel racconto di zio Ciro, così come si è sedimentato nella sua famiglia, l'amico Vincenzo era ancora fidanzato. Grazie alla preziosa collaborazione della signora Valeria Macchia, abbiamo appreso che suo padre Vincenzo era già sposato e sarebbe tornato a Valva un anno dopo l'amico. Dunque l'anello era per la moglie, la signora Grazia: la tenerezza del gesto resta intatta.

Questo piccolo scarto tra il ricordo tramandato a voce e i dati ricostruiti non sminuisce affatto il valore della memoria orale. Al contrario, ci ricorda che i racconti di famiglia custodiscono soprattutto il significato umano degli eventi, più che la loro esatta cronologia o la precisione dei dettagli. Le imprecisioni possono affiorare con il passare del tempo, i dettagli si possono confondere e sovrapporre, ma l'essenza della storia continua a giungere fino a noi con sorprendente forza.
Chi ha avuto il privilegio di conoscere zio Ciro, riconosce nel racconto la traccia di un galantuomo. Anche le eventuali imprecisioni diventano preziose: non sono semplici errori della memoria, ma tracce del modo in cui una vicenda è stata custodita e trasmessa attraverso le generazioni.

Stiamo approfondendo le ricerche sul giovane morto in Venezuela. Siamo riusciti a identificarlo: si tratta di Donato Cuozzo.

In una delle fotografie compare anche Achille Di Florio. Quel sorriso, fissato per sempre nell'immagine, si sarebbe spento di lì a poco, a causa di un incidente avvenuto proprio in Venezuela. Di lui, la cara zia Dora D'Ambrosio -sua vicina di casa- ricorda che era mancino. È un piccolo dettaglio, che oggi passerebbe inosservato, ma forse anche in questi segni minimi si rivela un senso profondo del nostro passaggio: qualcosa di noi continua a vivere nello sguardo e nella memoria degli altri.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela.
Da qui in avanti cercheremo di raccontare le storie di uomini e donne che quel viaggio lo hanno vissuto in prima persona.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a Stefania Feniello, per aver condiviso il racconto di suo padre Ciro e le fotografie del suo periodo in Venezuela.
Grazie a Valeria Macchia, per le preziose informazioni su suo padre Vincenzo.
Grazie a Giuseppe Feniello (Pippo) -che ci ha aiutato a riconoscere le persone nelle fotografie scattate nella città in cui lui è nato: Caracas- e a Silvana Cuozzo.
E grazie a zia Dora: la sua memoria continua a essere una bussola preziosa.
G.V.

30 giugno 2026

I CUSTODI DEL FUOCO E DEL FERRO: GLI SPATOLA DI VALVA

Homo faber, ricorda uno dei più celebri proverbi latini. L'uomo è artefice del proprio destino perché può modellarlo proprio come si fa con il ferro: un metallo duro, resistente, eppure non invincibile di fronte al fuoco e alla tecnica umana.
Prima che l'italiano moderno scegliesse la parola fabbro, l'Ottocento esprimeva questa fatica attraverso i termini ferraio o ferraro.
A Valva cambiano le parole per indicare la professione, cambiano i nomi, ma la famiglia resta la stessa: Spatola. 
Dal 1844 al 1913, nei registri delle liste di leva conservati all'Archivio di Stato di Salerno risultano nove soldati con il cognome Spatola nati a Valva; di otto di loro è indicata la professione e ben cinque sono fabbri ferrai o maniscalchi. Una vera e propria dinastia del fuoco e del ferro.

fonte
In questa foto, il piccolo Serafino è nella bottega di papà Michele: ne respira l'odore caratteristico, ne vive l'atmosfera di fatica antica, raccoglie idealmente il testimone del padre. 
Da Quaglietta a Valva
Vengono da Quaglietta, gli Spatola.
La sera del 10 ottobre 1814 Lorenzo Spatola di 46 anni, professione “ferraro”, presenta al sindaco Celestino Bonelli un bambino nato poche ore prima da Giovanna Megaro, di 35 anni. Al bambino viene dato il nome di Onofrio Matteo.
Un benestante (chiamato “signore”) e uno “scarparo” sono i testimoni dell’atto. Lorenzo firma con il segno della croce, i due testimoni con il loro nome.
Prima del 1820, la famiglia Spatola si trasferisce a Valva.
Lo sappiamo perché dai documenti del matrimonio di un altro figlio, Salvatore, quest’ultimo risulta nato a Valva.
Lorenzo e Giovanna hanno almeno una figlia, di nome Caterina, che morirà nel 1854.

Per orientarsi tra i passaggi generazionali, i membri del ramo di Onofrio saranno evidenziati in blu e quelli del ramo di Salvatore in fucsia.

Il ramo di Onofrio
Nel 1837 Onofrio Spatola sposa Antonia Spiotta, di diciassette anni (dunque nata nel 1820 circa). Onofrio risulta ferraio, come suo padre.
Tra i documenti del matrimonio, troviamo gli atti di nascita degli sposi. Quello di Onofrio è rilasciato dal parroco di Quaglietta:
Decisamente più leggibile la grafia del cancelliere di Valva, Valletta, che scrive l'atto di nascita della sposa Antonia:
Nel 1839 nasce Giovanni Luigi Maria, nel 1842 Filomena Maria.
Onofrio e Antonia avranno altri tre figli maschi, come risulta dai fogli matricolari: Michele Arcangelo, nato il 22 settembre 1844; Leopoldo, nato il 21 ottobre 1855 (alla visita militare dichiarerà di essere "fabbro ferraio") e Giovanni, nato il 3 aprile 1858.

Alla nascita di Leopoldo, Onofrio risulta avere 40 anni, la moglie 38. L’età della moglie è chiaramente errata. Il nonno paterno, Lorenzo, risulta deceduto.

Onofrio e Antonia hanno almeno due figlie: il 18 febbraio 1848 nasce Maria Francesca, nel 1851 nasce Raffaella Maria
Nel 1855 muore Filomena; sui registri risulta "ragazza", un termine che veniva utilizzato per indicare una persona deceduta prima dell'età da lavoro.
Non siamo riusciti a rintracciare l'atto di nascita di Filomena; per la verità, ipotizziamo che anche un'altra sorella abbia avuto lo stesso nome, visto che ritroviamo una Filomena Spatola madre di un soldato caduto nella Prima guerra mondiale: Torsiello Antonio (classe 1891, falegname; morto il 18 giugno 1916 in un ospedale da campo, per ferite riportate in combattimento).
Nel 1874 Michele Arcangelo sposa Mariantonia Feniello. Lo sposo è "fabbro ferraio".  L'anno dopo, nell'ottobre 1875, nasce la loro prima figlia: Giuseppa.

Una curiosità: nell'atto di nascita di Giuseppa, papà Michele risulta "bracciale". La coppia abita in via Fontana, 19.

Subito dopo si trasferisce a Colliano, come notiamo dall'atto di nascita del primo figlio maschio: Onofrio, nato nel 1878. 

Nell'atto di nascita di Onofrio il cognome della madre viene erroneamente trascritto come "Fanelli", poi corretto in Feniello con una nota a margine. 
Qui, il padre torna a essere definito "ferraio".

Quando nel 1922 muore a Valva (in corso Vittorio Veneto), Michele Arcangelo risulta ancora residente a Colliano.
Suo figlio Onofrio sposa nel giugno 1900 Maria Megaro, a Valva, dove i due si trasferiscono.
Il 20 aprile 1901 nella casa di Corso Umberto I (che da pochi mesi si chiama così) nasce Antonia.
Il 6 ottobre 1904 nasce Luisa, che nel 1926 sposerà Battista Porcelli. Un suo figlio si chiamerà Onofrio.
Il 26 febbraio 1906 nasce Mario, ma la mamma Maria muore dopo appena quattro giorni, il 2 marzo.
Quando farà la visita militare, anche Mario si dichiarerà "fabbro ferraio".
Il 9 giugno 1910 Onofrio si risposa, con la diciannovenne Maria Michela Spiotta, figlia di Giuseppe e di Maria Feniello.

Nell'atto di matrimonio Onofrio risulta nato a Colliano e residente a Valva, mentre i suoi genitori sono ancora residenti a Colliano. Testimoni di nozze, lo scalpellino Rubino Porcelli e il falegname Attilio Cuozzo.

Nella casa in via Ospedale, nel 1911 nasce Anna, nel 1912 Vita MariaAltri figli verranno più tardi, fino al 1930: Michele, Maria, Angela
Ecco Anna con l'abito tradizionale valvese, in una foto dei primi anni Trenta:

I lettori del blog "la ràdica" già conoscono Maria Michela Spiotta, perché è la sorella di Michele, caduto nella Grande Guerra, e di Angelo, che muore negli Stati Uniti. Alla morte di quest'ultimo, Maria Michela e la sorella Santina faranno erigere una cappella votiva, per esaudire un voto del fratello:

fonte
In questa foto vediamo le due sorelle Spiotta: Maria Michela indossa l'abito della "pacchiana"; la bambina è Maria Spatola.

fonte
Il ramo di Salvatore
Nel 1846 viene celebrato il matrimonio tra Salvatore (ma nell’atto risulta Salvadore) e Anna Maria D’Amato, di ventisei anni come il marito. Lo sposo risulta nato a Valva.
Il 2 giugno 1848 nasce una bambina, alla quale vengono dati i nomi di Pasqualina Alessandrina Vittoria.
Papà Salvadore risulta "ferraio"; una piccola imprecisione sull'età dei coniugi: Anna Maria risulta di due anni più vecchia del marito.
Michele Maria Spatola nasce il 16 marzo 1851.
Nel 1853 nasce, e muore a soli otto mesi, Cassandra
Il 3 aprile 1875, Michele Maria ("ferraio") sposa Maria Francesca Torsiello, di 25 anni, figlia di Angelomaria e di Rosa Valletta. 
La coppia ha subito una bambina: Diletta Anna Maria, che nasce il 21 novembre1875. 
Nasceranno poi almeno quattro figli maschi: Salvatore (classe 1884), Prospero (classe 1886, fabbro ferraio), Serafino (classe 1888, maniscalco), Vincenzo (1891).  
Vincenzo -che alla visita militare dichiara di essere sarto- avrà un destino tragico: cadrà nella seconda guerra da lui combattuta.
Partecipa alla guerra di Libia come tamburino del 22°Reggimento Fanteria. 
Questa prima esperienza bellica per lui è breve, perché rientra in Italia dopo poco più di un mese, il 12 luglio 1913, ferito alla spalla sinistra da un proiettile, nel corso di un'imboscata dei guerriglieri senussi.
Il 21 febbraio 1914 sposa Antonia Maria Corrado, di Michele e Felicia Strollo.
Ma il fango delle trincee lo aspetta. 
Il 24 maggio 1915, il giorno esatto in cui l'Italia entra nella Grande Guerra, Vincenzo è di nuovo in prima linea.
Intanto, il 9 luglio a Valva nasce suo figlio Vinicio.
A denunciarne la nascita in municipio è la levatrice Clotilde Romanini, che dichiara che il padre del bambino si trova "lontano da questo comune". 
Il bambino morirà a soli dieci anni nel 1925.
L'11 agosto 1916, nel caos della sanguinosa sesta battaglia dell'Isonzo, vicino a Gorizia, Vincenzo risulta disperso.
Il nome del soldato caduto rivivrà in uno dei figli di suo fratello Serafino: nato nel 1923, Vincenzo Spatola sposerà la cugina del soldato americano Henry Porcelli. Vincenzo e Maria troveranno la morte insieme a Serafino, a Castelnuovo di Conza la sera del terremoto del 23 novembre 1980.
La giovane donna è Maria D'Amato, che ha in braccio la figlia Maria Michela; l'uomo vicino a Maria è suo marito Vincenzo, l'altro è probabilmente il fratello di questo, Adriano.
La famiglia Spatola negli anni Cinquanta: da sinistra, Adriano e la figlia Rosalba, Michele e il piccolo Serafino, Vincenzo. La bambina sulla destra è Anita Feniello. fonte
Prospero Spatola
,
emigrato negli USA nel 1906, darà a uno dei figli il nome di Vincenzo.
Abbiamo testimonianza anche di un viaggio di Serafino negli Stati Uniti, dove arriva a bordo della nave Napoli il 2 settembre 1913. In questo estratto del registro di Ellis Island leggiamo che con lui ci sono due compaesani, Alfonso Gerardo Freda e Michele  Fasano:
Serafino è diretto a Batavia.
Tre mesi dopo, a Valva nasce suo figlio  Michele.
Ecco una foto di sua moglie, Maria Michela Torsiello (1889-1934):
A dichiarare in municipio la nascita del bambino è anche in questo caso la levatrice, Clotilde Romanini. Nell'atto di nascita Serafino risulta comunque domiciliato a Valva.
In quest'altra foto, Michele è sempre con il figlio Serafino, ormai giovane collaboratore.

fonte

Si potrebbe scrivere un romanzo sulla famiglia Spatola. Da Quaglietta a Valva, da Valva in Libia e sui monti di Gorizia, da Valva in America. E alcune pagine, importanti, vanno ancora ricostruite: ad esempio, abbiamo notizia di un Michele Spatola, appuntato, figlio di Onofrio, morto nella Terza guerra di indipendenza, nel 1866. Non siamo ancora riusciti a identificarlo con certezza.

Una catena di ferro, fuoco e sangue che il tempo non è riuscito a spezzare.  

Altri post
Le vicende di alcune persone nominate in questo lavoro di ricerca sono state presentate in altri post del nostro blog.
Abbiamo già raccontato la storia di Vincenzo Spatola e Maria D'Amato in 👉Storie come strade e quella del soldato americano Henry Porcelli in vari post, tra cui 👉Il suo nome era Henry Porcelli, un episodio legato anche alle foto scattate a Valva nel settembre 1943, le cui persone ritratte siamo riusciti a identificare grazie a Ornella Spatola.
Ai due fratelli di Maria Michela Spiotta abbiamo dedicato due post: 👉In un declivio di velluto verde, un eroe silenzioso e 👉Il sogno americano infranto sul ciglio di una strada, realizzati grazie alle foto e alle informazioni condivise da Mariana Grisi.
Infine, alcune notizie sul soldato Antonio Torsiello, figlio di Filomena Spatola, si trovano in 👉Una società operaia piange i suoi caduti nella Grande Guerra.

Fonti

Le fotografie di Michele Spatola, Serafino e degli altri membri della famiglia sono tratte dal blog Gozlinus. La foto di Anna Spatola con l'abito tradizionale valvese viene pubblicata per gentile concessione della figlia, Nunziatina Porcelli. Per la fotografia di Maria Michela Torsiello si ringrazia Vincenzo Valletta; l'immagine è stata leggermente restaurata, per renderla più chiara.
I documenti anagrafici citati provengono dal Portale Antenati, fondi degli archivi di stato civile di Quaglietta e Valva. Il documento sullo sbarco di Serafino Spatola negli Stati Uniti proviene dai registri di Ellis Island.

G.V.

29 giugno 2026

STORIA DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

ahora hazte promesa
deshaz la historia
acuéstate sobre la suavidad del horizonte
vuelve a nacer
con nuevas palabras
con la fiereza de quien se ama.

adesso fatti una promessa
disfa la storia
coricati sulla soavità dell’orizzonte
torna a nascere
con nuove parole
con la fierezza di chi si ama.

MARÍA ANTONIETA FLORES

Le drammatiche notizie che arrivano dal Venezuela colpiscono dritto al cuore la nostra comunità. Davanti alle immagini di una terra che trema, è impossibile non pensare ai fili che legano la nostra storia a quella del Paese sudamericano, invisibili ma profondi.
Per questo motivo,  il blog "la ràdica" vuole dedicare un doveroso omaggio al sacrificio, alla dignità e al lavoro di chi ha dovuto lasciare tutto per cercare fortuna oltreoceano. 
Lo faremo in due tempi: prima ripercorrendo le tappe storiche dell'emigrazione italiana in Venezuela; poi -stringendo l'obiettivo- ci soffermeremo sulla presenza della comunità valvese in questo Paese, attraverso immagini e testimonianze già raccolte che restituiscono una parte di questa esperienza.
A chi è partito, a chi è rimasto e a chi oggi soffre: questo è il nostro abbraccio.

Emigrati valvesi a Caracas, Pensione Torino, 1956

PRIMA PARTE - L'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELA

La ricostruzione storica che segue si basa principalmente su tre fonti, utilizzate per l’analisi dei flussi migratori italiani verso il Venezuela, delle condizioni sociali dell’emigrazione e dell’evoluzione della comunità italiana nel Paese.

Venezuela, terra promessa 
Tra il 1876 e il 1976, circa 26 milioni di italiani lasciarono il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori, alimentando uno dei più grandi esodi migratori mai registrati nella storia moderna. Se nella cosiddetta "grande emigrazione" di fine Ottocento e primo Novecento ad attirare la stragrande maggioranza dei flussi transoceanici erano stati gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina, il secondo dopoguerra aprì nuove rotte verso mete fino ad allora marginali. Tra queste, il Venezuela occupò un posto di primo piano.
L'emigrazione italiana verso il Venezuela fu un fenomeno quasi interamente postbellico: oltre il 90% dei circa 285.000 italiani che vi si stabilirono partì dopo il 1945, con una concentrazione particolarmente intensa nel decennio 1949–1960. 

Poiché gli Stati Uniti mantenevano una legislazione sostanzialmente restrittiva, l'esodo italiano cercò nuove destinazioni, e paesi fino ad allora marginali come Canada, Australia e appunto Venezuela assunsero un peso comparabile a quello delle mete tradizionali. 
I dati lo confermano con chiarezza: nel secondo dopoguerra gli emigranti diretti verso le destinazioni storiche (Stati Uniti, Brasile, Argentina) furono circa 1.113.000, quasi identici ai circa 1.058.000 che scelsero invece le nuove mete transoceaniche.

I grafici sono tratti dall'articolo Brevi note sull'emigrazione italiana verso il Venezuela, cit.

A rendere il Venezuela così attraente fu l'esplosione della sua economia petrolifera e mineraria, che lo portò a superare persino l'Argentina come destinazione preferita. Gli italiani, provenienti in larga misura dal Mezzogiorno, si inserirono nell'edilizia, nell'industria manifatturiera e nelle grandi imprese che realizzarono complessi siderurgici e petroliferi. Il loro contributo alla modernizzazione urbana fu determinante: negli anni Cinquanta una parte significativa degli edifici di Caracas fu realizzata da imprese italiane, mentre la città raddoppiava i propri abitanti, passando da 700.000 a 1,4 milioni in un solo decennio. Per molti emigranti fu una vera e propria rinascita: i debiti del viaggio venivano estinti in pochi mesi, le rimesse affluivano regolarmente in Italia, e beni fino ad allora inaccessibili -automobili, elettrodomestici- diventavano realtà quotidiana.

Il declino
Il declino iniziò alla fine degli anni Cinquanta. Il 23 gennaio 1958, con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, si interruppe bruscamente la sintonia politica che aveva favorito l'insediamento italiano. Seguirono violenze xenofobe e saccheggi, con un picco di rimpatri che nel solo 1958 sfiorò le 17.000 partenze.
Così scrive D'Angelo, nel saggio Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura citato:

È interessante notare come proprio nel 1958 gli italiani che escono dal Paese con visto di residente sono pari al 150% di quelli che vi entrano: anche gli immigrati con più lunga permanenza in Venezuela preferiscono, in moltissimi casi, rientrare in patria. Scrive a tale proposito Ermila Troconis che, una volta caduto il regime, «molti di essi rimpatriarono, poiché già allora la facilità di guadagno non era la stessa; o emigrarono verso altri paesi, poiché si produsse una atmosfera xenofoba» [1].

[1]  Ermila Troconis, El proceso de la inmigración, Biblioteca de la Academia Nacional de Historia, Caracas, 1985

Contestualmente, l'apertura di nuove rotte migratorie verso l'Europa e il triangolo industriale italiano ridusse ulteriormente l'attrattività del Venezuela, fino a rendere il saldo migratorio vicino allo zero. A questo primo momento di frattura se ne aggiunse un secondo, ancora più dirompente sul piano economico: il "Viernes Negro" ["Venerdì nero] del 18 febbraio 1983, quando la svalutazione del bolivar polverizzò i risparmi di una vita e spinse molti a valutare il rientro definitivo in Italia, attratti anche dalla maturazione dei diritti pensionistici.
Nei decenni successivi, la crisi si accentuò ulteriormente. Sotto i governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, il Venezuela scivolò verso un collasso che lo trasformò da terra di accoglienza a paese di emigrazione. I figli e i nipoti degli italiani giunti negli anni del boom si trovarono a fuggire non più dalla miseria del dopoguerra europeo, ma dall'insicurezza, dalla carenza di servizi sanitari e scolastici, dal crollo delle prospettive economiche. Le stime indicano che intorno al 2015 circa 150.000 persone con doppia cittadinanza italo-venezuelana hanno cercato rifugio in Italia o in paesi terzi come la Spagna.
Il 3 gennaio 2026, Nicolás Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti a Caracas, ponendo fine a quasi tre decenni di chavismo. Al suo posto è subentrata come presidente ad interim Delcy Rodríguez, oscillante tra resistenza bolivariana e aperture pragmatiche a Washington, mentre le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche: il 68,5% delle famiglie vive in condizioni di indigenza, l'inflazione supera il 200% annuo e circa otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese dall'inizio della crisi. 
La terra che i nonni italiani avevano scelto come rifugio dalla miseria del dopoguerra è diventata, per molti dei loro discendenti, il luogo da cui fuggire. 

Radici e nostalgia
Anche la Campania fu pienamente coinvolta nel fenomeno dell'emigrazione. La regione aveva già conosciuto la stagione della "grande emigrazione" tra fine Ottocento e primo Novecento; nel secondo dopoguerra i flussi ripresero con rinnovata intensità, orientandosi prima verso i paesi latinoamericani -Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela- e poi, a partire dagli anni Cinquanta, sempre più verso il Nord Europa, dove la domanda di manodopera industriale offriva sbocchi nuovi e più vicini.
Fu un esodo di proporzioni eccezionali, alimentato da cause strutturali che le politiche del tempo non riuscirono a risolvere pienamente. La disoccupazione cronica spingeva alla fuga, ma la fuga lasciava intatta la realtà di partenza, che generava nuova disoccupazione e nuove fughe: un circolo vizioso che si autoalimentava, rendendo il problema «inestinguibile». 
Chi partiva si trovava di fronte a quello che qualcuno ha efficacemente descritto come un viaggio «tra due tunnel bui»: da una parte la miseria conosciuta, endemica, dall'altra un mondo sognato, sconosciuto, ricco di promesse che non sempre avrebbe mantenuto. 
Antonio Elefante cita un volume che raccoglie lettere di emigrati cilentani:

E ben si addice a descrivere tale esperienza il titolo del volume di Domenico Chieffallo [2]. Il viaggio emigratorio “inizia con la ‘notte’, ‘l’ignoto’ delle cause delle disuguaglianze, delle cause storiche, vissute con un segno di impotenza, pregustando magari un ritorno improbabile da vincitore. Alla base di tutto ciò non vi è qualcosa che somiglia alla ‘notte dei tempi’, che è conoscibile e che non promette avvenire. Ma tra sudori, fatiche, proiezioni sui figli è in agguato un’altra ‘notte’, una sirena sconosciuta, affascinante e piena di promesse. Anch’essa, dopo il tratto migliore della vita, spesso si rivela non diversa dalla ‘notte’ della partenza. Arriva la fine della vita, del tempo di vita: è notte per sempre e per tutti, anche per quelli che hanno creduto di vincere o di aver vinto. L’emigrazione, quando è condanna obbligata, raramente porta felicità. Neppure la ricchezza, quando la si raggiunge, riesce a rendere più lieve la nostalgia” [3].

[2] Domenico Chieffallo, Venimos de la noche y hacia la noche vamos (Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo) Lettere di emigrati cilentani, Acciaroli, Edizioni del Centro di promozione Culturale per il Cilento, 2005 
[3] Ibid., pp. 8-9.

A spingersi oltreoceano contribuirono le politiche di attrazione degli Stati sudamericani, la propaganda degli agenti di emigrazione e una stampa che alternava la descrizione delle misere condizioni del Mezzogiorno alle opportunità offerte dal Nuovo Mondo: il lavoro salariato, la mobilità sociale, persino una maggiore libertà individuale.
Eppure chi partì non recise mai del tutto il legame con la propria terra. Nei paesi d'approdo gli emigranti ricostruivano attorno a sé frammenti del mondo lasciato: le feste patronali, le processioni, le immagini dei santi benedette prima della partenza. La devozione religiosa diventava così un modo per restare vicini a chi era rimasto, per condividere a distanza gli stessi momenti, per non perdere un'identità che la lontananza minacciava ogni giorno. 
Anche la Chiesa comprese presto la portata del fenomeno: già Leone XIII, nella lettera apostolica Quam aerumnosa, aveva sottolineato il dramma di quegli uomini esposti alle insidie del viaggio e del mondo nuovo, e aveva inviato il clero a raggiungerli nelle terre lontane:
È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta.                           Leone XIII, Quam aerumnosa
A tenere in vita il filo con la madrepatria contribuivano soprattutto le lettere. In esse traspare con forza la nostalgia, fatta di tristezza continua, insonnia, pensieri ossessivi rivolti al paese, al paesaggio, alle persone care. Gli emigranti narravano il viaggio, il lavoro, le difficoltà di adattamento; chiedevano fotografie, organizzavano collette per la chiesa o il cimitero del paese, si facevano carico di un legame che la distanza fisica non riusciva a spezzare. Scrivere era, in fondo, un modo per stare insieme «a dispetto delle distanze».
Accanto alla dimensione del dolore e della nostalgia, l'emigrazione portò però anche trasformazioni profonde. Chi tornò -soprattutto  le generazioni più anziane, richiamate dagli affetti e dal desiderio di «farsi una casetta e una terra tutta sua»- non era più la stessa persona partita anni prima. Portava con sé esperienze, competenze, una mentalità diversa. Un ritorno che non era solo economico, ma umano: uomini e donne cambiati dal mondo, che portavano in dote al paese d'origine qualcosa di più delle rimesse in denaro.

Altre citazioni
I versi della poetessa María Antonieta Flores sono tratti da Antologia della poesia venezuelana,  in: Poesia del nostro tempo.
La foto dei valvesi a Caracas, raccolta da Valentino Cuozzo in Valva Foto Storiche, è pubblicata da Gozlinus.
G.V.