08 settembre 2026

I CADUTI LAVIANESI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Un Monumento ai Caduti conserva la memoria di giovani soldati morti in guerra; i documenti -ad esempio i fogli matricolari da noi consultati- ci permettono, almeno in parte, di collegare una storia ad ogni nome.
Per ricostruire le vicende dei caduti è necessario partire dalle informazioni riportate sul Monumento ai Caduti e approfondirle con quelle contenute nei fogli matricolari e in altri archivi.
Ricostruire le loro storie consente di seguire le strade della guerra, da un fronte all'altro: dall'Italia all'Africa Settentrionale, dai Balcani alla Russia, fino alla Germania e all'India.
Nella Seconda Guerra Mondiale Laviano ha perso sedici soldati, metà dei quali in un'età compresa tra i 19 e i 24 anni.
Questo è un tentativo di dare ai nomi una storia.

Due inverni terribili
Nel 1940 quattro lavianesi muoiono nell'arco di appena 26 giorni, su due diversi teatri di guerra: in Africa Settentrionale e sul fronte greco-albanese.
Tra la fine di novembre 1942 e il febbraio 1943 muoiono altri sei soldati, cinque dei quali sul fronte russo, durante una delle fasi più drammatiche della guerra.

Morti in prigionia
Tra i soldati lavianesi morti in prigionia emergono due casi particolari, che aiutano a comprendere le diverse vicende seguite alla cattura.
Ernesto Carchio, nato il 28 maggio 1894, muore in India il 26 settembre 1943, dopo essere stato fatto prigioniero dagli inglesi sul fronte africano. La sua vicenda testimonia la sorte di molti militari italiani catturati dagli Alleati e trasferiti in diversi Paesi dell'Impero britannico. 
Ernesto Carchio ha combattuto anche nella Grande Guerra. Stiamo cercando di ricostruire la sua vicenda, ma i documenti che abbiamo consultato ci aiutano solo parzialmente (un suo foglio matricolare si ferma al 1915 ma rimanda a un secondo foglio che non siamo ancora riusciti a individuare).
Giovanni Cifrodelli, nato il 27 ottobre 1908, muore in Germania a guerra ormai finita, il 12 maggio 1945. 
La sua vicenda merita un approfondimento perché le fonti non sono concordi.
Sul suo foglio matricolare, infatti, leggiamo: "Ritenuto disperso in Spalato (Croazia) per avvenimenti bellici" in data 8 settembre 1943. Viene inoltre citata una dichiarazione dei Carabinieri di Laviano del 1948.
Una fonte del Ministero della Difesa ne colloca invece la morte appunto in Germania. 
Possiamo ipotizzare che, come circa un milione di soldati italiani, sia stato disarmato dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943 e sia stato condotto in Germania come internato militare italiano (tra  650 e i 700 mila soldati italiani che rifiutarono di combattere per la Germania o la Repubblica di Salò). Il suo foglio matricolare -è la nostra ipotesi- non ha registrato il passaggio della cattura.

Il fronte russo
Due di loro sono vittime della drammatica ritirata del gennaio 1943: Giovanni Torluccio, nato il 13 agosto 1909, risulta disperso il 18 gennaio; Nicola Fusella, nato il 17 giugno 1918, il 25 gennaio.
Altri tre risultano dispersi nei mesi precedenti: Francesco Lupo, nato il 30 giugno 1920, il 30 novembre 1942; Angelo Ciottariello, nato il 7 settembre 1921, l’11 dicembre 1942. Alessandro De Vivo Ciottariello, nato il 13 gennaio 1922, è ritenuto disperso in Russia per combattimento, in un periodo imprecisato "da novembre a dicembre" (altre fonti indicano la data, forse simbolica, del 31 dicembre). Era arrivato in Russia il 15 ottobre, nel 31° Reggimento Fanteria mobilitato ("Torino").
Cinque lavianesi risultano dispersi in Russia. 

Fronte greco-albanese
Il nostro blog ha già raccontato la storia di Pietro Borriello, che aveva il nome di uno zio materno caduto nella Grande Guerra. Nato il 22 dicembre 1916, Pietro è caduto in Albania il 5 dicembre 1940. 
Quindici giorni dopo cade, sempre in Albania, Vito Salandra. Era nato il 3 novembre 1919.
Vincenzo Ceriello, nato il 4 marzo 1923, è caduto in Grecia il 22 febbraio 1943. Si trovava in Balcania dal novembre 1942; stiamo cercando di localizzare con precisione il luogo in cui è avvenuto il combattimento che è stato fatale al giovanissimo lavianese; per ora sappiamo solo che l'atto di morte è stato redatto dall'Ospedale militare da campo n.80.
Merita un approfondimento particolare la vicenda di Vincenzo Robertiello, nato il 21 dicembre 1920 e ritenuto disperso a Creta l'8 settembre 1943.
È proprio il giorno dell'annuncio dell'armistizio: nei giorni e nelle settimane successive, nei Balcani e negli altri territori occupati, i militari italiani vengono attaccati dalle truppe tedesche, uccisi oppure catturati e deportati nei campi di prigionia in Germania.  Vincenzo Robertiello è dunque una delle prime vittime italiane di quella drammatica situazione, che segna per i soldati italiani il passaggio dalla guerra al fianco della Germania alla lotta contro l'ex alleato. Una prima forma di Resistenza.

Africa Settentrionale
Tra i "morti in prigionia" ricordati sul Monumento ai Caduti ci sono due soldati caduti in Africa Settentrionale (Libia).  
Fiore Travisano, nato il 20 novembre 1907, nei documenti risulta catturato dagli inglesi l'8 dicembre 1940 e "deceduto in prigionia in seguito a cause imprecisate" il 30 dicembre 1940.
Il giorno dopo, risulta disperso  (ipotizziamo in circostanze simili) Giuseppe Gerardo Vincenzo Fusella, nato l'11 dicembre 1904.

Il fronte italiano
Due lavianesi sono morti sul fronte italiano, nell'estate 1943.
Emilio Robertiello, nato il 2 aprile 1924, risulta caduto il 4 agosto;  Vincenzo Torluccio, nato il 19 novembre 1923, risulta disperso proprio l'8 settembre a Udine.

Uno dei sedici caduti lavianesi non è nato a Laviano.
Si tratta di Giuseppe Gervaso, nato a Montella il 18 agosto 1912. Carbonaio, si trasferisce a Laviano, dove sposa una sua collega, Angela Falivena, nata a Calitri.
Giuseppe muore il 31 dicembre 1943. A quella data i principali fronti sui quali avevano combattuto gli italiani erano ormai chiusi: la campagna di Russia e quella d'Africa si erano concluse e nei Balcani la presenza militare italiana era stata spezzata dopo l'8 settembre.
È possibile che Giuseppe sia morto in prigionia, ma saranno i documenti a dover confermare questa ipotesi.

Ecco una tabella riassuntiva:

Fronte greco-albanese
  • Pietro Borriello (1916–1940)          sul monumento risulta morto in combattimento
  • Vito Salandra (1919–1940)              sul monumento risulta morto in combattimento
  • Vincenzo Ceriello (1923–1943)       sul monumento risulta morto in combattimento
  • Vincenzo Robertiello (1920–1943) sul monumento risulta disperso
Fronte russo
  • Angelo Ciottariello (1921–1942)   sul monumento risulta disperso
  • Francesco Lupo (1920–1942)         sul monumento risulta disperso
  • Giovanni Torluccio (1909–1943)   sul monumento risulta disperso
  • Nicola Fusella (1918–1943)            sul monumento risulta disperso
  • Alessandro De Vivo Ciottariello (1922–1942) sul monumento risulta disperso
Africa Settentrionale
  • Fiore Travisano (1907–1940)         sul monumento risulta morto in prigionia
  • Giuseppe Gerardo Vincenzo Fusella (1904–1940)    sul monumento risulta disperso
Fronte italiano
  • Emilio Robertiello (1924–1943)     sul monumento risulta morto in combattimento
  • Vincenzo Torluccio (1923–1943)   sul monumento risulta disperso
Morti in prigionia
  • Ernesto Carchio (1894–1943)           sul monumento risulta morto in prigionia
  • Giovanni Cifrodelli (1908–1945)      sul monumento risulta disperso
Luogo della morte ancora da individuare
  • Giuseppe Gervaso (1912- 1943)        sul monumento risulta disperso
G.V.

    30 agosto 2026

    CARMINE, DALL'ALTARE ALLA PRIGIONIA

    Il 18 aprile 1942 è un sabato.
    Alle otto del mattino il parroco di Valva, Lorenzo dottor Spiotta (così firma l'atto), unisce in matrimonio due diciannovenni.
    Sono Carmine Mastrolia di Federico e di Caterina Feniello e Giovanna Zaccardi, figlia di Michele e di Maria Giuseppa Torsiello.
    Due giorni dopo l'atto viene registrato sul registro comunale dal commissari prefettizio Emilio Foselli.
    La guerra
    Passano poche settimane.
    L'11 maggio 1942 Carmine si presenta alla visita militare e viene lasciato in congedo illimitato provvisorio. Per qualche tempo, dunque, la sua vita può continuare normalmente.
    Poi arriva la chiamata.
    Il 5 gennaio 1943 viene chiamato alle armi e il giorno successivo è già al Deposito del 67° Reggimento Fanteria, a Como.
    A giugno viene trasferito al 160° Reggimento Fanteria, dislocato in Croazia
    Carmine partecipa alle operazioni di guerra in quella che i documenti militari definiscono, con un'espressione oggi lontana, la "Balcania (territori ex Jugoslavi)".
    La prigionia 
    Non abbiamo altre notizie su di lui fino all'8 settembre 1943, un giorno fatale per le sorti dell'esercito e delle istituzioni italiane.
    Carmine risulta prigioniero dei tedeschi e condotto in Germania.
    Un treno degli internati. Padova, Museo dell'Internato Militare
    L'8 maggio 1945 viene liberato.
    La guerra in Europa è finita, ma per lui e per tanti soldati prigionieri non è ancora il momento del ritorno a casa. Rimane trattenuto dalle Forze Alleate fino al 15 agosto, quando viene finalmente rimpatriato.
    Solo a inizio gennaio 1946 viene convocato al Distretto militare di Salerno, presso la sottocommissione interrogatrice.
    La burocrazia militare annota che viene "discriminato ed inviato in licenza di rimpatrio con assegni di gg. 60 con decorrenza dal 15.8.1945".
    Lo stesso giorno risulta inviato "in licenza straordinaria senza assegni in attesa di reimpiego", con decorrenza dal 14 ottobre 1945.
    La parola "discriminato" può sorprendere. Nel lessico militare del tempo, significa che la commissione ha esaminato la condotta tenuta dal militare durante l'internamento in Germania, per verificare che non ci siano comportamenti incompatibili con il servizio militare o elementi meritevoli di ulteriori accertamenti.
    Nel luglio 1946 viene collocato in congedo illimitato.
    Nel 1964 gli viene conferita la croce al merito di guerra.
    Nel foglio matricolare di Carmine Mastrolia sono citati due riferimenti normativi: il Regio Decreto 14 dicembre 1942, n. 1729 ("Concessione della croce al merito di guerra al personale che, dal 10 giugno 1940, abbia partecipato ad operazioni militari nella guerra in corso") e la legge 4 maggio 1951, n. 571 ("Concessione della croce al merito di guerra ai militari internati in Germania ed in Giappone dopo l'8 settembre 1943").
    La legge del 1951 modifica e integra il Regio Decreto del 1942, aggiungendo all'articolo 2 la possibilità di concedere la Croce al merito di guerra a coloro che siano stati "catturati e deportati in Germania o in territori controllati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943" e che siano rimasti deportati per almeno cinque mesi.
    Per i sottufficiali, graduati e militari di truppa, la legge stabilisce inoltre che non abbiano "prestato lavoro su invito dei nazi-fascisti".

    G.V. 

    21 agosto 2026

    1894, UN OMICIDIO NELLA NOTTE AL "MURAGLIONE"

    È una storia rimasta nella memoria di Valva. Febbraio 1894, un omicidio nella notte. 

    Una vicenda di gelosia, una breve indagine, un processo dall'esito scontato: una pesante condanna per il reo confesso. 

    Ho avuto la possibilità di leggere il fascicolo conservato all'Archivio di Stato: verbali, interrogatori, perizie, deposizioni di testimoni. 

    Mi impegno a raccontare la vicenda e il processo con il massimo tatto, nel rispetto delle persone coivolte, dando voce anche alla memoria popolare, ma cercando sempre di distinguere ciò che è stato tramandato da ciò che i documenti consentono di verificare.

    12 febbraio 1894. Il brigadiere della Stazione di Colliano, De Crescenzo, dà la notizia dell'omicidio al Pretore di Laviano.


    Fonte: Archivio di Stato di Salerno, Fondo Tribunale civile e correzionale di Salerno, Sezione Penale e Corte d'Assise, busta 197, fascicoli 5-6. 

    14 agosto 2026

    UNA MOGLIE UCCISA SULLA VIA PER LAVIANO

     FUORI REGISTRO Quinto episodio

    -Un episodio tragico, tramandato come uxoricidio. 
    Cosa dicono i documenti-

    La vicenda, tramandata come un caso di uxoricidio di circa cento anni fa, è nota a Valva e mi è stata raccontata più o meno così: un marito insoddisfatto della dote della moglie ne chiede continuamente conto al suocero, che si giustifica dicendo che ha altre figlie da maritare e lo invita ad attendere. Ma le violenze sulla moglie continuano, finché lei e il padre decidono di recarsi a Laviano per sporgere denuncia. Pochi metri oltre il confine, però, il marito si apposta e tende loro un agguato. Aggredisce entrambi, uccide la moglie e lascia in fin di vita il suocero. Arrestato, viene condotto in carcere, dove, poco dopo, si suiciderà. 

    Ricostruzione evocativa generata con intelligenza artificiale (Gemini).

    Come affrontare questa storia dal punto di vista storico?
    Innanzitutto, occorre individuare i protagonisti. 
    La memoria orale della comunità ha conservato con precisione i loro nomi e ci offre dunque un primo, importante punto di partenza. Sarà poi la documentazione a consentirci di verificare quanto ci è stato tramandato e di ricostruire, per quanto possibile, la vicenda.
    Poiché in paese le famiglie sono note, citeremo qui soltanto i nomi: Giovanni, Maria e Antonio.
    Non potendo ancora accedere ai documenti del processo, si può iniziare con quelli anagrafici: atti di nascita, atto di matrimonio, atti di morte.
    Prima certezza storica: Maria muore di morte violenta in una località del comune di Laviano. Lo relaziona il pretore al sindaco di Laviano, che a sua volta trasmette l'atto al sindaco di Valva.
    Seconda certezza storica: Giovanni muore, circa due anni dopo, nel penitenziario sull'isola d'Elba. Nell'atto di morte risulta vedovo; non si parla di suicidio:  la causa della morte, negli atti che ho consultato, raramente viene indicata, mentre quello di Maria sembra essere un' eccezione.
    I documenti anagrafici, dunque, non possono ancora confermare completamente la versione tramandata oralmente, ma di certo non la escludono. 
    Per avere la certezza storica, occorre analizzare gli atti processuali, sempre che sia possibile accedervi. Nei prossimi episodi, però, partiremo da ciò che già abbiamo: gli atti anagrafici, che esamineremo nel dettaglio, per vedere fin dove i documenti possono condurci.


    Fuori Registro - Il fascino dell'anagrafe 

    I registri anagrafici hanno il potere di rapire chiunque li sfogli, anche solo in digitale sul Portale Antenati. Tra carte ingiallite e grafie d'altri tempi, un nome tira l'altro e una dicitura insolita può trasformarsi in un invito alla ricerca. Da questo viaggio tra i documenti nasce Fuori Registro, una rubrica del blog la ràdica che porta alla luce episodi di cronaca, curiosità, anomalie e piccoli misteri nascosti tra le pieghe della storia di Valva e dell'Alto Sele.

    G.V.




    08 agosto 2026

    IL PREZZO DEL DOVERE: LA STORIA DI CESARE MACCHIA

    Quando Cesare Macchia nasce - il 18 giugno 1915 - l’Italia è da poco entrata nel primo conflitto mondiale. Egli non può ancora immaginare che, nel giro di pochi anni, sarà la guerra a scandire tutta la sua giovinezza, segnandola profondamente: in Spagna, poi sul confine greco-albanese, dove sarà gravemente ferito; successivamente, la morte del fratello Michele sullo stesso fronte.
    Una curiosità: a registrare la nascita di Cesare non è papà Sabato ("lontano da questo comune") né ovviamente mamma Clelia, ma la levatrice Clotilde Romanini. La famiglia Macchia risulta residente in via Ospedale, 39 (l'attuale via Madonna degli Angeli).
    I primi anni con la divisa
    Alla visita di leva Cesare si presenta come tanti ragazzi dell’epoca: ha appena la terza elementare, ma sa leggere e scrivere. Sul suo foglio matricolare, alla voce “distinzioni e servizi speciali”, la burocrazia militare annota con essenzialità: porta munizioni e maschera antigas.
    Cesare viene chiamato alle armi il 19 aprile 1936 con il 31° Reggimento Fanteria. Diventa caporale nel marzo 1937 e nel mese di agosto viene congedato.
    La guerra in Spagna
    Il 20 gennaio 1939 viene richiamato alle armi “per tempo indeterminato quale volontario in servizio non isolato all’estero”, nel Deposito 22° Reggimento Fanteria Pisa. Il 2 febbraio risulta partito volontario in Spagna, nella 6 Compagnia Complementi.
    La guerra civile spagnola ormai volge al termine, la vittoria del fronte franchista sembra ormai imminente. La terra iberica ha già preteso il suo tributo di sangue anche da Valva, che nell’agosto 1937 ha pianto la scomparsa di Giacomo Cuozzo.
    Il 5 febbraio 1939 Cesare sbarca a Cadice.
    Nelle settimane successive è nel Centro Istruzioni e successivamente nel 1° Reggimento fanteria d’assalto Littorio.
    Vive la coda del conflitto fino al rientro in patria, il 20 maggio 1939, a guerra conclusa.
    La ferita e il calvario
    Sono tempi di conflitto continuo: dopo poco più di tre mesi, lo spettro della guerra cala di nuovo sull’Europa e la sua lugubre ombra si estenderà su un raggio mai raggiunto prima. Il 1 settembre 1939 inizia la Seconda guerra mondiale.
    L’Italia entra nel conflitto nel giugno 1940 e, a novembre, Cesare è richiamato alle armi “per esigenze di carattere eccezionale” e viene assegnato al 15° Reggimento Fanteria.
    Il 31 dicembre si imbarca a Bari per l’Albania e il 1 gennaio 1941 sbarca a Valona: è assegnato al 139° Reggimento Fanteria.
    Gennaio sarà un mese breve e devastante per lui. Il 25 Cesare viene colpito dal fuoco nemico e dalla morsa del gelo: riporta una grave ferita da arma da fuoco al braccio destro, con la frattura dell’omero, e il congelamento di entrambi i piedi.
    Inizia per lui un doloroso calvario medico. 
    Prima all’ospedale da campo di Berat, poi il volo d’urgenza verso Foggia il 30 gennaio. Segue il ricovero a Imola, tra l’ospedale civile e quello militare, fino al trasferimento, ad agosto, all’ospedale militare di Napoli, dove gli viene concessa una licenza di convalescenza di 90 giorni.
    Alla fine di questo periodo, Cesare torna all’ospedale militare di Napoli per una visita di controllo. Il 24 novembre 1941 è dimesso dall’ospedale e inviato in licenza speciale in attesa di trattamento di quiescenza: il suo corpo è troppo segnato per continuare a combattere.
    Nel maggio 1942 il Ministero delle Finanze gli assegna una pensione di guerra rinnovabile di sesta categoria, per la durata di due anni. Il 24 novembre 1942 è collocato in congedo assoluto.

    Infine, il 31 dicembre 1942 arriva il momento degli onori ufficiali per Cesare, per la Campagna di Spagna: la croce al merito di guerra, la medaglia di benemerenza per volontari, la medaglia commemorativa. 
    Viene autorizzato a fregiarsi del distintivo d'onore.
    Un prezzo altissimo
    Cesare sopravvive alla guerra, dunque, ma la famiglia Macchia  paga comunque un prezzo altissimo. Il fratello Michele cade in Grecia nell'agosto del 1943
    Solo dieci anni più tardi le sue spoglie faranno ritorno a Valva, avvolte nel Tricolore e accolte dagli onori militari: una vicenda che abbiamo ricostruito in precedenti post del nostro blog.
    Nella foto scattata in quella occasione, Cesare è al centro. Alla sua sinistra, mamma Clelia.
    Il proprio dovere, fino in fondo
    Successivamente, nel 1955, sarà riconosciuta a Cesare anche la croce al merito di guerra per la campagna d'Albania.
    I documenti si fermano qui. 
    Restano alcune decorazioni appuntate sul foglio matricolare e un corpo segnato per sempre dalla guerra.
    A noi quelle medaglie possono apparire poca cosa, considerando il sacrificio che sono costate. Per Cesare Macchia, probabilmente, quei nastrini rappresentavano soprattutto il segno di aver compiuto fino in fondo quello che considerava il proprio dovere, pagandone il prezzo più alto: la salute e la giovinezza.

    🙏Un sentito ringraziamente al nipote Gerardo Cruoglio per la preziosa collaborazione.

    Nota metodologica
    Come accade talvolta nella documentazione militare, l'attestato presenta alcune difformità cronologiche rispetto al foglio matricolare. Ho ritenuto opportuno privilegiare quest'ultimo per la ricostruzione degli eventi, segnalando comunque la discrepanza.

    Approfondimento
    Alla storia di Michele Macchia abbiamo dedicato i seguenti post:

    G.V.




    21 luglio 2026

    LUNGO LA VIA DEL GRANO: UNA STORIA DI STRADA, MORTE E RINASCITA

     FUORI REGISTRO Quarto episodio

    -Un vetturale, una famiglia spezzata e un nuovo inizio 
    nei registri di Valva (1851-1852)-

    Accadono storie sulla strada che da Eboli attraversa le terre dell'Osso e raggiunge la Lucania. È la cosiddetta Via del Grano, realizzata nel 1797 per collegare Eboli, Atella e Melfi, facilitando il trasporto dei cereali verso Napoli.
    Su quella strada passano mercanti e vetturali, forse anche pellegrini. Viaggiano merci, ma anche persone, notizie, amicizie, matrimoni. E, talvolta, la morte.
    Valva, 21 luglio 1851, ore quattordici circa.
    Proprio nel feudo del soprintendente alle strade e ai ponti del Regno, il marchese Giuseppe Valva, avviene un tragico incidente.
    Mentre il carro sul quale viaggia la famiglia Capuano, originaria di Atella, affronta una salita, arretra improvvisamente, esce di strada e precipita nei terreni sottostanti, capovolgendosi.
    Sotto il peso del carro rimangono schiacciati Lucia Carlucci, moglie di Pasquale Capuano, e i loro due figli: Giuseppe, di cinque anni, e Luigi, di appena nove mesi. Solo Pasquale sopravvive.
    Il giorno dopo, Felice Vacca (becchino comunale) e Michelangelo Grasso si recano in municipio e dichiarano di aver dato sepoltura alle tre vittime.
    Gli atti di morte indicano con precisione il luogo dell'incidente: "Salita delle Murelle di Serra Garza". Un toponimo oggi difficile da identificare, ma prezioso per ricostruire l'antica viabilità del territorio. È interessante anche l'espressione "strada consolare", con cui il sindaco Francesco Grasso -che scrive l’atto- qualifica quel percorso, a testimonianza dell'importanza che gli veniva attribuita.
    Pietra miliare lungo la Via del Grano, nel comune di Valva; fonte

    La famiglia Capuano
    Pasquale e Lucia si sono sposati nel 1838 ad Atella, il paese della sposa. Pasquale proveniva invece da Lanzara, oggi frazione di Castel San Giorgio (all'epoca nel Principato Citra), dove era nato nel 1814, quattro anni prima di Lucia (all’anagrafe Maria Francesca Lucia).
    Il primogenito, Giuseppe Maria, è nato nel novembre del 1846; il fratellino Luigi nel dicembre del 1850. Una curiosità: il primo figlio ha il nome del nonno materno, il secondo di quello paterno.
    Un altro dettaglio merita attenzione: a dichiarare la nascita del primo figlio non è il padre, ma la levatrice. È quindi plausibile che Pasquale in questo momento sia lontano da casa per lavoro.
    Anche suo padre, Luigi, è stato un vetturale, vale a dire un trasportatore di merci, una figura che potremmo paragonare a un moderno autotrasportatore o corriere. Luigi è morto in una taverna di Barile, nel distretto di Melfi, lo stesso cui appartiene Atella. È possibile che percorresse abitualmente quelle strade per motivi di lavoro e che proprio grazie a quei viaggi il figlio Pasquale abbia scelto di stabilirsi ad Atella, dove ha costruito la sua famiglia, tragicamente spezzata il 21 luglio 1851 lungo una delle principali vie di comunicazione del Regno.
    Il nonno di Pasquale, Giacomantonio, risulta bottegaio.
    Una storia che continua
    La storia di Pasquale Capuano, però, continua.
    L’anno dopo, infatti, il vetturale torna a comparire nei registri di Valva. E lo fa per un motivo inatteso: si risposa proprio nel paese dove ha perso la moglie e i due figli. 
    Il matrimonio si celebra il 28 aprile 1852. La nuova moglie si chiama Rosa Antonia (o Rosantonia) Grieco, nata nel 1825; di lei conosciamo solo la mamma, Anna.

    Una curiosità dai registri: la mamma di Pasquale, Grazia Apostolico, esprime il consenso al matrimonio del figlio recandosi da un notaio a Lanzara. 

    Può colpire la scelta di Pasquale di rifarsi una vita a Valva.
    Forse il lavoro lo ha ormai legato a queste terre; forse qui ha trovato una rete di relazioni e di sostegno. Oppure, chissà, sente il bisogno di restare vicino al luogo in cui riposano Lucia, Giuseppe e il piccolo Luigi.
    Le nostre sono soltanto ipotesi e tali resteranno. Ma i registri ci restituiscono almeno una certezza: dopo il dolore, Pasquale non lascia Valva alle proprie spalle.
    Lungo la Via del Grano accadono storie.

    Alla memoria del signor Giustino Catone, di Atella


    Fuori Registro - Il fascino dell'anagrafe 
    I registri anagrafici hanno il potere di rapire chiunque li sfogli, anche solo in digitale sul Portale Antenati. Tra carte ingiallite e grafie d'altri tempi, un nome tira l'altro e una dicitura insolita può trasformarsi in un invito alla ricerca. Da questo viaggio tra i documenti nasce Fuori Registro, una rubrica del blog la ràdica che porta alla luce episodi di cronaca, curiosità, anomalie e piccoli misteri nascosti tra le pieghe della storia di Valva e dell'Alto Sele.

    G.V.

    19 luglio 2026

    OLTRE UN SECOLO DI MEMORIA: ZIO ARMANDO COMPIE 102 ANNI

    Centodue anni. Tanti ne compie oggi Armando Cuozzo, nato a Valva il 19 luglio 1924 e residente da tempo in provincia di Bologna.
    Figlio di Giuseppe Cuozzo e di Adelina Mastrolia, il signor Armando è nato in una famiglia molto numerosa: aveva tre fratelli e quattro sorelle. 
    Un secolo -e più- di vita attraversato da alcuni dei momenti più difficili della storia d'Italia.
    Il signor Armando con il figlio Peppino,
    autore della bella targa ricordo in legno
    La carriera militare
    Il 4 settembre 1942 è tra gli ultimi giovani valvesi chiamati alla visita militare. Meno di un anno dopo, il 21 agosto 1943, Armando viene arruolato e destinato al 151° Reggimento Fanteria di Trieste, appartenente alla Brigata Sassari, la storica unità che durante la Prima guerra mondiale si era guadagnata il soprannome di "Diavoli Rossi" dagli austriaci. 
    Nel corso della Seconda guerra mondiale, la Brigata combatte sul fronte jugoslavo e, nella primavera del 1943, viene trasferita a difesa del litorale laziale.
    Dopo l'armistizio dell'8 settembre partecipa alla difesa di Roma, prima di sciogliersi pochi giorni più tardi. 
    Un Paese allo sbando 
    Per Armando -e per l'Italia intera- iniziano allora giorni di grande incertezza. Come migliaia di soldati italiani, viene considerato uno "sbandato", ma il suo foglio matricolare racconta una storia più complessa: riesce a sottrarsi alla cattura in territorio occupato dai nazifascisti e a ricongiungersi con un comando italiano.
    Allo stato attuale delle ricerche, non siamo ancora riusciti a ricostruire con precisione la geografia di questi eventi.
    Alla fine di novembre 1943, Armando è di nuovo a Valva. Solo poche settimane prima il suo paese natale aveva vissuto momenti drammatici: i tedeschi si erano ritirati sotto la pressione delle truppe alleate e molti abitanti avevano trovato rifugio sui monti, nel tentativo di salvarsi dalla guerra.
    La lenta ricostruzione dell'esercito
    Il 26 gennaio 1944 risponde a una nuova chiamata alle armi: l'esercito italiano cobelligerante cerca di ricostituirsi tra enormi difficoltà e, il 20 aprile, Armando risulta assegnato alla 10ª Compagnia Sussistenza di Napoli.
    Dopo la fine della guerra, continua il servizio militare di Armando: nell’aprile 1946 viene trasferito alla scuola Autieri del Genio a Civitavecchia, fino al 5 febbraio 1947 quando è collocato in congedo.
    Una preziosa testimonianza
    Oggi, a 102 anni, la vita di Armando Cuozzo rappresenta una preziosa testimonianza di una generazione che ha conosciuto il fascismo, la guerra, l'incertezza e il lento lavoro di ricostruzione materiale e civile. La sua storia personale si intreccia con la grande Storia e  merita di essere ricordata.
    Il suo foglio matricolare, tuttavia, presenta alcuni passaggi che meritano ulteriori approfondimenti. Per questo il nostro blog tornerà a raccontare la storia del signor Armando con altri post, nel tentativo di ricostruire con sempre maggiore precisione il suo percorso militare e umano.
    Ma oggi non è il giorno della ricerca. Oggi è il giorno della festa, una festa più che meritata. 
    Al signor Armando Cuozzo e ai suoi cari giungano i nostri più sinceri auguri per il raggiungimento di questo straordinario traguardo.
    A zio Armando rivolgiamo l'augurio più bello della tradizione valvese: b'n'dica!

    Questo post non sarebbe stato possibile senza la collaborazione di chi ha condiviso con noi ricordi, documenti e informazioni.
    Un sentito ringraziamento al figlio Peppino Cuozzo, per la disponibilità, la cortesia e le informazioni condivise, che hanno contribuito a rendere più completa questa ricerca.
    Un grazie di cuore alla signora Donata Cuozzo, che ha ricordato con affetto l'antica amicizia con la famiglia Grasso e ci ha aiutato a ricostruire alcuni preziosi tasselli della storia del signor Armando.
    Un sincero ringraziamento anche a Paolo Feniello che, con la sensibilità e il rispetto che da sempre riserva agli anziani, ci ha segnalato questo straordinario traguardo.
    G.V.

    11 luglio 2026

    IL "VOI" CHE NON GLI HO DATO. Riflessioni sulla sepoltura di un eroe valvese

    Ho scelto la data un po' a caso ma il dio che presiede alle coincidenze numeriche ha fatto in modo che fossi qui proprio oggi, 7 luglio 2026.
    Rileggendo i miei appunti ho notato che il 7 luglio 1916 -sono trascorsi centodieci anni esatti- Anacleto Marcelli era protagonista di un atto eroico che gli avrebbe procurato una ferita mortale e una medaglia d'argento. 
    Se fossi nato ai suoi tempi, sicuramente gli avrei dato del voi. Lui apparteneva a una famiglia in vista a Valva (suo padre "proprietario", sua madre "gentildonna") e io sarei stato figlio di contadini o di "bracciali".
    Oggi invece sarebbe lui a darmi del voi, perché si è fermato prima di arrivare a 21 anni, decisamente meno della metà dei miei anni attuali.
    Dal palazzo alla guerra
    Anacleto nasce a Valva alle 4 e 45 del mattino del 12 ottobre 1895.

    La madre si chiama Maria Cozzarelli. Il padre, Francesco, ha trentotto anni. La famiglia abita in via Piazza, numero 1 (capiamo che è l'attuale "palazzo Marcelli"). Al bambino vengono dati i nomi di Anacleto Emmanuele Pasquale.

    Con suo fratello Eduardo partecipa alla Grande Guerra nello stesso reggimento di fanteria, il 145.mo. 
    Anacleto diventa sottotenente di complemento. Combatte durante le operazioni militari sugli Altipiani Vicentini nell'estate del 1916. Inquadrato nella Brigata Catania (145° e 146° Reggimento Fanteria), partecipa alle azioni nella Val d'Astico e sull'Altopiano di Tonezza, condotte per sostenere l'attacco al Monte Cimone, importante posizione difensiva austro-ungarica. 
    Nella motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare leggiamo la ricostruzione del 7 luglio 1916:

    Distintosi ripetutamente per fermezza e coraggio in servizi speciali di pattuglia, il 7 luglio in una ricognizione con pochi uomini arditi tenne fronte al nemico della forza di almeno un plotone finché, colpito gravemente al petto, dovette essere ritirato dalla linea. Pedescale [leggasi Pedescala], 7 luglio 1916  fonte 
    Dopo settimane di duri combattimenti e ripetuti assalti, il 24 luglio 1916 il Monte Cimone viene conquistato dalle truppe italiane. 
    Il giorno dopo, nell'ospedale da capo n. 69, Anacleto muore.
    Nel novembre 1918, a guerra conclusa, anche suo fratello Edoardo muore, di malattia.

    Sono qui dove lui riposa, a Thiene, in provincia di Vicenza.
    Hanno riservato un pezzo di cimitero ai caduti in guerra, delimitato da una siepe e segnato da una bandiera.
    Anacleto riposa in un piccolo gruppo di tre, con altri due ufficiali: uno della Grande Guerra come lui, e il caporal maggiore Matteo
    Miotto, alpino, morto in Afghanistan, quasi cento anni dopo. 
    Sapevo che avrei trovato anche il giovane alpino.
    E' anche grazie a suo padre se sono qui.
    Qualche anno fa, il signor Miotto ha avvisato il sindaco di Valva Francesco Marciello che accanto alla tomba del figlio era sepolto anche un soldato di Valva.
    Leggere le due date di Matteo mi fa un certo effetto.
    Non mi era mai capitato di trovare sulla lapide di un caduto in guerra una data più recente di quella in cui sono nato io. 
    Non ricordo cosa stessi facendo il giorno in cui nacque Matteo; ricordo invece il giorno dopo, quando durante le vacanze di Pasqua perdemmo malamente una partita a Contursi, organizzata da don Domenico.
    Penso che dovrei lasciare un fiore, almeno su queste due tombe. Poi mi dico che non sarebbe bello escludere il terzo -proprio in mezzo a loro- e anzi alla fine mi dico che tre fiori con questo sole di luglio durerebbero meno della mia visita qui e forse sarebbero un po' stonati nell'uniformità di queste file di sepolture, tutte uguali.
    Matteo Miotto; fonte
    Leggo in un articolo del Giornale di Vicenza:

    Quando Miotto partì per l’Afghanistan nel suo testamento lasciò scritto che in caso di morte, avrebbe voluto essere sepolto in quella parte di cimitero nella quale riposavano i Caduti della prima guerra mondiale. Matteo riposa vicino a due “ragazzi” caduti nel 1916 e nel 1917 durante la prima Guerra mondiale. Tre giovani che hanno perso la vita indossando l’uniforme dello stesso Paese, in guerre così lontane e diverse.  fonte

    Uno di quei ragazzi è nato a pochi passi da casa mia. Non li ho mai contati ma non credo siano più di cento. Forse davanti casa sua ho giocato quando ero bambino, ma non lo ricordo; poi c'è stato il terremoto e la mia infanzia si è svolta altrove.
    L'altro ragazzo si chiamava Giovanelli Enrico, morto nel 1918. 
    Vorrei riuscire a trovargli una data di nascita, il paese dove è cresciuto, il reggimento che lo ha chiamato invano in un appello serale.
    Da oltre cento anni riposa accanto a un mio compaesano, in qualche modo sento mio concittadino anche lui, anche se il cognome mi fa pensare a Bologna o Bergamo o qualche città delle Marche o della Toscana.

    Uniformità è la parola che mi viene in mente vedendo queste sepolture.
    Sulla destra ci sono sei sepolture di soldati caduti nella Seconda Guerra Mondiale, al centro c'è un altare, quasi a dividere la zona in due parti. 
    Dietro l'altare, sempre in maniera geometricamente ordinata, sepolture della Prima e della Seconda guerra mondiale.
    In totale, quaranta sepolture: venticinque caduti della Grande Guerra, quattordici della Seconda. 
    Poi c'è Matteo, caduto mentre io mi preparavo a brindare a un nuovo anno, inviavo sms di auguri che volevano essere brillanti e forse scrivevo noiosi bilanci di fine anno su Facebook.

    E' un martedì, 7 luglio, sono in provincia di Vicenza. Il sole brucia sulle tombe, mentre un signore un po' più in là è in preghiera davanti a una sepoltura. Io sono in questo angolo di memoria e le nostre epoche si confondono, legate da un filo invisibile partito da un portone al numero 1 della Chiazza, dove forse mi sono sbucciato le ginocchia per la prima volta da bambino.

    Questo post è dedicato al signor Franco Miotto, con riconoscenza

    Approfondimento
    Di Anacleto Marcelli abbiamo parlato nel post
    👉Il petto contro un plotone di nemici: la morte di Anacleto, medaglia d'argento
    Alla vicenda dei due fratelli Marcelli abbiamo dedicato il post: 
    👉Se solo poteste vincere il fato, sarete due Marcelli.
    Il blog Gozlinus si è occupato dei due fratelli nei seguenti post:
    👉La foto dell'eroe ritrovato
    👉Una foto prima di partire 
    👉Storia di un soldato
    In questo post Gozlinus ha raccontato la lettera del signor Miotto al sindaco di Valva:
    👉Due giovani eroi ed un solo destino

    G.V.


    08 luglio 2026

    DOVE RIPOSA GIOVANNI

    Vicenza, Cimitero Monumentale.
    I caduti in guerra riposano in un'area alla quale si accede come attraverso il vestibolo di un tempio classico.
    Entro.
    Lo cerco ma non lo trovo tra decine di formelle quadrate, in queste austere pareti di marmo.
    È il cognome più diffuso a Valva ed è quello che sento più familiare, accanto al mio.
    Qui ci sono cognomi da tutta Italia, immagino: quelli in consonante, del Nord, altri sicuramente meridionali, alcuni campani.
    Allora lo cerco con il nome.
    Giovanni è il suo nome, come forse ai suoi tempi si leggeva in chiesa, sulla porta della sacrestia, sull'affresco oggi un po' slavato.
    Non lo trovo ancora.
    Alterno la strategia: li leggo in orizzontale, poi in verticale. L'occhio scorre veloce, mi aiuto anche con il dito. Sembro un bambino che sta imparando a leggere. Allargo le braccia più volte, tanto sono solo, nessuno dovrebbe darmi del matto.  
    Sono nomi di giovani nati circa centrotrenta anni fa, qualcuno è molto raro, molti decisamente tradizionali.
    Poi finalmente mi accorgo che c'è una cripta e scendo.
    Mi inoltro nel caldo chiuso e poco illuminato di un tempietto.
    Appena entro, guardo verso la parete di sinistra.
    Lo trovo quasi subito, in una posizione centrale.

    Ecco il luogo dove riposa Cuozzo Giovanni, valvese nato ottanta anni prima di me. Non sono pochissimi, ma è nato un mese dopo la mia bisnonna Antonia, che ho fatto in tempo a conoscere, e senza la guerra -chissà- sarebbe stato in vita quando sono nato io e allora sento una prossimità cronologica, oltre che di terra, di dialetto, anche un po' di sangue.
    Di sangue, sì: sua madre era una Vuocolo, suo nonno si chiamava Pietro: un nome che torna nel mio albero genealogico e che si è tramandato fino a oggi.
    Per un momento mi viene da pensare che a suo fratello sia andata meglio: nel cimitero americano in terra di Francia, dove riposa, sicuramente le tombe sono tutte uguali e tutte al sole.
    Ma è un pensiero che dura poco, perché Giuseppe prima è emigrato, poi si è arruolato con l'esercito americano, è tornato in Europa, è morto in Francia, infine è rimasto lì insieme ai suoi compagni. Qualcuno ha avvisato Donato, il terzo fratello, che si trovava in America anche lui e ha atteso invano il suo ritorno.
    Forse Giuseppe aveva riposto i sogni di un avvenire migliore nella cittadinanza americana: per lui la divisa era un modo per accelerare i tempi. Questa almeno è la mia interpretazione. Di certo c'è solo il finale, sui campi di Francia, verso il declino dell'estate 1918.
    Il sito del cimitero americano consente di stampare una sorta di certificato d'onore:
    fonte

    Non era questo il pezzo di carta che sognava Giuseppe.
    Giovanni invece era morto in primavera, un anno e mezzo prima.
    Per malattia, trovo annotato nei documenti militari. Era il 25 marzo 1917.
    Combatteva nel 236º Reggimento Fanteria, Brigata "Piceno". 
    Nessuna notizia della morte dei due fratelli è nei registri di Valva. Solo di pochi caduti è giunto l'atto di morte redatto da un ufficiale e trascritto con bella grafia, e certamente con commozione, dal sindaco Antonio Marcelli.

    Forse restituire a ciascuno il proprio nome, le due date che davvero contano e il luogo in cui ogni cosa si è compiuta è l'ultimo modo che abbiamo per dire loro: ora riposate in pace.

    Post scriptum
    Uscendo dal cimitero, mi colpisce questa frase, incisa in una cappella privata:


    Mi viene da rivolgerla ai giovani uomini di cui ho scorso velocemente i nomi, cercando quello del mio compaesano Giovanni.  Restate con noi, almeno nella memoria, perché il tempo passa e la sera arriva.

    Approfondimenti
    Ai fratelli Giuseppe e Giovanni abbiamo dedicato il seguente post
    👉Caduti in guerra in due eserciti diversi: la storia dei fratelli Cuozzo
    Abbiamo raccontato le vicende della famiglia Cuozzo nel post  👉Le radici spezzate: storia dei Cuozzo
    In questo post trovate la storia di Giacomo Cuozzo, caduto in Spagna nel 1937:
    👉Il destino in un nome: Giacomo, caduto in Spagna
    Nel post 👉Giacomo, caduto per primo abbiamo ricostruito il contesto nel quale gli italiani hanno combattuto la Guerra civile spagnola.
    G.V.