09 aprile 2026

DONATO E L'ITALIA LIBERI LO STESSO GIORNO

La storia della famiglia D’Arcangelo è un intreccio di dolore e rinascita. Dalle campagne del Tarantino, tra masserie e lavoro agricolo, fino all'azienda agricola del marchese a Valva, i D’Arcangelo attraversano profondi cambiamenti, restando sempre uniti da una forte identità familiare. 
È proprio da questo lungo percorso, fatto di sacrifici e resilienza, che emergono le vicende della Seconda guerra mondiale.
Due cugini, entrambi di nome Donato D’Arcangelo, vengono fatti prigionieri durante il conflitto. 
In questo post ci occupiamo di uno di loro: Donato, nato nel 1919, catturato sul fronte greco e internato in Germania.

Donato nasce a Valva il 20 dicembre 1919 da Pietro D’Arcangelo e Maria Del Plato.

Pietro è nato a Valva nel 1886, un anno dopo il matrimonio dei suoi genitori. Il papà Donato si era trasferito a Valva dopo la morte della moglie e del loro figlioletto Pietro. Il nome Donato sarà dato a un bambino nato nel 1911, che però morirà a soli cinque anni. Nel 1912 nasce Francesca, nel 1914 Laura Caterina Maria, la "zia Lauretta" di cui abbiamo parlato nel post L'amore ai tempi della guerra 
Altre figlie saranno Margherita ("Titina") e Raffaela ("Filuccia").                 
Francesca, sua figlia Anita, Donato e Raffaela emigreranno in Argentina, insieme ad altri membri della famiglia D'Arcangelo, tra cui Giuseppe, fratello di Pietro.

Il soldato Donato 
Nel suo foglio matricolare leggiamo che Donato sa leggere e scrivere (ha la quarta elementare) e lavora come falegname. Di statura media (circa 1,67 m), con capelli castani lisci, occhi castani e colorito bruno, presenta i tratti tipici della popolazione rurale del tempo. Il suo volto è descritto come ovale, con naso greco: dettagli che restituiscono un’immagine concreta e viva del giovane.
Chiamato alle armi nel 1941, viene arruolato nella fanteria, prestando servizio presso un deposito militare. 

La nostra ricostruzione
Il foglio matricolare fornisce informazioni essenziali ma limitate; integrandole con fonti storiche generali sul reggimento e sulla situazione in Grecia, è possibile tentare una ricostruizione plausibile delle vicende del soldato Donato.
Donato viene chiamato alle armi il 29 ottobre 1941, presentandosi in anticipo al distretto militare per svolgere la leva come allievo musicante
Inizialmente è assegnato al deposito del 7º Reggimento Fanteria a Milano, dove svolge la formazione di base e le prime attività di leva.
Successivamente, come molti soldati italiani, Donato viene trasferito in territorio dichiarato in stato di guerra
Il 22 luglio 1942 raggiunge il reparto mobilitato in Grecia, dove il 7º Reggimento era impegnato come unità di occupazione e controllo del territorio
L’Italia, dopo la campagna del 1940‑41 contro la Grecia, manteneva diverse truppe dislocate nel paese per presidi e operazioni anti‑partigiane; il Reggimento “Milano” operava soprattutto nella Tessaglia, con base nella zona di Larissa e nelle aree interne.
Nei mesi successivi, Donato svolge probabilmente servizio di presidio e controllo, vivendo una realtà fatta di pattuglie, presidi nei centri abitati e gestione del territorio occupato. 
Tuttavia, la situazione cambia radicalmente con l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943. In tutta la Grecia continentale i reparti italiani vengono improvvisamente disarmati dalla Wehrmacht: il 7º Reggimento “Milano”, come molti altri, si dissolve sotto la pressione tedesca. 
Donato viene quindi catturato dai tedeschi. Conosciamo la data della sua cattura: il 15 settembre 1943.

Vita nel Lager
Non disponiamo di testimonianze dirette né dei ricordi personali di Donato. Possiamo però tentare una ricostruzione dei suoi mesi di prigionia in Germania, basata sugli studi storici e sulle numerose testimonianze di Internati Militari Italiani, di cui spesso il blog "la ràdica" si è occupato. 
Dopo la cattura in Grecia, Donato viene trasferito come IMI nei Lager tedeschi, dove affronta un anno e mezzo di condizioni estremamente dure: freddo, fame, sovraffollamento, malattie e lavori estenuanti in miniere, fabbriche e aziende agricole, con turni di 12‑14 ore e -secondo alcune testimonianze- un solo giorno di riposo al mese. 
Malgrado percosse, insulti e la costante pressione psicologica, gli internati trovano forza nella solidarietà, nella fede e nell’ingegno personale: è verosimile che anche Donato, come molti dei suoi compagni, abbia affrontato quotidianamente queste privazioni e sofferenze, fino alla liberazione del 5 aprile 1945, quando viene liberato dalle forze alleate.
Rientrato in Italia, si presenta al distretto militare di Salerno il 25 aprile 1945: è una data storica per l'Italia, che celebra la sua liberazione dall'occupazione nazifascista, con l'insurrezione di Milano.
Donato e l'Italia sono finalmente liberi, lo stesso giorno.

Un album italo-argentino
La vita di Donato proseguirà in Argentina.
Da lì, sua figlia Silvana e José Maria  -cugino di Donato perché figlio di Giuseppe D’Arcangelo -ci hanno inviato alcune foto, che pubblichiamo volentieri:

In questa foto Donato è il signore in prima fila senza occhiali, l'altro è Giuseppe D'Arcangelo, suo zio (è infatti fratello di Pietro e di Michele, che è il papà di un altro soldato prigioniero, anche lui di nome Donato).

In questa altra foto, che risale al 1977, vediamo Donato con i baffi; al centro, José Maria, figlio di Giuseppe D'Arcangelo; a sinistra Francesca, sorella di Donato. La moglie di Donato, Giuseppina (Peppina) è già deceduta. Dietro, con gli occhiali, la mamma di José Maria. Donato è stato il padrino di battesimo di José Maria.

Un sentito ringraziamento a due valvesi che vivono in Argentina: la signora Silvana D'Arcangelo, figlia di Donato e il signor José Maria D'Arcangelo, figlio di Giuseppe.
Rinnoviamo il nostro ringraziamento a Gina D'arcangelo per la consueta, preziosissima, collaborazione.



Approfondimento
Nel post Le radici e la guerra abbiamo raccontato le vicende del capostipite, Donato, che lascia la Puglia per trasferirsi a Valva. 
Nel post Primavera di rinascita, la famiglia D'Arcangelo a Valva abbiamo raccontato il nuovo capitolo della sua vita, tra il lavoro nella villa del marchese d'Ayala-Valva e la costruzione di una nuova famiglia, a Valva. 
 
                                                                                                                        G.V.




23 marzo 2026

L'ABITO DELLE NOSTRE RADICI: LA "PACCHIANA"

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

Rocco Scotellaro

Ad una pacchiana

Il sole, il sudore, la polvere del campo. La fatica e l’abito. Hai le braccia a pezzi eppure il tuo abito è da reginella campagnola e mantiene le tue spalle dritte. Sei bassa, sei gracile, hai un girovita come quello di una bambina, eppure sei forte.

Osservo il tuo abito, quello da pacchiana.

Qui ritrovo un codice genetico che appartiene anche a me, anche se sono maschio ed ero adulto quando l’ho visto in giro per l’ultima volta a Valva. Lo osservo prendendolo dalla cassapanca, la cascia, col rispetto che si deve alle cose sacre che riaffiorano dal mondo senza tempo della memoria. Il tuo abito è, per descriverlo devo usare il presente, come quando si cita un proverbio o si enuncia una regola di geometria. Il presente acronico, quello del tempo che non ha tempo.

Il primo indumento è una sottoveste, lu suttaniell. È un indumento intimo e lo guardo con un certo pudore, quasi con esitazione. Non so se mi è davvero concesso soffermarmi qui. Un’ ampia sottana in cotone, molto arricciata. Il primo confine: separa il corpo dal resto dell’abito e, nello stesso tempo, dall’occhio che osserva. Crea uno spazio protetto e intimo, che è solo tuo.

Poi vedo la camicia bianca voluminosa, con maniche a sbuffo grandi, enormi enormi. Chi lo ha cucito non conosceva la parola, ma credo si possa parlare di termodinamica: le maniche non aderiscono al corpo sudato, permettono la traspirazione e isolano dal calore diretto del sole, quando lavori nei campi. L’ampiezza sul giro manica consente la rotazione delle braccia; la parte finale delle maniche è stretta da polsini, che voi chiamate “maniche”: così puoi aiutare tuo padre e i tuoi fratelli, tuo marito e i tuoi figli con la falce o con la zappa. Il bianco riflette la luce; in una vita fatta di polvere, la leggerezza visiva del bianco dona una forma di grazia.

Eccola, bellissima, elegante e colorata: la camm’sola.
Un corpetto aderente, chiuso da una fila di piccoli bottoni, valorizza la silhouette e conferisce struttura all’abito. I bottoni in madreperla sono disposti a semicerchio sul petto.

Sotto le sue estremità, piccoli cuscinetti imbottiti danno volume alla gonna: sostengono il tessuto, lo sollevano e ne esaltano la sinuosità, senza gravare sulle ossa del bacino.

La gunnedda è lunga e ampia, sempre impreziosita da un bordo decorato. Le morbide arricciature, che partono dai fianchi, si raccolgono delicatamente sul retro, conferendo movimento e grazia a ogni tuo passo.

Ma quanto sei elegante, anche quando lavori o vai alla fontana a prendere l’acqua, a lavare, e intanto canti e racconti?

Per sostenere la manica e coprire la parte esposta del braccio, ci sono polsini coordinati con il corpetto, fissati con un occhiello attraverso il quale passa un nastro o un filo di tessuto.

Bellezza e cura di sé convivono con la massima praticità, come nella piccola tasca del grembiule, lu sin: elegante e utile, a volte arricchito da bordature ricamate.

Con il tuo abito, tu parli, comunichi. Dici molto di te: se sei sposata, se sei a lutto, se sei giovane o anziana.

La tuvaglia. Quanti anni avevi quando tua madre ti ha insegnato a piegarla? Poche donne oggi ricordano come si fa. Senza il sapere di un tempo, per noi è un pezzo di stoffa bianco, quadrato; per te è il segno della festa, un indizio di solennità. La tuvaglia incornicia il viso e ricade con grazia sulle spalle.

Certo, quel maccatur colorato che vedo lì in fondo è più pratico, sa di vita di tutti i giorni. Con le sue spille francesi, inconfondibili.

Lo scialle lavorato a maglia, con le frange che ondeggiano, e la scolla, raffinato girocollo in velluto scuro, completano l’insieme.

E poi il vestito da sposa, in raso o in seta, col grembiule ornato ai bordi: memoria di un giorno unico, che anche l’abito custodisce.

Un abito è un viaggio

E così, tra queste pieghe di tessuto e memoria, comprendo che un abito non è solo tessuto. È un viaggio che attraversa le generazioni e continua a raccontare: storie di mani che cucivano, di corpi di donne che lavoravano, di vite fatte di terra e di sole.

Di molti abiti restano solo le foto, testimonianze silenziose di momenti che il tempo ha reso immortali. Donne che sorridono nell’eterno spazio della memoria, donne in posa, fiere e consapevoli della propria identità, del loro ruolo nella famiglia e nella comunità. Nei loro abiti trasmettono orgoglio e dignità.

L’esuberanza delle giovani, la compostezza delle anziane: diverse modalità di esprimere la propria femminilità. Alcuni abiti, per fortuna, si sono conservati e ancora ci parlano. Ogni abito racconta l’amore e la dedizione con cui è stato tramandato e custodito, diventando simbolo di un affetto che attraversa le epoche. Lo stupore che proviamo oggi nel contemplarlo nasce dal sentimento del legame profondo che unisce il passato al presente in un abbraccio senza tempo.

L’abito delle nostre radici è più di un indumento: è un archivio, un simbolo di identità, un legame vivo tra la storia e chi la vive oggi.

G.V.