Vicenza, Cimitero Monumentale.
I caduti in guerra riposano in un'area alla quale si accede come attraverso il vestibolo di un tempio classico.
Entro.
Lo cerco ma non lo trovo tra decine di formelle quadrate, in queste austere pareti di marmo.
È il cognome più diffuso a Valva ed è quello che sento più familiare, accanto al mio.
Qui ci sono cognomi da tutta Italia, immagino: quelli in consonante, del Nord, altri sicuramente meridionali, alcuni campani.
Allora lo cerco con il nome.
Giovanni è il suo nome, come forse ai suoi tempi si leggeva in chiesa, sulla porta della sacrestia, sull'affresco oggi un po' slavato.
Non lo trovo ancora.
Alterno la strategia: li leggo in orizzontale, poi in verticale. L'occhio scorre veloce, mi aiuto anche con il dito. Sembro un bambino che sta imparando a leggere. Allargo le braccia più volte, tanto sono solo, nessuno dovrebbe darmi del matto.
Sono nomi di giovani nati circa centrotrenta anni fa, qualcuno è molto raro, molti decisamente tradizionali.
Poi finalmente mi accorgo che c'è una cripta e scendo.
Mi inoltro nel caldo chiuso e poco illuminato di un tempietto.
Appena entro, guardo verso la parete di sinistra.
Lo trovo quasi subito, in una posizione centrale.
Ecco il luogo dove riposa Cuozzo Giovanni, valvese nato ottanta anni prima di me. Non sono pochissimi, ma è nato un mese dopo la mia bisnonna Antonia, che ho fatto in tempo a conoscere, e senza la guerra -chissà- sarebbe stato in vita quando sono nato io e allora sento una prossimità cronologica, oltre che di terra, di dialetto, anche un po' di sangue.
Di sangue, sì: sua madre era una Vuocolo, suo nonno si chiamava Pietro: un nome che torna nel mio albero genealogico e che si è tramandato fino a oggi.
Per un momento mi viene da pensare che a suo fratello sia andata meglio: nel cimitero americano in terra di Francia, dove riposa, sicuramente le tombe sono tutte uguali e tutte al sole.
Ma è un pensiero che dura poco, perché Giuseppe prima è emigrato, poi si è arruolato con l'esercito americano, è tornato in Europa, è morto in Francia, infine è rimasto lì insieme ai suoi compagni. Qualcuno ha avvisato Donato, il terzo fratello, che si trovava in America anche lui e ha atteso invano il suo ritorno.
Forse Giuseppe aveva riposto i sogni di un avvenire migliore nella cittadinanza americana: per lui la divisa era un modo per accelerare i tempi. Questa almeno è la mia interpretazione. Di certo c'è solo il finale, sui campi di Francia, verso il declino dell'estate 1918.
Il sito del cimitero americano consente di stampare una sorta di certificato d'onore:
Non era questo il pezzo di carta che sognava Giuseppe.
Giovanni invece era morto in primavera, un anno e mezzo prima.
Per malattia, trovo annotato nei documenti militari. Era il 25 marzo 1917.
Combatteva nel 236º Reggimento Fanteria, Brigata "Piceno".
Nessuna notizia della morte dei due fratelli è nei registri di Valva. Solo di pochi caduti è giunto l'atto di morte redatto da un ufficiale e trascritto con bella grafia, e certamente con commozione, dal sindaco Antonio Marcelli.
Forse restituire a ciascuno il proprio nome, le due date che davvero contano e il luogo in cui ogni cosa si è compiuta è l'ultimo modo che abbiamo per dire loro: ora riposate in pace.
Post scriptum
Uscendo dal cimitero, mi colpisce questa frase, incisa in una cappella privata:
Mi viene da rivolgerla ai giovani uomini di cui ho scorso velocemente i nomi, cercando quello del mio compaesano Giovanni. Restate con noi, almeno nella memoria, perché il tempo passa e la sera arriva.Approfondimenti
Nel post 👉Giacomo, caduto per primo abbiamo ricostruito il contesto nel quale gli italiani hanno combattuto la Guerra civile spagnola. G.V.