Eppure lo sapevamo anche noil'odore delle stivel'amaro del partireLo sapevamo anche noie una lingua da disimpararee un'altra da imparare in frettaprima della bicicletta
Iniziamo questa tappa con un'immagine simbolo, come omaggio al lavoro degli emigranti valvesi.
Questa fotografia ci porta direttamente sui ponteggi di una Caracas in piena trasformazione, alla quale i nostri compaesani hanno offerto forza e braccia, aggiungendo le proprie speranze ai grandi sogni della città.
Nella foto c'è almeno un valvese: Vincenzo Macchia; ha la camicia scura. Archivio famiglia Macchia.
Caracas attrae come un vortice, sorprende, spiazza. Seduce con la sua aria di eterna primavera e cambia, cambia progressivamente e in maniera incessante. Palazzi e strade, ancora strade e nuovi palazzi più alti, più alti ancora.
Negli anni Cinquanta inizia il suo inarrestabile sviluppo urbano, che la rende la città descritta dallo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, all'inizio dei Settanta; gli appare come una città che «si è estesa di sette volte in trent’anni», che «si è infittita di grattacieli nella misura in cui le torri del petrolio sono germogliate sul lago di Maracaibo»; per lui Caracas
«è un incubo d’aria condizionata, supersonica e rumorosa, un centro della cultura del petrolio che preferisce il consumo alla creazione e che moltiplica le necessità artificiali per nascondere quelle reali. Caracas ama i prodotti sintetici e i cibi in scatola; non cammina mai, si muove soltanto in automobile e ha avvelenato con il gas dei tubi di scappamento l’aria limpida della valle; Caracas fa fatica a dormire, perché non può placare la propria ansia di guadagnare e comperare, consumare e spendere, impadronirsi di tutto».
Nel caos di questa città che non riesce a placare la propria ansia di sviluppo, si inseriscono i passi dei venti o trenta valvesi pronti a lavorare nei cantieri e nelle officine. Ma prima del cemento, delle auto americane e dei grattacieli che graffiano il cielo, per ognuno di loro c'è stato lo strappo della partenza.
Il mare è un'esperienza che segna. Diventa oceano dall'orizzonte sempre uguale, in un viaggio interminabile di oltre quindici giorni che spesso è il ricordo che resta più tenacemente fisso nella memoria degli emigranti.
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| La nave su cui ha viaggiato Ciro Feniello |
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| Un biglietto per il Venezuela |
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| Rocco Tenebruso (in questa foto è a Caracas) |
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| Porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus |
L'autopista Caracas-La Guaira squarcia la montagna, riduce le distanze e diventa il manifesto della collaborazione tra l'ingegno venezuelano e le competenze tecniche degli immigrati italiani e tedeschi. I suoi viadotti sospesi nel vuoto sembrano una sfida alla gravità.
Forse il vero simbolo di questa fame di modernità è l'Hotel Humboldt, una torre che svetta a oltre duemila metri sul livello del mare. Ci si arriva con una funivia che sfida le nuvole: quindici minuti di ascesi pura tagliando la foresta tropicale, per poi ritrovarsi in una sala girevole sospesa tra i Caraibi e le luci della metropoli.
Il lavoro e i progetti

Caracas, prima metà degli anni Sessanta. Alla guida della Oldsmobile c'è Eliseo Marciello. Gli altri sono, da sinistra: (?), Vito Feniello, Renato Vacca e Roberto Vacca. Fonte: Gozlinus.
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| Palazzo in costruzione; archivio famiglia Feniello |
Nella foto -scattata in una sala della pensione- hanno messo in scena la loro attività quotidiana: sono impiegati nella piccola fabbrica di scarpe di Giuseppe Framiglio, che è venuto qui dalla Sicilia con alcuni suoi figli e con la figlia Antonina, che qui ha conosciuto e sposato un valvese, Antonio. Due dei loro figli, Giuseppe (Pippo) e Raffaele nasceranno proprio a Caracas.
I primi due da sinistra sono Giuseppe Torsiello e Giuseppe Feniello. Il penultimo da sinistra è Mario Falcone. I due seduti sono Eliseo Marciello e Antonio Feniello. Nella foto ci sono anche alcuni membri della famiglia Framiglio-Filangieri.La foto è stata raccolta da Valentino Cuozzo e pubblicata in Valva Foto Storiche.
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| Vito Feniello; fonte Gozlinus |
Vito ha imparato il mestiere da sarto giovanissimo, nella bottega di Noè Porcelli a Valva, ed è emigrato qui nel 1963, ad appena quattordici anni. Ha deciso di rimanere. A venti anni aveva già una sua attività, poi una lunga attività che gli ha dato tante soddisfazioni e prestigiosi riconoscimenti.
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| Il giovane Vito accolto all'aeroporto da Eliseo Marciello; fonte: Valva Foto Storiche |
Ma l'esperienza dei valvesi migranti non si esaurisce solo tra i cantieri e le automobili delle grandi città; alcuni si spingono oltre, quasi alla ricerca di se stessi, dell'ispirazione. È il caso di Giovannino, guidato fin quaggiù da un'innata vocazione da artista e ricercatore. Come ha evidenziato una critica d'arte, presentandone una mostra, il lungo soggiorno venezuelano lo ha spinto fino alle foreste selvagge bagnate dall'Orinoco, il grande fiume dei popoli indios. Qui ha appreso una tecnica di intaglio del legno che sembra un tributo a popoli conosciuti o immaginati:
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| Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva |
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| Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva |
Citazioni
Gian Maria Testa, Ritals, in: Da questa parte del mare, 2006; sito ufficiale
La citazione di Galeano è tratta da: D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi
La citazione dedicata a Giovanni Grasso è tratta da: Franca Foselli Breda, Un naïf pittore e scultore: Giovanni Grasso. All'arte del pittore e scultore valvese abbiamo dedicato il post Un pittore in punta di piedi.












