La madre si chiama Maria Cozzarelli. Il padre, Francesco, ha trentotto anni. La famiglia abita in via Piazza, numero 1 (capiamo che è l'attuale "palazzo Marcelli"). Al bambino vengono dati i nomi di Anacleto Emmanuele Pasquale.
Con suo fratello Eduardo partecipa alla Grande Guerra nello stesso reggimento di fanteria, il 145.mo.
Anacleto diventa sottotenente di complemento. Combatte durante le operazioni militari sugli Altipiani Vicentini nell'estate del 1916. Inquadrato nella Brigata Catania (145° e 146° Reggimento Fanteria), partecipa alle azioni nella Val d'Astico e sull'Altopiano di Tonezza, condotte per sostenere l'attacco al Monte Cimone, importante posizione difensiva austro-ungarica.
Nella motivazione della Medaglia d'Argento al Valor Militare leggiamo la ricostruzione del 7 luglio 1916:
Distintosi ripetutamente per fermezza e coraggio in servizi speciali di pattuglia, il 7 luglio in una ricognizione con pochi uomini arditi tenne fronte al nemico della forza di almeno un plotone finché, colpito gravemente al petto, dovette essere ritirato dalla linea. Pedescale [leggasi Pedescala], 7 luglio 1916 fonte
Dopo settimane di duri combattimenti e ripetuti assalti, il 24 luglio 1916 il Monte Cimone viene conquistato dalle truppe italiane.
Il giorno dopo, nell'ospedale da capo n. 69, Anacleto muore.
Nel novembre 1918, a guerra conclusa, anche suo fratello Edoardo muore, di malattia.
Sono qui dove lui riposa, a Thiene, in provincia di Vicenza.
Hanno riservato un pezzo di cimitero ai caduti in guerra, delimitato da una siepe e segnato da una bandiera.
Anacleto riposa in un piccolo gruppo di tre, con altri due ufficiali: uno della Grande Guerra come lui, e il caporal maggiore Matteo
Miotto, alpino, morto in Afghanistan, quasi cento anni dopo.
Sapevo che avrei trovato anche il giovane alpino.
E' anche grazie a suo padre se sono qui.
Qualche anno fa, il signor Miotto ha avvisato il sindaco di Valva Francesco Marciello che accanto alla tomba del figlio era sepolto anche un soldato di Valva.
Leggere le due date di Matteo mi fa un certo effetto.
Non mi era mai capitato di trovare sulla lapide di un caduto in guerra una data più recente di quella in cui sono nato io.
Non ricordo cosa stessi facendo il giorno in cui nacque Matteo; ricordo invece il giorno dopo, quando durante le vacanze di Pasqua perdemmo malamente una partita a Contursi, organizzata da don Domenico.
Penso che dovrei lasciare un fiore, almeno su queste due tombe. Poi mi dico che non sarebbe bello escludere il terzo -proprio in mezzo a loro- e anzi alla fine mi dico che tre fiori con questo sole di luglio durerebbero meno della mia visita qui e forse sarebbero un po' stonati nell'uniformità di queste file di sepolture, tutte uguali.
Leggo in un articolo del Giornale di Vicenza:
Quando Miotto partì per l’Afghanistan nel suo testamento
lasciò scritto che in caso di morte, avrebbe voluto essere sepolto in quella
parte di cimitero nella quale riposavano i Caduti della prima guerra mondiale.
Matteo riposa vicino a due “ragazzi” caduti nel 1916 e nel 1917 durante la
prima Guerra mondiale. Tre giovani che hanno perso la vita indossando
l’uniforme dello stesso Paese, in guerre così lontane e diverse. fonte
Uno di quei ragazzi è nato a pochi passi da casa mia. Non li ho mai contati ma non credo siano più di cento. Forse davanti casa sua ho giocato quando ero bambino, ma non lo ricordo; poi c'è stato il terremoto e la mia infanzia si è svolta altrove.
L'altro ragazzo si chiamava Giovanelli Enrico, morto nel 1918.
Vorrei riuscire a trovargli una data di nascita, il paese dove è cresciuto, il reggimento che lo ha chiamato invano in un appello serale.
Da oltre cento anni riposa accanto a un mio compaesano, in qualche modo sento mio concittadino anche lui, anche se il cognome mi fa pensare a Bologna o Bergamo o qualche città delle Marche o della Toscana.
Uniformità è la parola che mi viene in mente vedendo queste sepolture.
Sulla destra ci sono sei sepolture di soldati caduti nella Seconda Guerra Mondiale, al centro c'è un altare, quasi a dividere la zona in due parti.
Dietro l'altare, sempre in maniera geometricamente ordinata, sepolture della Prima e della Seconda guerra mondiale.
In totale, quaranta sepolture: venticinque caduti della Grande Guerra, quattordici della Seconda.
Poi c'è Matteo, caduto mentre io mi preparavo a brindare a un nuovo anno, inviavo sms di auguri che volevano essere brillanti e forse scrivevo noiosi bilanci di fine anno su Facebook.
E' un martedì, 7 luglio, sono in provincia di Vicenza. Il sole brucia sulle tombe, mentre un signore un po' più in là è in preghiera davanti a una sepoltura. Io sono in questo angolo di memoria e le nostre epoche si confondono, legate da un filo invisibile partito da un portone al numero 1 della Chiazza, dove forse mi sono sbucciato le ginocchia per la prima volta da bambino.
Questo post è dedicato al signor Franco Miotto, con riconoscenza