31 dicembre 2024

UN TROVATELLO ALLA GUERRA DI LIBIA

Quando nell'ottobre 1891 viene registrato al Comune si Valva, gli vengono dati un nome e un cognome  di poetica tenerezza, anche se accompagnati da un più prosaico "trovatello". 

Noi lo chiameremo Fortunato.

Non sappiamo altro sulle circostanze della sua nascita e del suo ritrovamento, né sulle vicende della sua infanzia. L'ha trascorsa a Valva in una famiglia adottiva? Oppure in un brefotrofio in città?

La questione dell'infanzia abbandonata in Italia nell'ultimo quarantennio dell'800 è densa di implicazioni sociali: 150mila bambini, in genere al di sotto dei dieci anni, assistiti dai brefotrofi e dalle amministrazioni locali; circa 40mila neonati abbandonati ogni anno alla "carità" pubblica e privata. Le cause di questo fenomeno sociale erano varie e spesso difficilmente individuabili: spesso il movente era costituito dalle misere condizioni delle famiglie d'origine. Informazioni sulle madri di questi bambini sono scarse, poiché era fatto divieto dal Codice civile di fare ricerche sulla maternità naturale.  Figli di N.N.- I cognomi dei trovatelli nell'800, blog Incultura 

Gioacchino Toma, La guardia alla ruota dei trovatelli, 1877

Alla visita di leva, Fortunato dichiara di svolgere la professione di cocchiere.

Chiamato alle armi nel 1911, lo troviamo nel 23° Cavalleggeri Umberto I, impegnato nella Guerra greco-turca, a Rodi (che proprio alla fine di questa guerra diventerà italiana).

Fortunato ottiene la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà ed onore e può fregiarsi della medaglia commemorativa.

Nell'ottobre 1912 finisce la Guerra italo-turca, combattuta tra il Regno d'Italia e l'Impero ottomano a partire dal 29 settembre 1911: con il trattato di Losanna l'Italia annette la Libia e il Dodecaneso, con appunto Rodi.

Alla partecipazione dei valvesi alle guerre combattute in Africa abbiamo dedicato tre  post: 

👉I valvesi alla guerra in Africa
👉Due soldati valvesi sul bel suol d'amore 
👉Michele Macchia, ferito ik Libia nel 1911 

Nel 1913 Fortunato risulta all'estero con regolare passaporto, ma non sappiamo se negli Stati Uniti o in Francia.

A questo punto il sistema burocratico italiano sembra incepparsi per lui: chiamato di nuovo alle armi all'alba della Grande Guerra, viene dichiarato disertore e denunciato al tribunale militare di Napoli. Non abbiamo altre notizie su di lui.

Ci piace immaginarlo diventato un imprenditore, magari nel settore dei trasporti, da cocchiere che era a Valva. In un nuovo Paese, in quell'epoca di grandi opportunità che anche molti valvesi -a prezzo dell'enorme distacco dalla propria terra e dai propri cari-hanno saputo cogliere: il sogno americano.

Dopo un'infanzia certamente difficile, l'esperienza della guerra, poi l'emigrazione, in cerca di fortuna.

Speriamo l'abbia trovata, da qualche parte nel mondo.

G.V.





29 dicembre 2024

UN ROMANZO AMERICANO: LA FAMIGLIA FREDA, 2

Le vicende della famiglia fanno pensare a un romanzo: ha avuto due soldati che hanno combattuto la Prima guerra mondiale nell'esercito americano, un musicista professionista, un colonnello dell'aviazione che riposa nello stesso cimitero nazionale in cui è sepolto John F. Kennedy.

Abbiamo già parlato di Giacomo, nato a Valva nel 1891 e deceduto a Newark nel 1944; dichiaratosi calzolaio alla visita di leva in Italia, diventerà un musicista.

Di tre anni più giovane è suo fratello, Guerino Angelo Maria Freda, nato a Valva il 22 aprile 1894.
Guerino arriva negli Stati Uniti nel novembre 1909 a bordo della nave Hamburg; nel 1919 ottiene la naturalizzazione, dopo aver combattuto la Grande guerra come soldato americano.

fonte
Nell'esercito statunitense 
Guerino risulta arruolato il 4 aprile 1918 e congedato il 22 maggio 1919.
Il 20 maggio 1918 da Brooklyn si imbarca per la Francia, sulla nave Morvada.
E' inserito nel 309 Reggimento di Fanteria, che fa parte della 78.ma Divisione, impegnata in Francia in tre grandi campagne durante la Grande guerra: Mosa-Argonne, St. Mihiel e Lorena.
Sappiamo che ha preso parte all'azione contro il saliente di St. Mihiel, dal 12 settembre al 9 ottobre 1918. 
Alla battaglia partecipano alcuni ufficiali che saranno tra i protagonisti della Seconda Guerra Mondiale, come Douglas Mac Arthur, giovane comandante di un reggimento di artiglieria, e il colonnello George Smith Patton. 
E' la prima grande vittoria dell'esercito statunitense sui tedeschi.
Ecco il simbolo del 309 Reggimento di Fanteria:
Il motto in latino significa Essere più che sembrarefonte
Il 2 maggio 1919 Guerino Freda viene rimpatriato da Brest, in Bretagna, dove era ricoverato nell'Hospital Center Kerhuon  (un centro con otto ospedali di base e ottomila posti letto). 
Arriva negli USA, a Hoboken, il 9 maggio.

Nel documento di imbarco risulta convalescente; la persona da avvisare in caso di decesso è il fratello Giacomo.
Nonostante la grafia incerta, i nomi sono proprio quelli dei due fratelli Freda:

Dopo la guerra: la visita ai genitori a Valva
Nel 1920 Guerino dichiara l'intenzione di tornare in Italia per visitare i genitori: si dichiara sarto, residente a Newark. 
In effetti, suo padre Amodio nel 1913 era rientrato in Italia; nel censimento del 1915 Guerino risulta nella famiglia dello zio materno Ferdinando Alfano, insieme ai fratelli Giacomo e Alfonso.

Una famiglia americana
Ad accompagnare Guerino, a bordo della Giuseppe Verdi, la moglie Filomena Quaresima.
Filomena è nata a Princeton nel 1899, da genitori molisani
Qualche anno più tardi nasce Eugene Guerine "Gene" (1928).
Al rientro negli Stati Uniti, nascono le figlie Gloria Ann (1921) e Kathryn Judith (1922). 

L'ultimo riposo
La famiglia Freda riposa nel cimitero di Pinceton.
Guerino Freda muore il 12 luglio 1955; la moglie presenta una domanda per una lapide da veterano.
Nel suo necrologio leggiamo: veterano della prima guerra mondiale, è stato impiegato come sarto del Langrock'store per molti anni. Era membro del Nassau Lodge.
Nel 1945, infatti, la giovane sorella Kathryn muore tragicamente in un incidente sul lavoro: è una chimica e muore in seguito all'incendio provocato dall'esplosione di una provetta con una miscela di gomma sintetica. 
Lo ricorda anche la sua epigrafe:

"Sono solo un altro soldato". Ha dato la sua vita nella ricerca chimica al servizio del suo Paese
Gloria Ann diventa designer, artista e sarta (come leggiamo nel suo necrologio); da ragazza si trasferisce a New York con un'amica: trovano lavoro ai grandi magazzini Franklin Simon. Dopo la morte della sorella, torna a Princeton, dove si sposa nel 1946.
Gloria Ann muore nel 1987. 
La madre Filomena muore nel 1995 a Princeton.
"Gene" è deceduto il 20 gennaio 2023, all'età di 94 anni.
Torneremo a occuparci della famiglia Freda, raccontando le vicende di Alfonso (anche lui combatterà la Grande guerra nell'esercito statunitense), Michael (flautista) e delle sorelle AngelinaLoretta e Caterina (la madre del colonnello Anthony John Adessa).
Sì, quello della famiglia Freda è un romanzo italiano e americano.

P.s. Documents and photos are taken by www.ancestry.com and https://it.findagrave.com.

28 dicembre 2024

UN ROMANZO AMERICANO: LA FAMIGLIA FREDA, 1

Un elenco e il primo nome.

Basta seguirne le tracce e ci si ritrova nelle pagine di un romanzo italiano e americano.

L'elenco è quello di un gruppo di italiani emigrati negli Stati Uniti che nel febbraio 1924 partecipano alla serata organizzata a Newark per raccogliere fondi da inviare al loro comune d'origine, Valva, allo scopo di costruirvi un monumento ai caduti in guerra.

Il nome è quello di Giacomo A. Freda, il romanzo quello di una famiglia che ha avuto due soldati che hanno combattuto la Grande guerra nell'esercito americano, un musicista professionista, un colonnello dell'aviazione che riposa al cimitero nazionale di Arlington (dove tra gli altri è sepolto John Kenned).

Amodio e Antonia

Partiamo da due valvesi emigrati a inizio Novecento, anche se in due momenti diversi: Amodio Giuseppe Maria Freda (classe 1857), figlio di Giacomo e di Maria Spiotta, e sua moglie Maria Antonia Alfano (classe 1869). 

Maria Antonia appartiene a una famiglia di cui ci siamo già occupati nel post La famiglia del venditore di maccheroni: è infatti la sorella di Ferdinando Alfano, emigrato nel 1909.

Il 1 luglio 1907 risultano registrati Freda Amodio & son.

I figli dovrebbero essere Giacomo  e Guerino, come apprendiamo dal censimento del 1910. 

Il documento non è molto preciso, ma ci consente di fissare alcune informazioni: Amodio risulta proprietario di un negozio di scarpe e i tre abitano a Newark, in Clay St. 77.
Negli elenchi della città di Newark del 1910 e 1911 risulta più genericamente "calzolaio".
Amodio non sa leggere né scrivere; nel censimento del 1930 risulterà invece che -pur non avendo frequentato la scuola e non parlando inglese- sa leggere e scrivere.  

Amodio rientra in Italia
Nel 1913 circa Amodio rientra in Italia.
Lo sappiamo perché in quell'anno, arrivando negli USA, il figlio Alfonso dichiara che il padre è il suo parente più prossimo in Italia.
Ci sembra particolarmente interessante il censimento del 1915:
Jack, Guerino e Alfonso Freda risultano insieme alla famiglia dello zio materno Ferdinando Alfano.

Gli altri Freda arrivano in America
Il 28 febbraio 1921Amodio torna negli Stati Uniti.
Con lui, sbarcano dal Cretic la moglie Antonia, il figlio Michael  (1898) e le figlie Angelina  (1901), Loretta (1903) e Caterina (1905). Sono tutti nati a Valva.
Dichiarano di andare da Alfonso, che risiede al 20-22 di Boyden Street, a Newark. La loro parente più prossima in Italia è la nonna delle bambine, Loreta D'Ambrosio.

Giacomo Amodio, "Jack"
Il primo valvese nell'elenco della serata tenuta a Newark è Giacomo, nato a Valva il 20 agosto 1891.
Arriva negli USA insieme al padre nel 1907. 
La data ci pone un problema: quello relativo alla visita miliare, che risulta essere fatta in Italia (dichiara di essere calzolaio). 
È riuscito a farla prima della partenza? Sembra un po' troppo giovane, per la verità. 
Il dubbio principale riguarda ovviamente la partecipazione alla Prima guerra mondiale; come vedremo, due suoi fratelli la combatteranno nell'esercito statunitense. 
Nel 1928 Giacomo chiederà la cittadinanza americana.
Risulta agente assicuratore e dichiara il nome completo: Giacomo Amodio. 
Giacomo morirà nel settembre 1944 a Newark.
La figlia Lucille ricorderà che il padre era appassionato di musica: suonava il violino in una piccola orchestra, in feste locali e cerimonie.
La moglie Aida R. morirà nel maggio1961.
Aida Libero era arrivata negli Stati Uniti a soli due anni. Con lei, il padre Antonio, la madre Filomena e i fratelli Antonio e Umberto. Dichiarano di andare dallo zio materno, Alfonso Perillo.
Una lapide a forma di cuore
Intanto, nel 1937 era deceduto Amodio, nel 1938 Antonia, entrambi a Newark.
Riposano nel Fairmount Cemetery, sotto una  lapide a forma di cuore, scritta in italiano.
P.s. Documents are taken by www.ancestry.com and www.it.findagrave.com
G.V.

21 dicembre 2024

PORTARE IL MIO NOME FUORI DELLA GUERRA -Monologo di un internato militare-

Un nome può nascondere un destino, dicono.
Io non ci credo molto, per la verità, ma quando penso al mio beh...qualche dubbio mi viene. 
Mi chiamo come mio zio: Onofrio Mastrolia.
Mi chiamo come mio cugino: Onofrio Mastrolia.
Mi chiamo come un nostro parente americano, credo un cugino di mio padre: Onofrio Mastrolia.
Mio zio ha combattuto l'altra guerra, era sergente, è caduto sul Grappa nel '17.
Ho visto una foto di alcuni soldati valvesi...una dozzina. Era il giorno del suo funerale, nel mese di dicembre.
Secondo me, hanno saputo della sua morte e hano chiesto una licenza...chi lo sa...un compaesano si va a salutare, si deve fare scosì.  Anche in guerra, se possibile.
Erano giorni duri, quelli. 
Il generale Diaz stava riorganizzando l'esercito, dopo Caporetto.
"Rifaremo l'esercito", diceva (almeno così ci raccontava la maestra Bebè).
E ci è riuscito, il generale Diaz: l'esercito è rinato, la guerra è stata vinta ma mio zio non c'era più.
Ora il suo nome, che è anche il mio,  è al monumento ai caduti del nostro paese.
Poi c'è il parente americano.
Mi hanno detto che c'era anche lui alla grande serata di beneficenza, vicino a Nuova York, quando hanno raccolto i soldi da mandare a Valva per costruire il monumento.
Se riesco a tornare sano e salvo, me ne vado in America e vado a conoscerlo.
Ance mio cugino si chiama come me, ma ora non so dov'è. È più giovane di me, non so se hanno chiamato anche lui a combattere.
So dove si trova mio fratello Michele: è prigioniero degli americani, combatteva in Africa, lui. 
Ma gli americani ora sonoi nostri alleati, forse lo hanno rilasciato...non lo so, non ho più notizie. È da quando lo hanno catturato in Albania che non so più nulla di lui.
So che ci sono altri compaesani con lui, mentre alcuni sono morti. 
Ricordo Ottavo Fasano, Michele Cuoco, Michele Cuozzo: tutti morti in Africa.
Hanno qualche anno più di me, anzi: avevano, avevano  ahimé...ma in fondo a Valva quasi tutti hanno qualche anno più di me, tra noi che siamo in guerra. 
Da qualche mese, sono diventato un lavoratore civile. 
Secondo alcuni dovrei ritenermi fortunato, ma proprio non ci riesco.
I tedeschi ci fanno uscire dal campo per andare a lavorare, la sera dobbiamo però tornare per dormire.
Non possiamo espatriare, naturalmente.
Mi sono iscritto alla cassa mutua, non mi pagano più come prima con la moneta del campo di prigionia: ora mi danno dei marchi, marchi veri finalmente.
Lavoro in un ingrosso di legnami, ad Hannover.
Ho imparato l'indirizzo, Hamelnstrasse 44, ma non serve a niente: non scrivo lettere e non ne ricevo, nemmeno corro il rischio di smarrire la strada, visto che ci muoviamo tutti insieme.

Guadagno 200 marchi al mese, lordi.
Come? Una bella paga? Sì, ma 100 se li trattengono...Kost und Logis...per vitto e alloggio, dicono; 50 se li prendono di tasse e altre spese, quelli che avanzano si possono spendere, ma solo negli spazi che dicono loro e ogni tanto si inventano pure una nuova multa.

Non vedo l'ora di portare finalmente il mio nome fuori dalla guerra.

G.V.

Immagini create da ChatGPT sul testo del blog "la ràdica"


19 dicembre 2024

LA GUERRA DI ONOFRIO, IL PIU' GIOVANE DEI SOLDATI

E' un martedì quel 16 dicembre 1924, quando in Corso Umberto Primio a Valva nasce Onofrio Mastrolia, figlio di Carmelo e di Maria Nicola Feniello.
Il giorno dopo Carmelo va a registrare la nascita del bambino; testimoni, il falegname Antonio Caprio e il possidente Luigi Freda (dovrebbe essere il presidente del Comitato per il Monumento ai caduti).
Nei giorni successivi, in paese nascono altri tre maschi.
Il 20 dicembre, Ettore Antonio Marcelli; il 23, Vito D'Ambrosio; il 28 dicembre si presenta in comune il padre di un bambino che il sindaco Valletta -ufficiale di Stato Civile- riconoscere "essere senza vita": il piccolo Gennaro Falcone, nato il giorno prima in piazza Plebiscito al numero 18.
Onofrio Mastrolia, Ettore Antonio Marcelli e Vito D'Ambrosio faranno la visita militare di cui ci siamo già occupati: quella del 4 settembre 1942.
Onofrio viene dichiarato abile e arruolato, mentre gli altri due saranno mandati rivedibili.
Questo è un dettaglio decisivo: infatti Onofrio sarà il più giovane valvese a partecipare alla Seconda guerra mondiale mentre gli altri saranno chiamati alle armi solo nel 1946, insieme ai giovani della classe 1925; questi ultimi, faranno la visita militare nell'aprile 1943 ma il Regno del Sud non riuscirà a chiamarli alle armi in tempo utile per mandarli in guerra. 
La breve guerra di Onofrio
Chiamato alle armi il 29 agosto 1943, due giorni dopo Onofrio Mastrolia è assegnato al Deposito del 90 Reggimento Fanteria in Valle Crosia, come leggiamo nel suo foglio matricolare.
La grafia dovrebbe essere errata; è probabile che si tratti di Vallecrosia, in provincia di Imperia, a pochi passi dal confine francese.
Sarebbe molto interessante ricostruire le vicende di quei giorni in uno scenario così delicato, nel quale abbiamo già incontrato altri valvesi.
Sul foglio matricolare di Onofrio, però, leggiamo solo questa scarna informazione: sbandato in seguito agli eventi bellici del settembre 1943.
Questo significa che Onofrio è tornato a casa, sicuramente con un viaggio avventuroso, e immaginiamo che abbia atteso a Valva la fine della guerra.
La notizia successiva sul suo foglio matricolare ci porta infatti già nel dopoguerra: il 20 maggio 1946 è richiamato alle armi, nel centro addestramento di Avellino. Qui inizierà la seconda fase della carriera militare di Onofrio, che si concluderà con alterne vicende solo nel 1948. 
Una vicenda emblematica
Anche se la sua guerra è durata pochi giorni, la vicenda di Onofrio Mastrolia è emblematica per una serie di ragioni.
Intanto, il nome.
Onofrio si chiama come suo cugino, figlio di Sabato e Artemisia Figliulo, di cui abbiamo già raccontato la vicenda di Imi e di emigrante in Francia, nel post La storia di Onofrio, IMI ed emigrante
I due hanno il nome di uno zio caduto nella Prima guerra mondiale, sul Monte Grappa, nel 1917.
Il sergente Onofrio aveva due fratelli minori: Sabato, padre di Onofrio internato militare e Carmelo, padre di Onofrio di cui ci occupiamo in questo post.
Un altro Onofrio Mastrolia è presente nella serata di Newark, nel febbraio 1924, durante la quale vengono raccolti i fondi per il monumento ai caduti di Valva: ipotizziamo sia nato nel 1869, forse uno zio del soldato caduto, di Sabato e di Carmelo.
Cono Onofrio Mastrolia, nato nel dicembre 1924, si chiude l'elenco dei valvesi che hanno combattuto la Seconda guerra mondiale.

Immagine generata con il supporto di ChatGPT, un assistente virtuale basato sull'intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI.

🙏Un sentito ringraziamento al signor Giuseppe Cecere per la consueta e preziosa collaborazione.
G.V.


10 dicembre 2024

L'ASSE -Monologo di un internato militare-

In memoria di Settimo e Ottavo


Ai figli si danno i nomi, poi a un certo punto iniziano i numeri.
Quinto, sesto, settimo, ottavo.
I miei genitori hanno iniziato a contare quando sono arrivato io: sono Settimo, mio fratello si chiama Ottavo.
Veramente, si chiamava.
Ora il suo nome è nel telegramma che abbiamo ricevuto dall'Africa Settentrionale.
È stato il primo valvese a cadere in questa guerra.
Lui combatteva in Africa, io in Italia.
In Italia, sì, perché l'isola di Coo si trovava nel Dodecaneso italiano.
Una colonia italiana, abitata da tanti italiani.
Quando sono arrivato ho notato subito le case ricostruite dagli italiani dopo il terremoto del '33. È bello ricostruire dopo una sciagura, chissà se riusciremo a ricostruire anche l'Italia dopo questo flagello della guerra.
Mi trovo qui, prigioniero a Stargad, da quando l'isola è stata invasa dai tedeschi.
Ci siamo opposti come potevamo, ma eravamo soli.
Aspettavamo i rinforzi inglesi, pensavamo che sarebbero venuti ad aiutare i loro che erano già con noi.
Ci siamo sentiti abbandonati, forse per loro non eravamo importanti.
Per i tedeschi…non ne parliamo…traditori dell'Asse, ci dicevano.
Prima per me l'asse era una parte dell'ingranaggio di un orologio.
L'asse è in acciaio, è una ruota dentata che ingrana in una ruota più grande.
Io lo so, perché  ho imparato da mio padre la precisione paziente di chi aggiusta orologi. Ora che lui non c'è più, quello che ho imparato da lui lo metto in pratica e i valvesi lo sanno.
Oppure l'asse per me era solo un piano di legno lungo e stretto, che si ottiene tagliando un tronco nella sua lunghezza. Ho aiutato tante volte mio fratello Alfonso, che è falegname. 
Poi a un certo punto ci hanno detto che l'alleanza con i tedeschi si chiamava Asse…
E i tedeschi mi hanno fatto prigioniero, il 4 ottobre, insieme a 2500 italiani e a 600 inglesi.
Pensavo che era arrivata la fine, poi due giorni dopo ho saputo che i tedeschi hanno ucciso oltre cento soldati italiani e mi sono sentito fortunato…
Ora devo resistere, cercare di rimanere in vita e di non perdere la mia dignità di soldato italiano.
Nel campo vedo tanta sofferenza e tante malattie.
Secondo me, nel mondo c'è una malattia ancora più grande, si chiama ignoranza.
I popoli non farebbero le guerre, se no.
Se esco di qui e ho la fortuna di avere dei figli, farò di tutto per farli studiare.
Da grandi, devono aiutare gli altri, guarendoli dalle malattie e dall'ignoranza.
G.V.

Immagine
Simboli di Resilienza e Libertà, Creazione generata con l'aiuto di DALL-E, ispirata al racconto storico del blog "la ràdica".

09 dicembre 2024

COME FIORI DA SEMI PIANTATI IN GIORNI DIFFICILI. SE NE VA L'ULTIMA VEDOVA DI UN REDUCE VALVESE DELLA GUERRA

Un'altra pagina della storia di Valva si è chiusa.
L'ha chiusa la signora Marietta Marciello, che se ne è andata pochi mesi prima di compiere 93 anni.
Ora in paese non ci sono più vedove di soldati della Seconda guerra mondiale.
Marietta Marciello con due figli, negli anni Sessanta; fonte
Suo marito era Bonaventura Megaro, internato militare in Germania.
Il foglio matricolare del marinaio Bonaventura Megaro:
risulta prigioniero dei tedeschi in Austria,
dal 9 settembre 1943 al 20 agosto 1945
Quando Bonaventura era in guerra, Marietta era ancora una ragazzina: questo punto di vista conferiva ai suoi ricordi una tenerezza particolare, come quando mi ha raccontato la visita fatta con la maestra di Valva -la signora Fernanda Superchi Gaudiosi- a casa di zia S'ppuccia d Stefano, in occasione della morte in guerra del figlio. La signora Marietta ricordava la funzione in chiesa e poi il corteo al cimitero, per deporre dei fiori in memoria del giovane caduto.
Nei difficili giorni del settembre 1943 -mentre nella Valle del Sele infuriava lo scontro tra truppe alleate e tedesche- la giovanissima Marietta si è rifugiata con la famiglia in montagna, in una grotta in cui il signor Abramo Vacca cucinava per le famiglie che erano lì e rassicurava i bambini dando la colpa delle fiamme che si vedevano sulla montagna a pastori distratti che avevano lasciato acceso il fuoco. 
Tra le persone rifugiatesi nella grotta c'era anche la futura suocera di Marietta, la signora Carmela Conte.
Anche il racconto degli incontri con i tedeschi e con gli americani, filtrati attraverso gli occhi di una giovanissima donna, assumeva quasi il contorno di una fiaba, sia pure in un contesto drammatico come l'autunno del 1943.
L'americano che le offrì caramelle, biscotti e carne in scatola, dicendole che anche lui aveva una figlia piccola come lei. 
I tedeschi che quando abbandonarono il loro campo, incalzati dagli americani, lasciarono alla famiglia della giovane Marietta una cucina a carbone, che sarebbe servita anni dopo per il pranzo nel giorno del suo matrimonio.
Mi ha raccontato anche di aver trovato un ordigno bellico, proprio nel periodo in cui un sedicenne valvese -Aurelio Torsiello- era morto in seguito a un'esplosione.
La giovane Marietta aveva chiamato suo padre e l'ordigno era stato portato via da Angelo Michele Torsiello, con due buoi aggiogati e delle lunghe funi.
Molti anni dopo, due loro nipoti sarebbero diventati marito e moglie.
La futura suocera rifugiata nella stessa grotta, la cucina lasciata dai tedeschi in fuga che sarebbe servita per il pranzo del matrimonio, un giovane che porta via un residuo bellico e che sarebbe diventato il nonno della moglie del nipote: alcuni episodi -nei racconti di zia Marietta- sembrano contenere la promessa di un futuro felice, come fiori che sbocciano da semi piantati in giorni difficili.
L'incanto del racconto
I racconti di zia Marietta sono diventati due post pubblicati dal blog "la ràdica"; soprattutto, sono stati un'esperienza molto significativa, nella quale lo scrivente è stato testimone del riaffiorare di avvenimenti e stati d'animo di oltre ottanta anni fa, percependo il piacere del condividere ricordi e ammirando una notevole abilità nel raccontare; parlerei di capacità affabulatoria, come è proprio di un racconto capace di incantare l'ascoltatore. 
Anche in un caldo pomeriggio d'agosto, in un momento felice che è già ricordo.

Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia di zia Marietta.

Ecco i due post dedicati ai racconti di zia Marietta:
G.V.

03 dicembre 2024

IL FIUME VERSO CASA: LA STORIA DI ANTONIO

Il 4 settembre 1942 è un venerdì.
A El Alamein, in Egitto, le forze britanniche fermano le forze dell'Asse: tra poche ore la vittoria strategica degli Alleati sarà sancita.
A Valva, diciassette giovani fanno la visita militare: saranno gli ultimi ad essere chiamati in guerra, da gennaio fino al 29 agosto 1943.
Come Pasquale Cappetta, che a diciotto anni e mezzo si troverà a Cefalonia e poi, scampato all'eccidio, in un campo di prigionia tedesco.
Oggi raccontiamo la storia di un altro soldato valvese che ha fatto parte dell'ultimo gruppo di chiamati alle armi: Antonio Torsiello.
Cento anni fa
Proprio oggi avrebbe compiuto cento anni.
Antonio nasce infatti a Valva il 3 dicembre 1924, figlio di Raimondo e di Francesca Fasano. 
Ecco come appariva Valva nel 1924:
fonte: Gozlinus; il castello è in ristrutturazione,
la "Torre normanna" ancora non è stata costruita;
si nota l'antica torre detta del "Belvedere"
Quando si presenta alla visita di leva, Antonio non ha ancora diciotto anni; dichiara di avere la licenza elementare: non sono molti i suoi compaesani ad avere questo titolo. Nel frattempo suo padre Raimondo è deceduto.
Chiamato alle armi il 28 agosto, vi giunge -come dicevamo- il giorno dopo.
Lo troviamo nel Deposito del 226° Reggimento Fanteria in Molfetta.

Sciolto dopo la Prima Guerra Mondiale, il 1 marzo1939 viene ricostituito con il nome di 226° Reggimento Fanteria Arezzo e il 24 maggio 1939 viene inquadrato nella Divisione di Fanteria Arezzo (53.a), insieme al 225° Reggimento Fanteria e al 53° Reggimento Artiglieria per D.f.
Sappiamo che la Divisione Arezzo nella Seconda Guerra Mondiale si trova in Albania, occupata dagli italiani. All'entrata in guerra dell'Italia, la divisione si trova schierata al confine jugoslavo. Quando Antonio arriva, la Divisione è destinata al presidio delle zone di Sarantaporos e di Belica: operazioni di rastrellamento e controllo del territorio.
 

Lo sbando
Pochi giorni ed è già il caos dell'8 settembre 1943: l'esercito è allo sbando, chi può torna a casa e sarà significativamente definito "sbandato" nei documenti militari.
La Divisione Arezzo è in forza al 343° Reggimento Fanteria a Corizza, nell'Albania meridionale (al confine con la Grecia). 
Sul foglio matricolare di Antonio Torsiello leggiamo che all'atto dell'armistizio "trovavasi in servizio presso il 226° Reggimento Fanteria in Molfetta, successivamente non è venuto a trovarsi in territorio metropolitano occupato dai non Fascisti".
Una formula contorta, obiettivamente, per descrivere una situazione insolita e purtroppo non adeguatamente prevista dai comandi militari: il territorio italiano occupato dai tedeschi. 

Ad esempio, sappiamo che il 17 settembre la 53.ma Divisione Arezzo viene circondata da uno schieramento di autoblindo e mitragliatrici dell'esercito tedesco: viene chiesto di combattere con i tedeschi.
Possiamo ipotizzare che Antonio non si sia trovato in questa situazione, altrimenti avrebbe sicuramente raccontato un'esperienza così drammatica (e un'eventuale fuga dai tedeschi).
Dunque, Antonio non torna a casa ma resta al suo posto.
Il 5 ottobre 1943 viene trasferito al 401° Reggimento Fanteria.

Questo reggimento dovrebbe essere il 401° Reggimento Pionieri, inquadrato nella 209ª  Divisione ausiliaria nel nuovo esercito cobelligerante italiano, a sostegno degli Alleati; questa divisione in particolare sarà al seguito degli inglesi dell'Ottava armata. La divisione seguirà lo spostamento del fronte verso Nord: alla fine della guerra si troverà dislocata tra Abruzzo, Umbria e Marche.  

La malattia e l'avventuroso ritorno a casa
Il 25 aprile 1944 Antonio viene ricoverato per un'infezione ai polmoni all'ospedale militare di Bari, dove resta fino al 12 giugno.
Ne accadono di cose, nell'ultima settimana in cui Antonio è ricoverato: gli Alleati liberano Roma il 5 giugno, il re Vittorio Emanuele III lascia al figlio Umberto la luogotenenza del Regno, gli Alleati sbarcano in Normandia.
Dopo una licenza di convalescenza di 90 giorni, si presenta alla visita di controllo e viene inviato in licenza di 40 giorni: è il 14 settembre 1944.

I ricordi della figlia e della nipote
Ecco come la figlia Cecchina ricorda i racconti del padre su questo periodo:

Quando eravamo bambini, mio padre cercava di non raccontarci vicende che ci avrebbero scossi; cresciuti, avevamo altri interessi, ma lui ci nominava sempre una terra lontana, che si raggiungeva per mare o in elicottero, dove combatteva e dove si ammalò. Gli dispiacque lasciare i suoi compagni. Fu ricoverato prima nell'ospedale militare da campo, poi nell'ospedale militare di Bari. 

Allo scadere della licenza, però, Antonio rimane "arbitrariamente a casa", come riportato dal foglio matricolare.
Diamo ancora la parola alla figlia: 

Mandato a casa per quaranta giorni [il ricordo coincide perfettamente con il foglio matricolare], non si ripresentò. 

La nipote Antonietta ricorda ancora i racconti che ascoltava da bambina, soprattutto nei giorni dedicati al ricordo (come ad esempio il 4 Novembre). Con lei cerchiamo di ricostruire la circostanza del mancato rientro dalla convalescenza:

Nonno non era guarito dall'infezione ai polmoni. Sua madre inviò un certificato per testimoniare la malattia e giustificarne il mancato rientro. Fu una questione di tempo: rientrò in ritardo.

Nei racconti di Antonio Torsiello colpisce un particolare: il ritorno a casa, forse dopo il ricovero. Ecco come lo ricostruisce la figlia:

Dato che c'erano i tedeschi, si fece a piedi il tratto da Barletta a casa: camminava di notte e di giorno si nascondeva sotto i ponti, costeggiando il fiume. 
Un antico ponte romano sul fiume Ofanto; fonte

Ai figli, Antonio raccontava anche le vicende della guerra di liberazione ed esprimeva la sua opinione sulle scelte politiche e militari dell'Italia, con queste parole:

Poi ci fu la ritirata dei tedeschi, che avevano occupato anche le nostre zone. I nostri alleati inglesi li spinsero avanti, fino a Montecassino: ancora oggi ci sono i cannoni rimasti e una valle di croci. 
L'abbazia di Montecassino al termine dei bombardamenti;
fonte

Cimitero caduti del Commonwealth a Cassino;
fonte

Secondo mio padre -continua la signora Cecchina- Mussolini aveva sbagliato ad allearsi con i tedeschi, dandoci in pasto ai lupi. Poi ci raccontava che chi si ribellava all'invasione tedesca si riunì sulle montagne: erano i partigiani, i difensori del popolo, come li chiamava.
Una vicenda emblematica
La notizia successiva sul suo foglio matricolare risale al maggio 1947: si presenta al Distretto Militare di Salerno e viene inviato in congedo illimitato, rimanendo a disposizione del Tribunale Militare di Napoli.
Il 16 luglio 1953 viene denunciato per il reato di diserzione, ma sarà poi assolto per insufficienza di prove, con sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Napoli in data 2 febbraio 1956.
Sarà riconosciuto invalido di guerra a vita.

La decorazione della Croce al merito di guerra, nella campagna 1940-43-45 e il riferimento alla guerra di liberazione del 1943-45 nella quale "continuò a prestare sevizio militare con le truppe alleate e Bari" ci fanno ritenere  la vicenda di Antonio Torsiello  per alcuni versi emblematica: si inserisce in una sorta di intercapedine della situazione bellica, nella generale confusione di un esercito prima in rotta poi faticosamente ricostituito a sostegno dell'avanzata alleata. 
Vi troviamo la severità militare da un lato (con la denuncia di diserzione), il riconoscimento di aver combattuto nella guerra di liberazione dall'altro.
L'avventuroso ritorno a casa, ancora convalescente, seguendo il  corso dell'Ofanto.
Soprattutto, la sua condizione di invalido, che ne fa una vittima e un testimone della violenza con cui la guerra si abbatte su giovani vite.

Un sentito ringraziamento alla signora Cecchina che ha condiviso con noi i racconti di suo padre e a sua figlia Antonietta Annunciata per la preziosa collaborazione. 
Questo post è un piccolo omaggio per i cento anni del loro papà e nonno.
G.V.

29 novembre 2024

LA MEMORIA E' UNA CASA CHE ATTENDE ANCORA -Il monumento ai caduti di Senerchia

Oggi sono a Senerchia.
Attendo che finisca il mercato per scattare qualche foto al monumento ai caduti.
Al bar c'è un gruppo di francesi, immagino emigrati di seconda generazione. Chissà se capiscono quello che sentono al bar o in piazza, chissà se hanno ancora nonni e parenti a Senerchia o se sono qui solo perché usano la casa di famiglia come punto di appoggio. 
Ci sono anche alcuni turisti, forse della città: chiedono conferma che non si può accedere alla cascata (Oasi Valle della caccia) e la accolgono con una certa incredulità. Non dovrei dirlo, ma un po' mi consola sapere che anche negli altri comuni non tutto  funziona, almeno a livello di comunicazione, e che anche altri viaggiatori partono un po' impreparati (ne so qualcosa: il mese scorso sono andato in provincia di Treviso per visitare il sacrario di Fagaré e l'ho trovato chiuso, anche se Google diceva il contrario).
Nell'attesa che le ultime bancarelle "raccolgano i ferri" -come ancora si dice da queste parti- faccio un giro verso il paese vecchio.
Una cena interrotta
Forse Senerchia è una cena interrotta, un uscio lasciato aperto in attesa di un ritorno che non c'è più stato.
Ho questa impressione mentre fotografo alcune abitazioni vicino alla piazzetta del Borgo Antico, un tempo piazza Umberto Primo.

Una bottiglia.
Forse è questa l'immagine che io ho del terremoto.
Ricordo quella rovesciata sul tavolo a casa mia, durante l'ultima cena in quel mondo di prima. E poi la fuga.
A Senerchia ho la rappresentazione fisica di che cos'è un paese di prima.
In tutti i comuni di questa valle c'è un prima e un dopo: il 23 novembre 1980.
Qui, dopo quella data la vita è cresciuta accanto, più giù; questo è rimasto un paese santuario, un presepe nel quale cresce l'erba.

Gli usci aperti mi trasmettono una sensazione struggente. Immagino persone scappate quella domenica sera, senza essere più tornate a raccogliere le proprie cose.
Come un eroe antico
Torno nella Senerchia di oggi, dove ormai le bancarelle sono andate via e le persone tornano a casa per il pranzo; vedo famiglie con genitori che parlano ai figli in francese. 
Accanto al bar c'è il monumento ai caduti.
Le nuvole sembrano volermi fare un regalo: un fiocco bianco, quasi uno sfondo poetico al gruppo scultoreo in bronzo che rappresenta un soldato con una bomba in mano mentre sorregge un compagno ferito che stringe una bandiera.
E' un'allegoria: un soldato della Grande Guerra raffigurato come un eroe antico. E' la celebrazione del sacrificio, della forza giovane: le tracce della retorica del tempo sono evidenti, eppure non ho l'impressione di una scena fredda, di maniera. In fondo, così ai sopravvissuti è piaciuto immaginare i loro compaesani caduti: forti, fieri, protesi in avanti dove il destino e la patria li chiamavano. Se non è dolce morire per la patria -morire non è mai dolce- che sia almeno riconosciuto ai caduti il diritto a essere ricordati in un atteggiamento eroico, penso.
I caduti
Il monumento ricorda 24 caduti della Grande Guerra e 13 della seconda guerra mondiale.
Risulta abbastanza agevole la ricerca dei caduti della prima guerra.
Alcuni di questi soldati sono caduti sul campo, anche in località celebri: Errico Antonio (risulta nato a Palomonte) sul Monte Cimone, nel settembre 1916; Gasparro Vincenzo sul Carso, nell'agosto 1917; Guarnaccia Michele ad Asiago, nel 1916; Papa Antonio sul Piave, nel giugno 1918 (la "Battaglia del solstizio"). Occorre un lavoro suppletivo per individuare il fronte sul quale sono caduti Amato Giovanni (nel 1916) e Gasparro Raffaele (nel 1917).
Mi colpisce l'alto numero di morti per malattia, in ospedali da campo o in città vicine al fronte: Boffa Martino, Boffa Giuseppe, Cozzi Giulio, Gasparro Pasquale (nel 1920, a Verona), Sessa Antonio, Sessa Michele (nel 1919, a Napoli, per postumi delle ferite), Trimarco Angelo Maria, Trimarco Antonio, Trimarco Sabato (nel 1915 a Cremona, per infortunio per fatto di guerra).
Due soldati sono morti a Senerchia, di malattia: Bracco Angelo (nel 1919) e Mazzone Generoso (nel 1917).
Tre soldati sono morti durante la prigionia: Cuozzo Francesco, Izzo Alessandro, Sessa Carmine.
Benedetto Angelo è morto in Francia.
Non ho ancora trovato notizie su tre caduti: Bracco Alberto, Cannone Giuseppe, Di Marco Gennaro.
Nell'Albo d'Oro due altri caduti risultano nati a Senerchia, ma non sono ricordati nel monumento (verosimilmente si saranno trasferiti e sono ricordati in qualche altro comune): Moscatiello Rofino, morto sul campo nel 1917; Trimarco Gelsomino, disperso in Libia nel 1915.
Prima di andare via, incontro Ersilia, una mia compagna di classe.
Beviamo un caffè e parliamo di vita e di morte, che in fondo sono gli unici argomenti che davvero contano.

Approfondimento

Il nostro viaggio tra i monumenti ai caduti nei comuni dell'Alto Sele ha già fatto tappa a Castelnuovo di Conza, a Santomenna e a Calabritto:

Monumenti ai caduti dell'Alto Sele, 4 continua

G.V.