03 luglio 2026

CARACAS NON DORME: IL LAVORO DEI VALVESI IN VENEZUELA

Eppure lo sapevamo anche noi
l'odore delle stive
l'amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un'altra da imparare in fretta
prima della bicicletta


Gian Maria Testa, Ritals

Continua il nostro viaggio di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Iniziamo questa tappa con un'immagine simbolo, come omaggio al lavoro degli emigranti valvesi.
Questa fotografia ci porta direttamente sui ponteggi di una Caracas in piena trasformazione, alla quale i nostri compaesani hanno offerto forza e braccia, aggiungendo le proprie speranze ai grandi sogni della città.

Nella foto c'è almeno un valvese: Vincenzo Macchia; ha la camicia scura.                              Archivio famiglia Macchia. 

Una città labirintica anche nel nome ufficiale: Santiago de León de Caracas. 
Caracas attrae come un vortice, sorprende, spiazza. Seduce con la sua aria di eterna primavera e cambia, cambia progressivamente e in maniera incessante. Palazzi e strade, ancora strade e nuovi palazzi più alti, più alti ancora.
Negli anni Cinquanta inizia il suo inarrestabile sviluppo urbano, che la rende la città descritta dallo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, all'inizio dei Settanta; gli appare come una città che «si è estesa di sette volte in trent’anni», che «si è infittita di grattacieli nella misura in cui le torri del petrolio sono germogliate sul lago di Maracaibo»; per lui Caracas 

«è un incubo d’aria condizionata, supersonica e rumorosa, un centro della cultura del petrolio che preferisce il consumo alla creazione e che moltiplica le necessità artificiali per nascondere quelle reali. Caracas ama i prodotti sintetici e i cibi in scatola; non cammina mai, si muove soltanto in automobile e ha avvelenato con il gas dei tubi di scappamento l’aria limpida della valle; Caracas fa fatica a dormire, perché non può placare la propria ansia di guadagnare e comperare, consumare e spendere, impadronirsi di tutto».  

Nel caos di questa città che non riesce a placare la propria ansia di sviluppo, si inseriscono i passi dei venti o trenta valvesi pronti a lavorare nei cantieri e nelle officine. Ma prima del cemento, delle auto americane e dei grattacieli che graffiano il cielo, per ognuno di loro c'è stato lo strappo della partenza.

Il mare color del destino
Il mare è un'esperienza che segna. Diventa oceano dall'orizzonte sempre uguale, in un viaggio interminabile di oltre quindici giorni che spesso è il ricordo che resta più tenacemente fisso nella memoria degli emigranti.

La nave su cui ha viaggiato Ciro Feniello

A volte, il viaggio è fatto nella stiva e da lì si vedono i pesci.
Un biglietto per il Venezuela
La Guaira è la prima terra venezuelana che i valvesi toccano dopo il lungo viaggio: il porto principale del Paese, a una ventina di chilometri da Caracas. 
Per alcuni di loro diventa anche il luogo dove imparano un mestiere che li accompagnerà per il resto della vita. È il caso di mastro Rocco, che proprio qui apprende l'arte del muratore, un sapere che porta con sé, tra le tante cose che un emigrante si costruisce lontano da casa.

Rocco Tenebruso (in questa foto è a Caracas)
Al porto, Francesco e Achille, giovani ed eleganti, conversano amabilmente prima della partenza di Francesco per l'Italia; così troviamo scritto dietro questa bella foto:
 Porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 
Poi, lo sguardo si sposta verso l'interno. La città spinge incessantemente verso l'esterno e verso l'alto.
L'autopista Caracas-La Guaira squarcia la montagna, riduce le distanze e diventa il manifesto della collaborazione tra l'ingegno venezuelano e le competenze tecniche degli immigrati italiani e tedeschi. I suoi viadotti sospesi nel vuoto sembrano una sfida alla gravità.
Forse il vero simbolo di questa fame di modernità è l'Hotel Humboldt, una torre che svetta a oltre duemila metri sul livello del mare. Ci si arriva con una funivia che sfida le nuvole: quindici minuti di ascesi pura tagliando la foresta tropicale, per poi ritrovarsi in una sala girevole sospesa tra i Caraibi e le luci della metropoli.

Il lavoro e i progetti
A contribuire allo sforzo costruttivo di questa metropoli ci sono anche gli emigrati italiani e, tra questi, dai venti ai trenta valvesi. 
Ci restano i loro racconti e le fotografie, che a volte li ritraggono sui cantieri o nelle auto: grandi berline americane, dalle grandi pinne, vistosi simboli del benessere che si diffondeva nel Paese. 

Caracas, prima metà degli anni Sessanta. Alla guida della Oldsmobile c'è Eliseo Marciello. Gli altri sono, da sinistra: (?), Vito Feniello, Renato Vacca e Roberto Vacca. Fonte: Gozlinus. 

Archivio famiglia Feniello
Il petrolio diventa il fulcro dell'economia venezuelana. Qualche decennio prima, l'intellettuale Arturo Uslar Pietri aveva invitato a "seminare il petrolio": un monito a utilizzare i proventi del greggio non per un arricchimento effimero, ma per far fiorire e diversificare l'intera economia nazionale. 
L'invito rimarrà nel complesso inascoltato, ma i valvesi non possono entrare in queste dinamiche economiche a lungo termine: per loro c'è il cantiere, c'è la fabbrica, ci sono le rimesse da mandare a Valva, ci sono i soldi da mettere da parte. 
Palazzo in costruzione; archivio famiglia Feniello
Ciro Feniello (con compagni da identificare) al lavoro
Di giorno lavorano ai nuovi grattacieli di Caracas, la sera costruiscono nella loro mente una casa a Valva, dopo aver acquistato un terreno su cui hanno messo gli occhi prima di partire e sul quale forse hanno già chiesto informazioni ai genitori o a un compare, in una lettera.
Pensano al matrimonio desiderato, ai figli che verranno. A loro regaleranno -ne sono sicuri, altrimenti non sarebbero qui- un destino diverso, il pezzo di carta, perché essi non devono fare questi stessi sacrifici.
Per molti di loro, la casa di oggi non parla spagnolo; ha il nome di una città italiana -Pensione Torino- come per il bisogno di un nome familiare.

Nella foto -scattata in una sala della pensione- hanno messo in scena la loro attività quotidiana: sono impiegati nella piccola fabbrica di scarpe di Giuseppe Framiglio, che è venuto qui dalla Sicilia con alcuni suoi figli e con la figlia Antonina, che qui ha conosciuto e sposato un valvese, Antonio. Due dei loro figli, Giuseppe (Pippo) e Raffaele nasceranno proprio a Caracas.

I primi due da sinistra sono Giuseppe Torsiello e Giuseppe Feniello. Il penultimo da sinistra è Mario Falcone. I due seduti sono Eliseo Marciello e Antonio Feniello. Nella foto ci sono anche alcuni membri della famiglia Framiglio-Filangieri.
La foto è stata raccolta da Valentino Cuozzo e pubblicata in Valva Foto Storiche. 
Forse, questa città che muta così in fretta nemmeno la vedono cambiare davvero. Ne vivono gli anni del boom e poi tornano a Valva, chi alla fine degli anni Cinquanta, chi nei primi  Sessanta. 
Mentre alcuni preparano le valigie per il ritorno, altri valvesi arrivano. Vedono una città che non è la stessa che ha accolto i loro compaesani, pronta a cambiare ancora.

L'ha vista cambiare, Vito.
Forse se lo dice ancora ogni sera, quando alla fine di una giornata di lavoro chiude la sua boutique sartoriale, proprio in centro città. 
Vito Feniello; fonte Gozlinus

Vito ha imparato il mestiere da sarto giovanissimo, nella bottega di Noè Porcelli a Valva, ed è emigrato qui nel 1963, ad appena quattordici anni. Ha deciso di rimanere. A venti anni aveva già una sua attività, poi una lunga attività che gli ha dato tante soddisfazioni e prestigiosi riconoscimenti.

Il giovane Vito accolto all'aeroporto da Eliseo Marciello; fonte: Valva Foto Storiche

Ma l'esperienza dei valvesi migranti non si esaurisce solo tra i cantieri e le automobili delle grandi città; alcuni si spingono oltre, quasi alla ricerca di se stessi, dell'ispirazione. È il caso di Giovannino, guidato fin quaggiù da un'innata vocazione da artista e ricercatore. Come ha evidenziato una critica d'arte, presentandone una mostra, il lungo soggiorno venezuelano lo ha spinto fino alle foreste selvagge bagnate dall'Orinoco, il grande fiume dei popoli indios. Qui ha appreso una tecnica di intaglio del legno che sembra un tributo a popoli conosciuti o immaginati:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva
E la lussureggiante natura del Sud America ha influenzato la sua fantasia e la sua arte:

Giovanni Grasso, collezione presso il municipio di Valva

Hanno curvato il legno delle foreste abitate un tempo dagli indios, hanno impastato il cemento nella rumorosa capitale, hanno confezionato scarpe e cucito abiti sartoriali.
Gli emigranti valvesi hanno saputo attraversare la vertigine di quegli anni frenetici e laboriosi. 
Alcuni sono tornati, dopo circa un decennio di emigrazione; tra questi, molti sono ripartiti, verso altre mete (la Germania, il Nord Italia). Qualcuno è rimasto.
Nonostante la distanza del tempo e nello spazio, resta un legame forte tra Valva e il Venezuela, sospeso tra il dolore del ritorno (questo è il significato della parola "nostalgia") e il ricordo di un mare color del destino.


Citazioni
Gian Maria Testa, Ritals, in: Da questa parte del mare, 2006; sito ufficiale
La citazione di Galeano è tratta da: D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi 
La citazione dedicata a Giovanni Grasso è tratta da: Franca Foselli Breda, Un naïf pittore e scultore: Giovanni Grasso. All'arte del pittore e scultore valvese abbiamo dedicato il post Un pittore in punta di piedi.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. 
Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela.
Il secondo episodio è stato dedicato al racconto di un ritorno a Valva: 👉La valigia di Ciro.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a zia Fedora D'Ambrosio, a Silvana Cuozzo, a Stefania Feniello, a Valeria Macchia, a Marinella Tenebruso, a Pippo Feniello.

G.V.