02 luglio 2026

LA VALIGIA DI CIRO

Era già l'ora che volge il disio 
ai navicanti e 'ntenerisce il core 
lo dì c'han detto ai dolci amici addio
Dante, Purgatorio VIII, 1-3

Arriva un giorno, nella vita di chi è partito, in cui il viaggio si inverte. Si può scegliere se restare o tornare, ma quel giorno prima o poi arriva.

Un emigrante valvese in Venezuela decide di tornare a casa, dopo sei anni. Porta con sé una valigia e un anello, delle lettere e un'inquietudine che lascerà in mare. 

Già, il mare. Quello stesso mare attraversato all'andata resta a custodire un malessere che non si può portare a casa.

In questi giorni di grande trepidazione per il Venezuela, ci sembra doveroso fermarci a riflettere su cosa quella terra abbia rappresentato per tante famiglie valvesi: una seconda patria, un luogo di lavoro e di sacrificio, ma anche -per chi è tornato- un bagaglio che forse non si è deposto mai del tutto.

Abbiamo ricevuto da Stefania Feniello un racconto legato all'esperienza di suo padre in Venezuela. Lo ha raccolto dalla sua voce e trascritto insieme alla sorella Anna.

Eccolo:

Ciro rientrò dal Venezuela perché la sua salute sembrava peggiorare e decise di tornare a casa. 

I suoi compagni valvesi colsero l'occasione per affidargli alcune lettere da recapitare alle loro famiglie. Vincenzo, uno dei suoi amici, gli consegnò invece un anello da portare a sua moglie Grazia, come simbolo del suo amore e della promessa di un futuro di nuovo insieme. 

Prima della partenza gli venne affidato anche un compito delicato: riportare alla famiglia la valigia di un compaesano morto lontano dalla propria terra. Era una responsabilità che accettò con grande senso del dovere, deciso a mantenere la parola data.

Durante il viaggio di ritorno accadde qualcosa di sorprendente. Quando la nave varcò lo Stretto di Gibilterra, ogni suo malessere scomparve. Capì allora che non era una malattia del corpo a tormentarlo, bensì la nostalgia della sua casa, della sua terra, della sua gente e della sua famiglia. 

Giunto al porto di Napoli, però, dovette affrontare un'altra prova: la valigia del compaesano venne rubata. 

Ciro era dotato di uno straordinario spirito di osservazione e di una memoria fuori dal comune: nulla sfuggiva al suo sguardo. Per questo aveva annotato il numero del facchino incaricato del trasporto dei bagagli durante i controlli. Quel semplice gesto si rivelò decisivo: riuscì a risalire al responsabile, a recuperare la valigia e a consegnarla infine ai familiari del compaesano, onorando fino in fondo l'impegno che aveva assunto. 

Quell'episodio confermò il carattere di Ciro: un uomo leale, scrupoloso e affidabile, capace di mantenere le promesse anche nelle situazioni più difficili.

Il racconto ci ha permesso di seguire il viaggio di ritorno di Ciro. Queste fotografie ci riportano indietro, agli anni trascorsi in Venezuela. Sono immagini che ci restituiscono i volti della comunità valvese, una comunità allargata, come testimonia la presenza della famiglia siciliana Framiglio, alla cui storia dedicheremo un prossimo post.

La signora a destra è Antonina Framiglio, accanto a lei suo marito Antonio Feniello. Nella foto ci sono almeno altri due valvesi: Michele Cuozzo (l'uomo a sinistra) e Nicola ?, che è l'uomo accanto all'altra donna, sua moglie.

Le fotografie raccontano il lavoro, innanzitutto, ma anche l'amicizia e il bisogno di ritrovarsi. Lontani dall'Italia, il primo legame non era soltanto quello di appartenere alla stessa nazione: era quello di riconoscersi nelle stesse parole, nello stesso dialetto, nelle stesse abitudini. Essere di Valva significava sentirsi già un po' in famiglia.

Quando osservo le fotografie di questo periodo, soprattutto quelle scattate in Venezuela, mi colpisce l'eleganza delle persone in posa. 

L'eleganza di Giuseppe Feniello; fonte: Gozlinus
Francesco Caldarone e Achille Di Florio nel porto di La Guaira, 1955; fonte: Gozlinus 

Non credo sia soltanto una forma di naturale compiacimento giovanile.

Vi leggo piuttosto il desiderio di mostrarsi con dignità a chi era rimasto in paese, di testimoniare che, nonostante i sacrifici, si stava costruendo una vita migliore. Forse il messaggio implicito, anche a se stessi, era: ce la sto facendo.

Non manca l'ironia né il tentativo di confondersi un po' con i costumi locali:

Le immagini più ricorrenti, però, sono quelle di gruppo. Una socialità che si esprime nelle feste e nei momenti conviviali, il bisogno di ritrovarsi e di riconoscersi tra persone che sanno "a chi appartieni". 

Tra compagni di lavoro, paesani e nuovi colleghi, anche preparare la cena può essere occasione per mettersi in posa, dopo una giornata di lavoro:

Cambiano il clima e il paesaggio, ma il bisogno di fare gruppo, come dimostra la fotografia di una festa di Natale celebrata a maniche corte:

Natale non è quando nevica; è quando sei tra persone che ti fanno sentire a casa, anche a settimane di navigazione dalla tua famiglia.

Alla nostalgia di chi è partito. 
E a quella valigia invisibile che molti, tornando, hanno continuato a portare con sé per tutta la vita.

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Postilla sulla memoria orale

Il giorno in cui Ciro Feniello tornò dal Venezuela, andò subito in montagna: insieme al fratello Carmine, salì a salutare i genitori, che stavano raccogliendo -o forse piantando- le patate. Un testimone che assistette a quella scena me ne parla da quando ero bambino.

Nel racconto di zio Ciro, così come si è sedimentato nella sua famiglia, l'amico Vincenzo era ancora fidanzato. Grazie alla preziosa collaborazione della signora Valeria Macchia, abbiamo appreso che suo padre Vincenzo era già sposato e sarebbe tornato a Valva un anno dopo l'amico. Dunque l'anello era per la moglie, la signora Grazia: la tenerezza del gesto resta intatta.

Questo piccolo scarto tra il ricordo tramandato a voce e i dati ricostruiti non sminuisce affatto il valore della memoria orale. Al contrario, ci ricorda che i racconti di famiglia custodiscono soprattutto il significato umano degli eventi, più che la loro esatta cronologia o la precisione dei dettagli. Le imprecisioni possono affiorare con il passare del tempo, i dettagli si possono confondere e sovrapporre, ma l'essenza della storia continua a giungere fino a noi con sorprendente forza.
Chi ha avuto il privilegio di conoscere zio Ciro, riconosce nel racconto la traccia di un galantuomo. Anche le eventuali imprecisioni diventano preziose: non sono semplici errori della memoria, ma tracce del modo in cui una vicenda è stata custodita e trasmessa attraverso le generazioni.

Stiamo approfondendo le ricerche sul giovane morto in Venezuela. Siamo riusciti a identificarlo: si tratta di Donato Cuozzo.

In una delle fotografie compare anche Achille Di Florio. Quel sorriso, fissato per sempre nell'immagine, si sarebbe spento di lì a poco, a causa di un incidente avvenuto proprio in Venezuela. Di lui, la cara zia Dora D'Ambrosio -sua vicina di casa- ricorda che era mancino. È un piccolo dettaglio, che oggi passerebbe inosservato, ma forse anche in questi segni minimi si rivela un senso profondo del nostro passaggio: qualcosa di noi continua a vivere nello sguardo e nella memoria degli altri.

Valva e il Venezuela
Questo post si inserisce in un percorso di approfondimento dedicato al legame tra Valva e il Venezuela. Il primo episodio è stato dedicato alla storia dell'emigrazione italiana in Venezuela.
Da qui in avanti cercheremo di raccontare le storie di uomini e donne che quel viaggio lo hanno vissuto in prima persona.

🙏Ringraziamenti
Un grazie di cuore a Stefania Feniello, per aver condiviso il racconto di suo padre Ciro e le fotografie del suo periodo in Venezuela.
Grazie a Valeria Macchia, per le preziose informazioni su suo padre Vincenzo.
Grazie a Giuseppe Feniello (Pippo) -che ci ha aiutato a riconoscere le persone nelle fotografie scattate nella città in cui lui è nato: Caracas- e a Silvana Cuozzo.
E grazie a zia Dora: la sua memoria continua a essere una bussola preziosa.
G.V.