In occasione del 250° anniversario dell'Indipendenza degli Stati Uniti (1776-2026), apriamo una nuova rubrica dedicata alle storie, ai sacrifici e al coraggio dei valvesi che hanno attraversato l'oceano. Le loro ràdiche sono rimaste al paese, ma i loro rami sono cresciuti, tra sudore e sangue, sulla terra americana. Iniziamo questo viaggio con un racconto corale.
Lasciare i campi o la bottega, salutare gli affetti, cambiare i disegni sull'avvenire.
Poi Napoli, poi la nave e i lunghi giorni nella pancia di un mostro che divora le onde.
E finalmente l'America, Nuova Jorca, la fiducia che rinasce.
La registrazione, la fatica di farsi capire, la quarantena e poi l'ingresso nel sogno americano.
Davanti agli occhi, il futuro, il riscatto.
Un foglio stropicciato in tasca: c'è l'indirizzo di un fratello a Newark, di un cugino o un compare a Batavia.
Non sono comunista, non sono anarchico, al paese abitavo in via Chiesa o in via Porta del Niglio, lì è rimasta mia madre.
Sono un sarto, taylor. Sono un contadino, farmer.
Il compaesano che chiede del paese, della famiglia, lui sta per diventare americano, i documenti sono occhei, ha già trovato i due che firmeranno gli affidavit.
Un valvese ha sposato la figlia di compare Michele, un altro una femmina di qua.
E la città.
Sferragliante velocità di automobili e tram e la gente che attraversa veloce la strada, tutti corrono. Palazzi che salgono in cielo, chiese americane, donne eleganti col cappello.
Lo stupore, il tempo di riprendersi, di sistemarsi, il tempo di imparare il lavoro.
La lettera da mandare a casa, con un imbasciata per la fidanzata, so che suo fratello sta per venire qui in America, le mando i soldi del biglietto, viene qua e ci sposiamo. Non ho soldi per tornare in Italia e poi di nuovo qui in America.
La processione di San Gerardo, ci sono tanti di Caposele.
Anche noi valvesi stiamo formando un piccolo circolo di paesani, giochiamo a bocce e parliamo un po' valvese.
Ci aiutiamo se c'è bisogno, non si sa mai.
Arriva la guerra, ci trova anche qui.
Tornare o restare, disertare mai.
Pochi tornano, gli altri restano e si arruolano.
Se muoio, salutate mia madre. Se torno, divento americano.
Con la divisa americana addosso, di nuovo sull'oceano, fino in Francia, fino alle trincee francesi.
Alcuni restano nei campi di Francia, altri tornano in America, i vivi e i caduti.
Da domani, costruiremo città e ferrovie. Diventeremo padri e madri, poi nonni. Parleremo ancora il nostro dialetto, impareremo un po' l'inglese e capiremo un po' meno i nostri figli che parlano con i loro compagni.
I nostri nipoti parleranno una lingua troppo veloce per noi, ma non importa. Ce l'avremo fatta.
A coloro che sono partiti. A coloro che li hanno visti partire.
G.V.
