ahora hazte promesadeshaz la historiaacuéstate sobre la suavidad del horizontevuelve a nacercon nuevas palabrascon la fiereza de quien se ama.
adesso fatti una promessadisfa la storiacoricati sulla soavità dell’orizzontetorna a nascerecon nuove parolecon la fierezza di chi si ama.
MARÍA ANTONIETA FLORES
Le drammatiche notizie che arrivano dal Venezuela colpiscono dritto al cuore la nostra comunità. Davanti alle immagini di una terra che trema, è impossibile non pensare ai fili che legano la nostra storia a quella del Paese sudamericano, invisibili ma profondi.
Per questo motivo, il blog "la ràdica" vuole dedicare un doveroso omaggio al sacrificio, alla dignità e al lavoro di chi ha dovuto lasciare tutto per cercare fortuna oltreoceano. Lo faremo in due tempi: prima ripercorrendo le tappe storiche dell'emigrazione italiana in Venezuela; poi -stringendo l'obiettivo- ci soffermeremo sulla presenza della comunità valvese in questo Paese, attraverso immagini e testimonianze già raccolte che restituiscono una parte di questa esperienza.A chi è partito, a chi è rimasto e a chi oggi soffre: questo è il nostro abbraccio.
PRIMA PARTE - L'EMIGRAZIONE ITALIANA IN VENEZUELALa ricostruzione storica che segue si basa principalmente su tre fonti, utilizzate per l’analisi dei flussi migratori italiani verso il Venezuela, delle condizioni sociali dell’emigrazione e dell’evoluzione della comunità italiana nel Paese.
👉Antonio Cortese, Brevi
note sull'emigrazione italiana verso il Venezuela, Neodemos
👉D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi
👉Antonio Elefante,
Appunti sul fenomeno migratorio in Campania, A.S.E.I. Archivio Storico
dell'Emigrazione Italiana
Per questo motivo, il blog "la ràdica" vuole dedicare un doveroso omaggio al sacrificio, alla dignità e al lavoro di chi ha dovuto lasciare tutto per cercare fortuna oltreoceano.
La ricostruzione storica che segue si basa principalmente su tre fonti, utilizzate per l’analisi dei flussi migratori italiani verso il Venezuela, delle condizioni sociali dell’emigrazione e dell’evoluzione della comunità italiana nel Paese.
👉D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017,Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi
👉Antonio Elefante, Appunti sul fenomeno migratorio in Campania, A.S.E.I. Archivio Storico dell'Emigrazione Italiana
Tra il 1876 e il 1976, circa 26 milioni di italiani lasciarono il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori, alimentando uno dei più grandi esodi migratori mai registrati nella storia moderna. Se nella cosiddetta "grande emigrazione" di fine Ottocento e primo Novecento ad attirare la stragrande maggioranza dei flussi transoceanici erano stati gli Stati Uniti, il Brasile e l'Argentina, il secondo dopoguerra aprì nuove rotte verso mete fino ad allora marginali. Tra queste, il Venezuela occupò un posto di primo piano.
L'emigrazione italiana verso il Venezuela fu un fenomeno quasi interamente postbellico: oltre il 90% dei circa 285.000 italiani che vi si stabilirono partì dopo il 1945, con una concentrazione particolarmente intensa nel decennio 1949–1960.
I dati lo confermano con chiarezza: nel secondo dopoguerra gli emigranti diretti verso le destinazioni storiche (Stati Uniti, Brasile, Argentina) furono circa 1.113.000, quasi identici ai circa 1.058.000 che scelsero invece le nuove mete transoceaniche.
A rendere il Venezuela così attraente fu l'esplosione della sua economia petrolifera e mineraria, che lo portò a superare persino l'Argentina come destinazione preferita. Gli italiani, provenienti in larga misura dal Mezzogiorno, si inserirono nell'edilizia, nell'industria manifatturiera e nelle grandi imprese che realizzarono complessi siderurgici e petroliferi. Il loro contributo alla modernizzazione urbana fu determinante: negli anni Cinquanta una parte significativa degli edifici di Caracas fu realizzata da imprese italiane, mentre la città raddoppiava i propri abitanti, passando da 700.000 a 1,4 milioni in un solo decennio. Per molti emigranti fu una vera e propria rinascita: i debiti del viaggio venivano estinti in pochi mesi, le rimesse affluivano regolarmente in Italia, e beni fino ad allora inaccessibili -automobili, elettrodomestici- diventavano realtà quotidiana.
Il declino iniziò alla fine degli anni Cinquanta. Il 23 gennaio 1958, con la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, si interruppe bruscamente la sintonia politica che aveva favorito l'insediamento italiano. Seguirono violenze xenofobe e saccheggi, con un picco di rimpatri che nel solo 1958 sfiorò le 17.000 partenze.
È interessante notare come proprio nel 1958 gli italiani che escono dal Paese con visto di residente sono pari al 150% di quelli che vi entrano: anche gli immigrati con più lunga permanenza in Venezuela preferiscono, in moltissimi casi, rientrare in patria. Scrive a tale proposito Ermila Troconis che, una volta caduto il regime, «molti di essi rimpatriarono, poiché già allora la facilità di guadagno non era la stessa; o emigrarono verso altri paesi, poiché si produsse una atmosfera xenofoba» [1].
[1] Ermila Troconis, El proceso de la inmigración, Biblioteca de la Academia Nacional de Historia, Caracas, 1985
Nei decenni successivi, la crisi si accentuò ulteriormente. Sotto i governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, il Venezuela scivolò verso un collasso che lo trasformò da terra di accoglienza a paese di emigrazione. I figli e i nipoti degli italiani giunti negli anni del boom si trovarono a fuggire non più dalla miseria del dopoguerra europeo, ma dall'insicurezza, dalla carenza di servizi sanitari e scolastici, dal crollo delle prospettive economiche. Le stime indicano che intorno al 2015 circa 150.000 persone con doppia cittadinanza italo-venezuelana hanno cercato rifugio in Italia o in paesi terzi come la Spagna.
Il 3 gennaio 2026, Nicolás Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti a Caracas, ponendo fine a quasi tre decenni di chavismo. Al suo posto è subentrata come presidente ad interim Delcy Rodríguez, oscillante tra resistenza bolivariana e aperture pragmatiche a Washington, mentre le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche: il 68,5% delle famiglie vive in condizioni di indigenza, l'inflazione supera il 200% annuo e circa otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese dall'inizio della crisi.
La terra che i nonni italiani avevano scelto come rifugio dalla miseria del dopoguerra è diventata, per molti dei loro discendenti, il luogo da cui fuggire.
Anche la Campania fu pienamente coinvolta nel fenomeno dell'emigrazione. La regione aveva già conosciuto la stagione della "grande emigrazione" tra fine Ottocento e primo Novecento; nel secondo dopoguerra i flussi ripresero con rinnovata intensità, orientandosi prima verso i paesi latinoamericani -Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela- e poi, a partire dagli anni Cinquanta, sempre più verso il Nord Europa, dove la domanda di manodopera industriale offriva sbocchi nuovi e più vicini.
Fu un esodo di proporzioni eccezionali, alimentato da cause strutturali che le politiche del tempo non riuscirono a risolvere pienamente. La disoccupazione cronica spingeva alla fuga, ma la fuga lasciava intatta la realtà di partenza, che generava nuova disoccupazione e nuove fughe: un circolo vizioso che si autoalimentava, rendendo il problema «inestinguibile».
Chi partiva si trovava di fronte a quello che qualcuno ha efficacemente descritto come un viaggio «tra due tunnel bui»: da una parte la miseria conosciuta, endemica, dall'altra un mondo sognato, sconosciuto, ricco di promesse che non sempre avrebbe mantenuto.
E ben si addice a descrivere tale esperienza il titolo del volume di Domenico Chieffallo [2]. Il viaggio emigratorio “inizia con la ‘notte’, ‘l’ignoto’ delle cause delle disuguaglianze, delle cause storiche, vissute con un segno di impotenza, pregustando magari un ritorno improbabile da vincitore. Alla base di tutto ciò non vi è qualcosa che somiglia alla ‘notte dei tempi’, che è conoscibile e che non promette avvenire. Ma tra sudori, fatiche, proiezioni sui figli è in agguato un’altra ‘notte’, una sirena sconosciuta, affascinante e piena di promesse. Anch’essa, dopo il tratto migliore della vita, spesso si rivela non diversa dalla ‘notte’ della partenza. Arriva la fine della vita, del tempo di vita: è notte per sempre e per tutti, anche per quelli che hanno creduto di vincere o di aver vinto. L’emigrazione, quando è condanna obbligata, raramente porta felicità. Neppure la ricchezza, quando la si raggiunge, riesce a rendere più lieve la nostalgia” [3].
[2] Domenico Chieffallo, Venimos de la noche y hacia la noche vamos (Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo) Lettere di emigrati cilentani, Acciaroli, Edizioni del Centro di promozione Culturale per il Cilento, 2005
[3] Ibid., pp. 8-9.
Eppure chi partì non recise mai del tutto il legame con la propria terra. Nei paesi d'approdo gli emigranti ricostruivano attorno a sé frammenti del mondo lasciato: le feste patronali, le processioni, le immagini dei santi benedette prima della partenza. La devozione religiosa diventava così un modo per restare vicini a chi era rimasto, per condividere a distanza gli stessi momenti, per non perdere un'identità che la lontananza minacciava ogni giorno.
Anche la Chiesa comprese presto la portata del fenomeno: già Leone XIII, nella lettera apostolica Quam aerumnosa, aveva sottolineato il dramma di quegli uomini esposti alle insidie del viaggio e del mondo nuovo, e aveva inviato il clero a raggiungerli nelle terre lontane:
È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta. Leone XIII, Quam aerumnosa
Accanto alla dimensione del dolore e della nostalgia, l'emigrazione portò però anche trasformazioni profonde. Chi tornò -soprattutto le generazioni più anziane, richiamate dagli affetti e dal desiderio di «farsi una casetta e una terra tutta sua»- non era più la stessa persona partita anni prima. Portava con sé esperienze, competenze, una mentalità diversa. Un ritorno che non era solo economico, ma umano: uomini e donne cambiati dal mondo, che portavano in dote al paese d'origine qualcosa di più delle rimesse in denaro.


